La storia sportiva della Sampdoria la conoscono tutti. Ma i lati economici reconditi che ne crearono il momento di massimo splendore, quelli dei Mantovani, e i tanti successi, sono appannaggio di pochi.
Ne parliamo oggi, pur in un momento particolare, quello in cui la squadra, la società e i tifosi aver dovuto persino fare i conti per qualche settimana con qualche piccolo incubo sulla permanenza in serie A.
Una premessa è d’obbligo: torniamo indietro nel tempo, quando le performance sportive blucerchiate non erano state la conseguenza di campagne acquisti fortunate o dello sfruttamento di momenti favorevoli. I risultati della Sampdoria furono il frutto di una pianificazione societaria di prim’ordine, fondata sulla ricostituzione e il progressivo rafforzamento di una struttura aziendale all’altezza di raggiungere prima posizioni importanti e poi, cosa più difficile, mantenerle.
Questo emerge dalla lettura dei bilanci degli anni d’oro blucerchiati. Proprio seguendo i numeri ricostruiamo la storia della Samp, valutandola per quello che in effetti era all’ interno delle proprie sedi sociali: un’azienda.
Partiamo da lontano. È la fine della stagione 78/79. Paolo Mantovani non ha ancora preso le redini della società. La relazione al bilancio si apre con un commosso ricordo dei soci defunti. Vengono elencati per cognome e nome, crome si fa sotto le armi. E il mesto raccoglimento continua nel riepilogo di un’ ennesima stagione difficile, nell’ elencazione di numeri piccoli, di ricavi risicati, di quadrature di conti più simili a quelle familiari del pranzo con la cena che a quelle di una società di capitali. La Sampdoria, allora, era solo quello: un piccolo scrigno per il cuore dei tifosi, poco di più. Gli amministratori sottolineavano lo sforzo economico profuso nella conferma di Garella e Roselli e nell’acquisto di qualche uomo di esperienza. D’altronde botteghino e abbonamenti garantivano a stento un miliardo e i soli stipendi superavano gli 800 milioni.
Basso profilo anche nel bilancio chiuso a giugno ’81, resoconto di una brutta stagione di B. Si confermava all’ assemblea che le rate del mutuo erano state regolarmente pagate, che non esistevano debiti con il Comune e che si era raggiunto un accordo con una Tv locale, previa risoluzione del contratto con un’altra che aveva creato problemi con servizi giornalistici dagli spogliatoi.
Non dimentichiamo che eravamo nella preistoria del mercato dei diritti televisivi.
Da qui inizia il periodo dell’influenza prima e della guida poi dei Mantovani.
Stagione 81/82. Ritorno in A. Arrivano Brady e Francis. Si conclude un triennale di sponsorizzazione con Phonola. Si pongono le basi della società che arriverà lontano. II capitale sociale sale a 2,7 miliardi e il capitale umano dello staff viene arricchito dalla consegna del settore tecnico giovanile a Domenico Arnuzzo, coadiuvato dal neo assunto Marcello Lippi.
Mantovani decide anche di dare ulteriore spessore ai mezzi propri con un’ ulteriore delibera di aumento di capitale. La squadra va bene, ma al presidente evidentemente non basta. I mezzi di rischio vengono portati da 3 a 5 miliardi, nonostante botteghino ed abbonamenti facciano il pieno.
Si punta su giovani di certe speranze. Vengono stanziati investimenti corposi, dopo quello su Mancini, per assicurarsi Vierchowod, Galia e Pari. II valore della rosa a bilancio sale da 5 a 12 miliardi. Non viene ceduto nessun giocatore importante.
Si guarda avanti, ma senza creare aspettative in nessuno se non nei soci e nei dirigenti. Di queste cose si parla solo in sede.
E arriviamo alla svolta. Bilancio di chiusura della stagione 83/84. Mantovani delibera un altro aumento di capitale da 5 a 6 miliardi e in più lancia un prestito obbligazionario di 3 miliardi che, c’ è da credere, in massima parte sottoscrive lui stesso.
Vestono il blucerchiato Vialli, Mannini, Beccalossi, Salsano e Bocchino, ma in relazione Mantovani conferma la stima per Francis, che ha recuperato la forma fisica, e l’apprezzamento per il neo acquisto Souness, chiamato “il nostro Scozzese” con la S in maiuscolo. Cominciano ad arrivare i successi.
