Un lavoro autonomo che si riduce nei numeri ma cresce in qualità, liberandosi delle componenti più marginali e ibride e rafforzando al tempo stesso la dimensione organizzativa e relazionale. A dirlo è la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro nel suo focus “I numeri del lavoro autonomo in Italia, tra calo e ricomposizione”, dedicato all’evoluzione del comparto nel nostro Paese.
Dal 2014, i lavoratori indipendenti sono passati da 5milioni 370mila a 5milioni 85mila del 2024, con una perdita di 285 mila unità pari al -5,3%. La loro incidenza, sul totale degli occupati – nel frattempo cresciuti di oltre 2 milioni – si è ridotta dal 24,5% al 21,2%.
Anche in Liguria gli autonomi sono in diminuzione – sono passati dai 161mila del 2014 a 156mila nel 2024 (-3%) – ma l’incidenza è comunque tra le più alte d’Italia (24,6%). La provincia di Savona, inoltre, detiene il primato di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati: più di uno su tre (34,5%) è un autonomo.
Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro in contemporanea alla contrazione del numero di autonomi “si è assistito a un processo di ricomposizione che sta rafforzando la qualità, la solidità organizzativa e il livello di professionalizzazione del lavoro in proprio”. In soli cinque anni (2019-2024) è infatti aumentata in modo significativo la componente più organizzata: i lavoratori autonomi con dipendenti (imprenditori, professionisti e lavoratori in proprio) sono cresciuti del 16,9%, da 1 milione 384 mila a 1 milione 618 mila.
“Dalla lettura dei dati – si legge nel documento – non emerge una crisi strutturale del lavoro autonomo, ma una sua trasformazione“. A rafforzare il profilo qualitativo del settore contribuisce anche l’innalzamento del livello di istruzione. In dieci anni è diminuita, infatti, la quota di autonomi con la licenza media, mentre è aumentata quella dei lavoratori con titolo universitario, salita dal 24,9% al 29%. Un’evoluzione che evidenzia come l’attività in proprio richieda sempre più competenze specialistiche, organizzative e gestionali.
Se da un lato si assiste a una ristrutturazione del settore, dall’altro si verifica una contrazione e un progressivo invecchiamento della platea degli indipendenti. A pesare maggiormente sul calo sono state le fasce più giovani: gli autonomi tra i 35 e i 49 anni sono diminuiti del 25,4%, mentre tra i 15 e i 34 anni la contrazione ha raggiunto il 17,9%. Di contro, nella fascia 50-64 anni si è registrato un aumento del 25%. Le dinamiche demografiche e le crescenti difficoltà nel ricambio generazionale hanno inciso sulla riduzione: oggi circa la metà dei lavoratori indipendenti ha più di 50 anni contro il 38,9% di dieci anni fa.
La diminuzione ha riguardato soprattutto il commercio che ha perso 141 mila autonomi, mentre nei servizi alle imprese e alle persone (informazione e comunicazione) gli autonomi sono cresciuti.
Sul piano territoriale emerge una forte differenziazione: il calo è stato più marcato nelle aree del Nord, dove la riduzione ha superato il 6% negli ultimi cinque anni, mentre nel Mezzogiorno si è registrata una crescita dell’1,8%: segnale di una persistente capacità di iniziativa imprenditoriale nelle regioni meridionali.
«I dati mostrano con chiarezza che il lavoro autonomo è diventato sempre più qualificato e strutturato, ma allo stesso tempo evidenziano una criticità che non possiamo ignorare: il difficile ricambio generazionale – commento del presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca – Gli incentivi previsti dal Decreto Coesione rappresentano un segnale importante e un primo passo nella giusta direzione, ma da soli non sono sufficienti. La riduzione della presenza dei giovani nel lavoro in proprio rischia di impoverire il tessuto produttivo del Paese nel medio periodo. È necessario continuare con politiche mirate che rendano l’iniziativa autonoma più accessibile, sostenibile e attrattiva per le nuove generazioni, sostenendo competenze, investimenti e percorsi di accompagnamento all’impresa».
In Liguria è autonomo un lavoratore su quattro: Savona prima tra le province
A livello geografico le dinamiche sono state molto differenziate. Al Nord e, in misura meno netta al Centro, si è registrata una contrazione significativa del numero dei lavoratori autonomi (oltre il 6%), riconducibile all’intensificazione dei processi di strutturazione aziendale e di assorbimento dell’occupazione in forme di lavoro dipendente, grazie anche alla crescente attrattività del lavoro subordinato in un contesto caratterizzato dalla crescente di profili qualificati.
Tra le regioni che presentano la più alta propensione al lavoro in proprio vi sono, dopo il Molise (29,1%), Sardegna (25,3%), Liguria e Puglia (entrambe a 24,6%).
La classifica provinciale relativa all’incidenza del lavoro autonomo individua in prima posizione realtà del Nord, a partire da Savona, che con una quota del 34,5% di autonomi sul totale degli occupati supera tutte le altre province italiane. Si tratta di un dato ascrivibile alle specifiche caratteristiche di contesto produttivo ma anche alla demografia, considerato che è tra i lavoratori più anziani che si registra la maggiore propensione al lavoro in proprio.
Seguono Benevento (33,7%) e Ascoli Piceno (30,7%), province dove l’incidenza è superiore al 30%, mentre superano la soglia del 29% Campobasso, Imperia, Isernia e Sassari.



























