Common Place, nei vicoli di Genova l’impresa al femminile specializzata in piante e design

L'intervista con la fondatrice Allegra Fregosi

Common Place, nei vicoli di Genova l’impresa al femminile specializzata in piante e design

Allegra Fregosi di Common Place parla della nascita del suo negozio nei vicoli di Genova, da un negozio di piante a una concezione del design, tantissimi progetti che hanno come comun denominatore la qualità di vita

– Di cosa vi occupate e chi siete?
«Sono la fondatrice e la ceo, come si dice ora, di un’impresa tutta al femminile che si chiama Common Place Snc. Noi amiamo dire che non è solo un negozio di piante. Lo definiamo un negozio di green design dove non solo vendiamo piante ma il concetto della pianta è strettamente legato al design, ci occupiamo anche di arredamento di interni con le piante. Siamo in due io e la mia socia Carlotta. Diciamo che ci alterniamo molto bene. Io mi occupo più della relazione con il pubblico, degli eventi e della gestione dei social. La mia socia Carlotta invece si occupa più della parte commerciale. Ci equilibriamo molto però adesso siamo in quattro: c’è stata una sorpresa, ad agosto, abbiamo aperto un secondo negozio a Milano dove gestito da altre due donne».

– Perché avete deciso di mettervi in proprio e scegliere proprio un “negozio di piante”?
«Non sono biologa, non ho studiato agronomia, non ho mai avuto una pianta in casa fino a cinque anni fa e ho deciso di aprire questo negozio di piante perché avendo un occhio aperto su quello che era il centro genovese mi ero accorta che, nonostante avesse tutte le carte in regola, non c’era niente di verde e poche piante sui terrazzi, poche piante in casa. Con la mia socia volevamo avere un ritorno ma anche creare qualcosa di più equo e sostenibile».

– Piano B che cos’è?
«L’idea era appunto di creare un progetto super sostenibile ed ecologico e abbiamo trovato il mezzo ideale nella stampante 3D che lavora l’argilla. Il nostro progetto appunto non ha solo l’obiettivo di vendere piante, ma di vendere la pianta senza plastica e renderla più autonoma possibile. Quindi, con l’aiuto anche di un architetto che è il nostro stagista, abbiamo ideato il vaso auto innaffiante: Piano B. Oltre a Piano B abbiamo realizzato anche da pochissimo: un altro vaso che si chiama Nomade e un cono che si chiama Il Santo Cono».

– Cosa c’entrano le piante con la stampa 3D?
«È iniziato tutto da Piano B. È un progetto che lega appunto il design alla sostenibilità, quindi rendendo la pianta più autonoma, la pianta vive più a lungo e può essere tenuta da persone che magari sono spesso fuori per lavoro e non hanno tempo da dedicare alla pianta. Persone che però desiderano avere del verde in casa. La stampante 3D può progettare e fare dei vasi personalizzati, infatti stiamo vendendo vasi personalizzati per cerimonie, matrimoni, battesimi perché ovviamente facendo il disegno possiamo possiamo crearlo in base alle singole esigenze».

– Ci puoi raccontare qualcosa sul vostro nuovo progetto legato alle piante aromatiche?
«Il progetto legato alle piante aromatiche si chiama Nomade che è proprio il nome del vaso. Non volevamo più solo una fetta di clientela, che ovviamente ringraziamo, che è quella che ama le piante, volevamo allargare il bacino di pubblico, andare anche a toccare gli amanti del cibo. Le piante aromatiche sono sempre state un problema da tenere in casa perché richiedono moltissima umidità. Il nuovo vaso Nomade, che riprende un po il concetto del Piano B, è anch’esso un vaso auto annaffiante ma un pochino più semplice perché non viene venduto con la bull di vetro. L’abbiamo ideato con una scala perché si può adattare a vasi, a barattoli riciclati che ognuno di noi ha in casa. Il nome Nomade è legato alle modalità con cui abbiamo deciso di pubblicizzarlo, un’operazione di marketing facendolo girare fra i migliori ristoranti di Genova e Milano».

– Le vostre collaborazioni?
«Crediamo appunto che collaborando con altre realtà che, ovviamente devono essere in linea con noi, si possa creare una rete molto più produttiva. Le abbiamo sempre strette e continueremo a tesserle. Queste collaborazioni ci fanno crescere anche a livello di comunicazione sui social e ci danno nuove idee e nuovi spunti per creare nuovi progetti».

– I vostri vasi e il concetto di design?
«Allora il concetto di design è molto legato a una frase: l’etica è anche bellezza. Quindi dove c’è la bellezza c’è anche un aspetto etico, perché dove c’è design c’è anche una ricercatezza che dura nel tempo e quindi, alla lunga, hai un ritorno perché sprechi meno. Hai un oggetto che è funzionale, ma nello stesso tempo è bello».

– Ci fate degli esempi su come realizzate il vostro impegno nei criteri Esg?
«Quello che ci interessa come Common Place, proprio come impresa, è una qualità di vita, una qualità di vita a 360 °, non solo in quello che vendiamo che sono piante, e più vita delle piante ce n’è poca, ma anche in come gestiamo il negozio. Infatti per quanto riguarda la governance del nostro negozio abbiamo deciso di seguire degli orari per noi umani nel senso che in nord Europa stanno già andando molto bene le nuove proposte di lavorare quattro giorni a settimana dalle 11 alle 19. Abbiamo capito che siamo molto più produttive in questo modo, perché abbiamo tempo da dedicare a noi stesse, alle nostre idee. Arriviamo a casa senza essere distrutte e meno stanche, riusciamo quindi ad essere molto più produttive, e intuitive il giorno dopo».

– Quale consiglio daresti ai giovani che vogliono iniziare un’attività imprenditoriale?
«Ai giovani il consiglio è sicuramente di tenere gli occhi aperti. Nel senso di guardarsi intorno, non credere a quello che a volte si sente dire in giro che non c’è lavoro. Consiglio anche di viaggiare per vedere cosa va all’estero perché le tendenze già diffuse in Nord Europa poi piano piano, siamo un pochino più lenti, arriveranno anche qui. Buttare giù un sacco di idee, sia io che la mia socia prima di arrivare aprire Common Place abbiamo fatto tantissimi altri lavori quindi non snobbate nessun altro lavoro perché può essere solamente un aiuto, una gavetta per arrivare a chiarirsi le idee e poi trovare il punto giusto. Un’altra cosa che consiglio è di chiedere aiuto, non a un dottore, ma a degli specialisti, perché senza di loro è ovvio che la nostra sarebbe rimasta un’idea o magari avremmo iniziato e chiuso dopo poco».

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