“Il secolo fragile” di Robert D. Kaplan (Marsilio) è un’analisi della crisi attuale che parte dall’analogia del mondo di oggi con la repubblica di Weimar, periodo traboccante di novità sociali e culturali segnato da tensioni e scontri e dalla mancanza di un’autorità che li frenasse. A Weimar, secondo Kaplan, dovremmo pensare in termini globali, non solo in relazione alla Germania, perché stiamo costruendo una civiltà globale in cui tutti siamo interconnessi. L’analogia è solo il punto di partenza di un saggio che è di ampio respiro pur contando meno di 200 pagine, denso di intuizioni illuminanti e di conessioni tra fenomeni sociali, culturali, economici e politici. La griglia interpretativa di fondo è quella utilizzata nella “Mente tragica”dello stesso autore. Dove Kaplan legge l’attualità storica attraverso l’esperienza dei drammaturghi greci e di Shakeaspeare. Bisogna “pensare tragicamente per evitare la tragedia” e per riuscirci bisogna “intraprendere un viaggio nel canone greco e in quello shakespeariano”. Shakespeare, ci spiega lo studioso, descrive gli uomini e le donne in conflitto tra loro. “Il male che porta alla rovina personaggi come Lear e Otello è scritto non nelle stelle ma nelle loro mancanze caratteriali. Una riflessione che ripresa nel Secolo fragile ci porta a considerare il ruolo di singole personalità come Putin, Xingpin e altri. La storia è mossa non soltanto dalla geopolica e da altre grandi forze impersonali ma anche dalle azioni dei singoli. I greci d’altra parte descrivono gli uomini davanti agli dei, cioè alle forze cosmiche, e ci fanno capire che il grande pericolo per la società è il caos e che arginare il caos è il compito di chi governa. Non si può annullare il caos, l’irrazionale, ma si può tenerlo a bada. I tragici greci non erano dalla parte del caos ma lo accettavano come componente della realtà. Bisogna avere rispetto per il caos. Nietzsche, secondo Kaplan, lo aveva intuito nella “Nascita della tragedia” nel 1872. Il nemico della ragione è Dioniso, che incarna la forza stessa della vita. Bisogna resistergli ma le forze che scatena non possono essere negate. È la lezione che ci viene dalle Baccanti di Euripide, inorridito dal fanatismo dionisiaco, ma rispettoso della vitalità del suo potere. La sola ragione è irrealistica.
Anche nel Secolo fragile Kaplan ci avverte che bisogna pensare in modo tragico per evitare la tragedia. E mette a fuoco i motivi che possono scatenare il caos in un mondo interconesso in cui ogni crisi locale può propagarsi a livello mondiale senza che nessun governo nazionale né istituzione sovranazionale sia in grado di ristabilire l’ordine. Il primo fattore di insabilità è avere eliminato assetti statuali che poggiavano su una storia secolare, lasciando al loro posto il vuoto pneumatico. Kaplan ricorda che Churchill aveva criticato l’eliminazione degli Hohenzollern e degli Asburgo e cita i Romanov e gli Ottomani e – per quanto riguarda tempi più recenti – la monarchia irachena e il regime dello scià Mohamad Reza Pahlavi in Iran. Regimi reazionari e corrotti ma che, forti della intrinseca legittimità conferita loro dal tempo, cercavano di mantenere la stabilità e garantire l’ordine. Premessa indispensabile per evolvere verso una società libera, perché “L’ordine precede sempre la libertà, senza ordine non c’è libertà per nessuno (pag 20). E “da quando il mondo ha perso i suoi e re e imperatori la libertà ha reso sempre più concreta la possibilità di nuovi sconvolgimenti” (pag 22). Le dittature moderne sono costrette a esssere doppiamente aggressive e repressive per giustificare il loro potere.
Nel Secolo fragile viene riportata una considerazione chiave formulata da Henry Kissinger in “Diplomazia della restaurazione”: “Il problema di fondo della politica non è quello di reprimere la malvagità ma di controllare il senso della giustizia” (pag 37). Il “senso della giustizia” di masse inferocite e fanatizzate dai social media, private, come del resto le élite, della connessione con il passato, in un mondo sempre più compresso, condizionato dal progressso tecnologico, dalla scarsità di risorse, dal cambiamento climatico e da un aumento in valori assoluti della popolazione nei paesi più poveri, puo avere effetti esplosivi che nessuno è in grado di mitigare. La tecnologia non è la soluzione, anzi, “promette libertà ma porta con sé anche i suoi demoni”, perché “L’umanità è perversa come è sempre stata, semplicemente la tecnologia si è evoluta (pag 59).
Con la tecnologia un altro fondamentale fattore di cambiamento è l’urbanizzazione, coerente con una società atomizzata e conformista – le tirannie crescono nell’isolamento e nella solitudine dell’individuo – : le città moderne si caratterizzano per l’omologazione architettonica, la monotonia. Le città, secondo Kaplan sono il peggiore incubo dei conservatori perché formano individui sradicati e solitari, trascinati dai mainstream imposti dai social media. Una catastrofe epocale, visto che l’essenza dell’Occidente sta proprio nella libertà dell’individuo di innalzarsi al di sopra della massa. Social media, tecnologia videodigitale e tecnologie militari, con urbanizzazione e corsa agli armamenti e frustrazione delle masse che sentono tradito il loro anelito alla giustizia possono formare miscele esplosive.
“Sia chiaro – precisa Kaplan : il mondo non sta peggiorando. Anzi, sta migliorando. Sempre più persone conducono una vita piena e ricca, e hanno maggiori possibilità di esprimere i loro sentimenti. Ma proprio per questo governarle è più difficile, soprattutto quando formano sciami virtuali che, pur professando un’assoluta indipendenza, operano in realtà sulla base di un brutale conformismo”. (pag 182).
Per capire questa realtà Kaplan, alle intuizioni che hanno prodotto la “Mente tragica” affianca quelle ispirate da Christopher Isherwood, Aleksandr Solženicyn, T.S. Eliot, Oswald Spengler, Elias Canetti, Ortega y Gasset. E riesce a stabilire connessioni tra eventi storici e fenomeni sociali, dalla dalla Rivoluzione russa del 1917 a quella islamica in Iran, dall’Africa occidentale dilaniata dagli scontri negli anni Novanta alle megalopoli cinesi, dalla Guerra fredda al possesso delle armi nucleari rivendicato oggi da dittatori e autocrati. Squarci di luce che fendono i vapori di una realtà in ebollizione.
Un quadro preoccupante nel complesso ma che non deve indurci alla rassegnazione: “La direzione della storia è inconoscibile. Non esiste il processo lineare automatico. Per questo, dal momento che non ci è dato conoscere l’esito in anticipo, non abbiamo altra scelta se non quella di combattere”.

























