Aladino e la lampada incantata, edito dal Canneto con introduzione di Paolo Branca utilizzando il testo pubblicato da Einaudi nella traduzione di Francesco Gabrieli (1948) ci propone la storia di Aladino estrapolata dalle “Mille e una notte”, antologia medievale in lingua araba di racconti tradizionali, raccolti e scritti a partire dal IX secolo. Racconti che hanno come filo conduttore il racconto di Sherazade, la sposa del sultano che lascia la narrazione incompleta all’alba per riprenderla al tramonto e avere così salva la vita. Nel corso dei secoli sono stati aggiunti diversi racconti. La provenienza geografica di queste storie è molto ampia e, secondo alcuni studiosi, comprende tradizioni orali di India, Persia, Cina, Egitto e Turchia.

La prima versione europea, del francese Antoine Galland, risale al 1704 e si basa su una traduzione di un manoscritto sirio composto da quattro volumi. Fu un successo letterario immenso e registrò un altissimo numero di vendite. Un successo che si inscrive in un fenomeno più ampio, quello delle “turcherie”, che riguarda non non solo la Turchia ma tutto l’Oriente,  iniziò in Europa nel XVI secolo, dilagò nel XVIII secolo, nella musica, nella pittura, nell’architettura, nei manufatti, per furoreggiare fino agli inizia dell’Ottocento. Lully, Beethoven, Rossini, Haydn, Mozart, Donizetti ci svelano i riflessi e il fascino della musica turca nell’immaginario europeo della loro epoca.

Cormon Fernand Le harem

La battaglia di Vienna del 1683, con la quale gli austriaci avevano respinto l’invasione ottomana, diede avvio alla controffensiva europea che portò, negli anni seguenti, alla liberazione dell’Ungheria, della Transilvania e della Croazia, e alla difesa della Dalmazia. Nei confronti dell’impero turco gli europei non provarono più paura ma una misto di ironia e di fascino per l’esotico. Nell’immaginario collettivo europeo entrarono, e sono rimasti, gioielli, tappeti volanti, lampade magiche, cammelli, turbanti, veli, harem, odalische. Tanto che il successo delle Mille e una notte fu maggiore in Occidente che nel mondo arabo, dove la raccolta non ebbe grande prestigio e rimase ancorata alla letteratura intermediaria tra quella dotta e quella orale.

Inoltre, i racconti diventati più famosi in Occidente, riprodotti ancora oggi in film e cartoni animati, quelli Sinbad il marinaio, Alì Babá e i quaranta ladroni, e di Aladino e la lampada meravigliosa, sono aggiunte molto più recenti al corpus originale. Aladino, in particolare, non appariva in nessuna versione fino a quella di Galland. Sembra che l’orientalista francese sia venuto a conoscenza della storia grazie ai racconti di un cristiano siriano.

Che cosa ci affascina ancora oggi nella storia Aladino riproposta dal Canneto?

Diciamo subito che quella di Aladino è una fiaba. La principale differenza tra fiaba e favola è che la favola è stata creata per insegnare qualcosa, trasmettere una morale, quindi ha inevitabilmente uno scopo “educativo”, mentre la fiaba ha più uno scopo di intrattenimento. I più grandi autori di favole sono Esopo e Fedro. In comune queste due forme di racconto hanno l’assenza di dettagli riguardanti il tempo, e la vaghezza nella descrizione dei luoghi.

Le favole si concludono con una morale, anche in forma di proverbio, cioè un insegnamento che l’autore vuole dare ai lettori relativo ai comportamenti dei protagonisti. Sono sprovviste di quella “magia” tipica delle fiabe, e può capitare che il protagonista, seppure buono, venga sopraffatto dal cattivo.

Il mito costituisce un’antichissima forma di narrazione orale, nata per spiegare, attraverso le imprese di eroi e dei, le origini dell’universo e dell’uomo e i fenomeni naturali, anche astrologici, adoperando la fantasia, il linguaggio figurato anziché quello scientifico. Il mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Herta von Dechend (Adelphi) evidenzia, comparando miti, concezioni religiose e poemi epici di ogni tempo e luogo, una nozione scientifica contenuta in essi e consistente nella codificazione della precessione degli equinozi attraverso una forma narrativa che di solito ha per protagonisti personaggi e situazioni bizzarre, almeno per la nostra mentalità e senso estetico.

Soprattutto i miti, ma anche le favole, se la morale non è esplicitata, vengono facilmente fraintesi nel passaggio di poche generazioni, fino a urtare la morale, la logica e l’estetica di chi non ne capisce più, sotto il linguaggio figurato, lo spirito originario e allora li dimentica o li adatta alla nuova sensibilità. Persino la (recente) favola di Pinocchio, con la sua pedagogia a volte crudele, e pensata per preparare i ragazzi a una società imperniata sui doveri più che sui diritti, stride con il sentire comune dei nostri tempi, in cui gli adulti incessantemente scoprono nuovi diritti e reclamano spazi intangibili per la propria soggettività.

Aladino non corre il rischio di essere frainteso. È il protagonista di una fiaba. E non ci vuole insegnare nulla, ci affascina per le avventure che corre, i continui colpi di scena, le meraviglie che ci mostra, perle, gioielli, oro, pietre preziose. Difficile trovare nella sua storia un messaggio pedagogico, anche se c’è chi lo ha cercato.

Il nostro è un ragazzo scioperato che fa morire di dolore il padre con il suo rifiuto di imparare un lavoro, quello del sarto, che il padre voleva tramandargli, e qualsiasi altro lavoro. Vive tranquillamente alle spalle della madre e se si appassiona a un mestiere è quello del commerciante, ma solo perché gli permette di indossare gli abiti eleganti che il mago cattivo, perseguendo i suoi fini, gli regala. Non ubbidisce neppure all’ordine del Sovrano, che tutti chiudano i magazzini e le botteghe e rientrino in casa perché sua figlia, la principessa Badr al Budùr vuole recarsi al bagno. Chi trasgredisce l’ordine sarà punito con la morte. Aladino non ubbidisce, vede la principessa che entrando nel bagno scopre il suo volto, brillante «come il sole luminoso» o come «una splendida perla». Non avendo   rispetto per le convenzioni sociali, se ne innamora e decide di sposarla, nonostante la propria umile condizione. E ci riuscirà, non tanto per le proprie virtù ma facendo sfoggio delle ricchezze ottenute senza fatica grazie alla lampada magica, che seducono il Sovrano e la principessa.

Dove Aladino progredisce e matura è nel confronto con i suoi avversari, il vizir e i due maghi cattivi. Un confronto in cui dimostra tenacia, coraggio e duttilità nel fare fronte ai continui colpo di scena della fiaba, finché riesce a sposare la principessa.

«Così Aladino rimase con la sua sposa Badr al Budùr in serenità e prosperità, scampato da ogni pericolo. Dopo qualche tempo il Sultano morì ed egli salì al trono e governò con giustizia tra i sudditi, amato da tutti; e visse così con la sua sposa Badr al Budùr felice e contento sino al sopravvivere di Colei che ogni piacere distrugge e ogni compagnia separa».

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