Sull’economia circolare pubblichiamo un contributo di Franco Floris, già amministratore unico di Sviluppo Genova ed ex sindaco di Andora
I numeri non mentono, ma sanno essere feroci. Secondo le recenti elaborazioni su dati Istat-Coeweb, l’Italia si trova nel mezzo di una tempesta perfetta: tra il 2019 e il 2024, il costo delle importazioni di materiali è balzato da 424,2 a 568,7 miliardi di euro. Un aumento del 34% che avviene a fronte di un calo reale delle quantità importate (-7,8%). In sintesi: compriamo meno, ma paghiamo molto di più. Questo scenario dovrebbe essere il terreno fertile per l’economia circolare, l’unica vera strategia di difesa per un Paese povero di materie prime. Eppure, chi l’economia circolare la fa davvero — le imprese — vive oggi in uno stato di isolamento e sofferenza, schiacciato tra la retorica dei convegni e una realtà di mercato che premia ancora il “vergine” a scapito del “riciclato”.
La trappola del prezzo e il fallimento della politica fiscale
Il nodo è industriale, prima ancora che ambientale. A oggi, produrre partendo da materia prima vergine costa spesso meno che recuperare. Il processo di riciclo — che include raccolta, selezione, trattamento termico o meccanico e certificazione — sconta costi energetici e logistici che il mercato, da solo, non può assorbire.
Qui emerge la grande assente: l’eco-fiscalità. Si parla da anni di Iva agevolata per i prodotti rigenerati o contenenti materie prime seconde (mps), ma nulla è stato fatto. Senza una leva fiscale che corregga il vantaggio competitivo delle materie vergini (spesso estratte in contesti privi di tutele ambientali), il consumatore e l’industria continueranno a scegliere l’opzione a minor costo immediato, scaricando sulla collettività il peso delle esternalità ambientali.
Se la differenziata diventa un costo e non un valore
C’è poi un equivoco culturale che blocca il sistema: la confusione tra mezzo e fine. La raccolta differenziata non è l’economia circolare; ne è solo la logistica di ingresso. Separare i rifiuti è inutile se non esiste una capacità impiantistica di trasformazione e, soprattutto, un mercato di sbocco. Senza industria, la differenziata resta un costo in bolletta per i cittadini, non un valore aggiunto per il Paese.
Il muro della burocrazia e l’incompetenza dei tavoli tecnici
A peggiorare il quadro è la frattura tra chi disegna le norme e chi gestisce gli impianti. I tavoli tecnici sono spesso popolati da soggetti che non conoscono il mercato, portando a paralisi normative come quelle sui decreti End of Waste. Ritardi burocratici che non tengono conto dei tempi della produzione finiscono per soffocare l’innovazione, trasformando potenziali risorse in rifiuti eterni per legge. In un contesto globale dove l’attenzione ambientale sta pericolosamente scivolando in secondo piano rispetto alle urgenze belliche ed energetiche, rischiamo di perdere l’unica occasione di autonomia strategica. Se le imprese circolari chiudono per asfissia finanziaria, l’Italia rimarrà ostaggio dei mercati esteri per ogni grammo di metallo o minerale necessario alle proprie filiere.
Tre pilastri per non fallire
Non serve altra retorica. Servono tre interventi immediati:
1. Shock fiscale: Introdurre un’ecofiscalità generale e un’Iva ridotta per i prodotti circolari. La sostenibilità deve convenire al portafoglio, non solo alla coscienza.
2. Semplificazione “End of Waste“: allineare i tempi della burocrazia a quelli dell’industria.
3. Green public procurement (Gpp) obbligatorio: La pubblica amministrazione deve smettere di essere un osservatore e diventare il primo acquirente di prodotti circolari, garantendo quella massa critica necessaria a scalare i volumi.
L’economia circolare è una questione di sicurezza nazionale. Continuare a ignorarlo non è solo un errore ambientale, è un suicidio economico.
Franco Floris
