La stagione ’84/’85 è quella della Coppa Italia, dello sbarco in Europa (sfortunato), del quarto posto in campionato. Si mette mano alla finanza aziendale per avere Lorenzo, Aselli e Matteoli. II valore della rosa a bilancio aumenta a 17 miliardi, ma le plusvalenze, visti i nomi degli atleti, sono davvero importanti. I ricavi toccano i 10 miliardi, ma i vertici societari intervengono spesso con apporti di liquidità per sostenere il corretto andamento finanziario.
Bilancio a giugno ’87. Inizia la rincorsa allo scudetto, con punto di partenza l’aumento di capitale a 7.5 miliardi. I riflessi del progressivo irrobustimento della struttura societaria sfociano nel quarto posto in campionato dell’ anno successivo.
Da lì in avanti la storia dei bilanci della Sampdoria diventa “nazionale “ a tutti gli effetti. Arrivano le Coppe (italiane ed europee), lo scudetto, e il canto del cigno della finale di coppa dei Campioni.
Da quel giorno la Sampdoria, tornò dapprima sulla Terra e poi – anno dopo anno – nella propria terra di appartenenza. Fino a quando la famiglia Mantovani lasciò il timone della Sampdoria dopo tanti anni e le molte vittorie che l’avevano lanciata ai vertici del calcio italiano. Lo fece senza mettersi alla finestra ad aspettare che arrivassero i soliti cortei di presunti compratori con seguito di nani e ballerine alla ricerca di pubblicità gratuita. La famiglia apparteneva, come appartiene, a una dinastia dell’ alta finanza.
Per rendersi conto fino in fondo cosa abbiano significato le dimissioni di Enrico Mantovani per la Sampdoria e anche per la città, bisogna fare un passo indietro. Nella stagione della inattesa retrocessione, al Melograno erano stati avviati i primi passi per vagliare la possibilità della quotazione in borsa della società. Lo studio di attualizzazione, per stabilire il valore dell’ azienda, era stato affidato a una primaria banca nazionale. Ed è da quell’ asettico resoconto che era uscita la cifra di oltre cento miliardi, che rappresentava il “prezzo” della società. Ma l’incarico dello studio all’istituto di credito non sottintendeva certamente la volontà di Mantovani di uscire dalla Sampdoria. Anzi.
L’intendimento era quello di capire innanzitutto cosa si poteva offrire all’eventuale, futuro azionariato diffuso. Poi, su queste basi, cercare alleati nel campo commerciale e del marketing per poter creare intorno al soggetto sportivo debitamente rafforzato (la squadra) una serie di iniziative collaterali che avrebbero fatto leva, oltre che sulla bandiera blucerchiata, su tutto quello che caratterizza Genova, lanciata sulla strada dell’uscita dalla crisi che la aveva attanagliata negli ultimi anni. La Sampdoria, nelle intenzioni della società di piazza Campetto, avrebbe dovuto rappresentare per la città un veicolo pubblicitario capillare e gratuito. E la validità di questo tipo di progetto era stata tale che a sottoscriverne i contenuti era arrivato dalla Germania il colosso Bertelsmann, una multinazionale dell’ informazione e del marketing con pochissimi omologhi al mondo. L’impegno tedesco aveva anche una quantificazione monetaria: 120 miliardi in dieci anni da spendersi in programmazione e sviluppo delle iniziative.
La malaugurata retrocessione in serie B, nei piani a medio lungo termine dei partner, non poteva che essere considerato un incidente di percorso. E c’ è da credere che, guardando lontano, fosse anche stata presa in considerazione l’ ipotesi che la squadra potesse non farcela al primo tentativo, anche se la compagine messa in campo era, a detta dei tecnici del gioco, sicuramente in grado di vincere il campionato. Era andata che la Sampdoria non ce l’avesse fatta, seppure di poco (un punticino di differenza) a risalire in serie A, rifacendo la cadetteria. E, con l’occhio a domani, nei piani di costruzione del futuro ci poteva, obtorto collo, anche stare.
Le dimissioni di Mantovani sconvolsero tutto. Fuori lui, il gioco cambiava. E cambiò tanto. La società soffrì sino all’arrivo della famiglia Garrone. Da lì iniziò un’altra storia.






















