“Un bagliore” di Jon Fosse

Pubblicato dalla Nave di Teseo

Jon Fosse ha dichiarato di non conoscere l’esatta chiave interpretativa del suo romanzo breve, o novella, “Un bagliore”, pubblicato nei giorni scorsi dalla “Nave di Teseo” e tradotto da Margherita Podestà Heir, ma di essere contento del risultato.

Sta a noi cercare la nostra. Del resto è destino di ogni lettore: chi legge interpreta.

Un bagliore è il racconto di un uomo che si perde nel bosco, la sera di un tardo autunno, quasi inverno. Parte in automobile. “Avevo guidato, senza sapere dove fossi diretto. Era per via della noia che mi aveva assalito e di cui ero rimasto vittima (… mi sentivo vuoto, come se la noia si fosse trasformata proprio in quello, in un vuoto). L’auto a un certo punto rimane bloccata nel fango e l’uomo scende per cercare aiuto. “Ma cosa avevo in testa – si chiede – non aveva senso inoltrarsi in quella selva oscura (l’espressione dantesca ricorre più volte e di certo non a caso, ndr) per trovare gente… Pura follia. Stupidità.

La noia, il senso di vuoto, la rinuncia al calcolo razionale (che si traduce in follia, stupidità) portano l’uomo a un’esperienza interiore. Del resto tutto il racconto si svolge con le modalità del monologo interiore, veloce, convulso, fatto di ripetizioni e successive approssimazioni. Nevica, è freddo, non si vedono tracce di vita umana, case, strade, e quando l’uomo è privo di orientamento e di progetti, quando è del tutto vuoto, quando ha perso se stesso, nel buio e nel silenzio, un bagliore illumina il buio, una luce bianca senza forma ma brillantissima e pura. E nel silenzio l’entità parla. È una voce interiore, parla solo all’uomo (ma forse anche a noi). In questo dialogo muto il protagonista chiede: cosa vuoi da me? e l’entità risponde: non posso dirtelo. Perché mi state seguendo? “Non ti sto seguendo… ti sto accompagnando. (…) Dico: chi sei? L’entità risponde: io sono chi sono – e penso di avere già sentito quella risposta, ma non riesco a ricordare dove, o forse l’ho letta da qualche parte.

Compaiono poi nel bosco i genitori dell’uomo e un personaggio misterioso, vestito di nero e a piedi nudi, che accompagna il protagonista e i genitori (che è come se ci fossero e non ci fossero), fuori del bosco, verso la luce. A un certo punto tutti e quattro sono a piedi nudi, finché “all’improvviso sono immerso in una luce così forte che non è una luce, no, non può essere una luce, ma un vuoto, un nulla e, sì, non è forse l’entità splendente quella che c’è davanti a noi, sì, l’entità radiosa nel suo biancore e dice seguimi e la seguiamo, lentamente, passo dopo passo, respiro dopo respiro, l’uomo con l’abito nero, senza volto, mia madre, mio padre e io, usciamo a piedi nudi nel nulla, respiro dopo respiro, e all’improvviso non esiste neanche il singolo respiro, ma solo l’entità splendente, scintillante che dal suo biancore illumina un nulla che respira, che adesso è ciò che respiriamo”.

Ognuno, suggerisce Fosse, trovi il suo significato di questo racconto. E certo non saremo noi a suggerirne uno. Ci limitiamo non a proporre un collegamento ma a condividere una suggestione che il testo di Fosse ci ha stimolato, e cioè che “Bagliore” sia la gemma aggiunta oggi a un tesoro millenario. Una suggestione che ci viene dalla lettura della Salita al Monte Carmelo San Juan De La Cruz nella traduzione di Cristina Campo (dalla “Tigre Assenza” a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 2001).

Ecco il testo

Modo per arrivare al tutto

Per arrivare a quello che non sai/ devi andare per dove non sai./ Per arrivare a quello che ora non ti piace/ devi andare per dove non ti piace. /Per arrivare a quel che non possiedi/ devi andare per dove non ti piace./ Per arrivare a quello che non sai/ devi andare per dove non sai.

Modo per avere il tutto

Per arrivare a sapere tutto/ non voler sapere nulla in nulla./ Per arrivare a godere tutto/ non voler godere nulla in nulla./ Per arrivare a possedere tutto/ non voler posseder nulla in nulla./ Per arrivare a essere tutto/ non voler essere nulla in nulla.

Modo per non ostacolare il tutto

Quando ripari in qualcosa/ tu cessi di tendere al tutto,/ poiché per giungere del tutto al tutto/ devi lasciare del tutto il tutto./ E quando tu giunga tutto ad avere/ tu devi averlo senza nulla volere./ Poiché se in tutto vuoi aver qualcosa/ non hai puro in Dio il tuo tesoro.

 

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