C’è un momento preciso, nella vita di un’azienda, in cui diventa chiaro che crescere non significa solo cercare competenze già pronte, ma creare le condizioni perché quelle competenze nascano e si sviluppino all’interno. Il che vuol dire inserire figure junior. Un passo che richiede all’impresa di capire i giovani e ai giovani di capire l’impresa. Su cosa si aspettano i giovani dal lavoro esiste una vasta letteratura scientifica ma permangono anche dei pregiudizi. “Le prime cose che mi chiedono – dicono alcuni imprenditori – è: quanto dura l’orario di lavoro? Sono libero nei week end? Posso lavorare da casa? Io mi sono sacrificato per fare nascere e crescere l’azienda, per affermarmi, loro sembra che si adattino a lavorare solo per potersi pagare il tempo libero”.
In realtà è vero che i giovani rispetto alle generazioni precedenti considerano più importante il bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa. Per questo cercano flessibilità e amano lo smart working. Ma questo non significa non avere voglia di lavorare, significa voler lavorare in un modo diverso: la Gen Z, grazie ai cellulari e ai social, è abituata a mescolare vita reale e vita virtuale, non è che le confonda ma agisce su più livelli. Siamo abituati ormai al ragazzo o alla ragazza che in treno chiacchiera con gli amici, ascolta musica, scrive e legge sul cellulare. E non perde la fermata. Giovani così vogliono un ambiente dinamico, vivace, stimolante e poco formale, organizzazioni fluide e meno gerarchiche rispetto a una ventina di anni fa. Le imprese si stanno adeguando, lo smart working dove possibile si estende, sono frequenti gli open space, e le stanzette con il distributore di caffè sempre più spesso diventano spazi luminosi dotati di calciobalilla, tavolo da ping pong, poltrone. Ne giova anche l’azienda perché questi ambienti favoriscono la circolazione delle idee e l’interconnessione tra diversi reparti.
Tutto questo è importante. Però non basta. I giovani nell’azienda devono trovare un ambiente consono alla loro sensibilità ma devono essere formati. In questo processo stage e apprendistato hanno un valore profondamente strategico. Poter formare una persona fin dalle basi permette di lavorare non solo sulle competenze tecniche, ma anche sul metodo di lavoro, sulla mentalità e sull’approccio quotidiano alle responsabilità. Accompagnare un giovane all’interno dei processi aziendali vuol dire trasferire know-how in modo graduale e strutturato, evitando il rischio di inserire profili già formati ma poco aderenti alla cultura e alle reali esigenze operative dell’impresa. Come strutturare in modo efficace stage e apprendistato? Ne parliamo con Clio Basso, insieme con Selene Marone titolare dell’agenzia per il lavoro genovese Waddi, specializzata in ricerca e selezione del personale, in grado di coprire i settori più critici per la Liguria: ICT, studi professionali, impiantistica, ingegneria e servizi alle imprese.
Negli annunci di lavoro oltre alle richieste di personale con esperienza compaiono quelle di neodiplomati o neolaureati. Che cosa è necessario perché l’ingresso di questi giovani sia proficuo per loro e per l’azienda?
«I giovani che oggi entrano nel mondo del lavoro cercano contesti in cui poter crescere, apprendere e intravedere un percorso chiaro. Per questo stage e apprendistato diventano strumenti efficaci solo quando sono progettati come vere esperienze formative e non come fasi di passaggio prive di prospettiva».
Vuol dire che già in questa fase bisogna pensare a un percorso di carriera?
«Sì, bisogna definire obiettivi chiari, prevedere momenti di affiancamento, investire nella formazione e fornire feedback continui. È in questo processo che l’azienda può plasmare il talento, accompagnandolo verso ruoli sempre più strutturati e coerenti con la propria evoluzione interna. Considerare le figure junior come una soluzione temporanea o marginale è un errore di visione. Le aziende che scelgono di formare le proprie risorse internamente costruiscono competenze difficilmente replicabili, rafforzano il senso di appartenenza e riducono il turnover nel medio-lungo periodo. Investire oggi su stage e apprendistato significa preparare i professionisti che domani saranno parte integrante della crescita e della stabilità dell’organizzazione. È una scelta che richiede tempo, metodo e visione, ma che genera vantaggi competitivi duraturi».
Ma l’impresa, in particolare se medio-piccola, ha le competenze per strutturare percorsi davvero efficaci?
«Perché gli inserimenti generino valore reale, è fondamentale che siano supportati da una progettazione solida anche sul piano normativo e formativo. Qui si inserisce la nostra partnership con Xelon Sinergetica srl, società specializzata in attivazione di tirocini e formazione professionale mirata. Grazie a questa collaborazione le aziende possono contare su un supporto completo nell’attivazione dei tirocini extracurriculari, nella gestione degli aspetti burocratici e nell’erogazione dei corsi obbligatori per apprendisti. Un approccio integrato che consente di seguire le persone in ogni fase del loro percorso: dall’ingresso in azienda, alla formazione, fino allo sviluppo professionale. Un vantaggio concreto sia per le imprese, che hanno un interlocutore unico e competente, sia per i giovani, che trovano un percorso strutturato e coerente».
Si tratta di crescere insieme
«Con metodo e visione. Inserire figure junior non è solo una risposta a un’esigenza immediata, ma una scelta che incide profondamente sul futuro dell’organizzazione. Significa credere nella formazione, nel tempo e nel valore delle persone. Le aziende che sanno investire sui giovani, accompagnandoli con visione e competenza, costruiscono basi solide per una crescita sostenibile e duratura».
























