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Pandemia e rischio di credito: a lesson learned o business as usual per le banche italiane?

Dipartimento di Economia dell'Università di Genova by Dipartimento di Economia dell'Università di Genova
Agosto 12, 2021
in Senza categoria
Reading Time: 7 mins read
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Pandemia e rischio di credito: a lesson learned o business as usual per le banche italiane?

Come ricordato anche in queste pagine, lo scoppio della pandemia e le conseguenti restrizioni per contenere la diffusione del virus rappresentano uno shock macroeconomico in grado di destabilizzare il sistema economico e finanziario. A fronte di una contrazione dei ricavi e della conseguente carenza di liquidità, molte imprese hanno rischiato e in taluni casi tuttora rischiano di trovarsi in situazioni di fatale squilibrio economico e finanziario. Ciò nonostante a oggi l’impatto avverso della pandemia e il rischio di fallimento di molte imprese sono stati contenuti grazie a una serie di misure di politica economica che hanno determinato tra l’altro una consistente disponibilità di credito bancario.

La previsione da parte del governo di diverse misure di sostegno all’economia, e in particolare l’offerta di garanzie pubbliche e moratorie, unitamente alla politica monetaria espansiva che ha garantito liquidità a tassi particolarmente bassi, hanno infatti consentito che anche nella prima parte del 2021 le politiche creditizie delle banche italiane si caratterizzassero per criteri “distesi”. Il credito è aumentato a tassi elevati sia per le imprese (+4,6% a maggio 2021, Bollettino Economico Banca d’Italia, 3/2021) sia per le famiglie (3,9%).

Di fronte alle profonde incertezze che connotano il futuro è tuttavia lecito chiedersi se, soprattutto nel momento in cui le moratorie verranno sospese, il rischio di insolvenza dei prenditori di fondi non sia destinato ad aumentare e con esso l’incidenza dei prestiti deteriorati (i c.d. non performing loans). Come noto, il peso dei npl nei bilanci delle banche europee, e in particolare di quelle italiane, è esploso successivamente alla crisi finanziaria internazionale del 2008 e alla recessione che è seguita, e ha rappresentato un elemento in grado di minare la stabilità di numerosi intermediari e di interi sistemi bancari. Dopo aver raggiunto il punto di massima crescita nel 2015, grazie anche alle consistenti pressioni delle autorità di supervisione bancaria, i prestiti deteriorati si sono ridotti in modo significativo e il loro peso lordo sul totale dei prestiti è pari oggi al 2,5% per la media delle banche europee (dati Eba dashboard, marzo 2021). Il percorso compiuto dalle banche italiane è stato più graduale a motivo sia del maggior peso iniziale dei npl, sia della minore diffusione di soluzioni di mercato – le cessioni a terzi – tale per cui l’incidenza media degli npl è ancora superiore alla media europea e pari al 4,1%, se si considerano i valori lordi, e pari al 2% se si guarda ai valori al netto delle svalutazioni già operate dalle banche (Bollettino Economico, Banca d’Italia, n. 3/2021).

Vale la pena ricordare brevemente che la presenza di npl nei bilanci bancari comporta una serie di effetti negativi per la la banca così come per il territorio in cui essa opera. Alti livelli di npl determinano infatti vincoli all’erogazione di credito – dovuti ai maggiori requisiti patrimoniali– e alla conseguente e continua erosione della redditività dell’attività di intermediazione creditizia, fenomeni che possono determinare l’instabilità della banca e un conseguente danno non solo per gli azionisti, ma anche per tutti i portatori di interessi (dalla clientela depositante a quella finanziata, dalle risorse umane impiegate nella banca all’intero indotto di quest’ultima).

Lo scoppio della pandemia non ha sinora avuto effetti significativi sull’ammontare di npl per le banche italiane. Il Rapporto sulla stabilità finanziaria elaborato da Banca d’Italia (n.1/2021) indica al riguardo che il tasso di deterioramento dei prestiti è rimasto pressoché stabile nel corso del 2020, ma mostra segnali di aumento, in particolare per i prestiti alle imprese operanti nei settori più esposti agli effetti della crisi sanitaria e che hanno maggiormente beneficiato delle misure di sostegno. Il recente incremento del rischio di credito riscontrato dalle banche italiane è relativamente elevato nel confronto internazionale. Anche secondo le stime di Abi-Cerved Outlook, a partire dalla fine del 2021, col venir meno degli effetti di contenimento delle moratorie e delle altre misure eccezionali adottate dalle autorità di vigilanza e dai governi, la lunga fase di miglioramento dei npl si potrebbe interrompere. Un’ulteriore conferma dell’aumento rischio di credito è fornita dall’aumento dell’incidenza di crediti classificati in Stage 2 – i prestiti performing ma con una cresciuta probabilità di trasformarsi in npl – che secondo le stime di PwC sono passati dal 9,5% al 14% tra fine 2019 e fine 2020 e per il biennio 2021-22 è atteso un flusso di 80-100 miliardi di nuovi npl.

L’aumento dei npl è quindi un evento per certi aspetti atteso, anche se non è detto che colpirà tutte le banche in misura analoga e che avrà lo stesso devastante impatto degli npl emersi dopo la crisi del 2011. Da un lato, la pandemia ha infatti accentuato l’eterogeneità delle performance e il conseguente livello di rischio delle imprese in funzione di parametri dimensionali, di localizzazione geografica e settore economico. È  pertanto verosimile che banche maggiormente esposte nei confronti di imprese medie e micro dei settori dei servizi – tra cui spicca quello del turismo – e in particolare quelle localizzate al Sud, si trovino a dover gestire tassi di deterioramento più elevati. Dall’altro lato, rispetto al momento in cui scoppiò la precedente crisi, le banche italiane si caratterizzano oggi per una maggiore capitalizzazione – il rapporto tra capitale di migliore qualità e attività ponderate per il rischio è più che raddoppiato – quindi una maggiore capacità di assorbire il possibile aumento del rischio di credito anche in scenari avversi, così come è merso anche dal recente stress test condotto dall’Eba. E ciò fa ben sperare con riferimento alla resilienza delle banche rispetto all’atteso aumento dei npl.

In aggiunta, nel corso dell’ultimo decennio si è osservato un deciso miglioramento della capacità delle banche italiane di gestire il rischio di credito. Tale miglioramento è in buona misura dovuto all’azione delle autorità di regolazione e supervisione che nel contempo hanno fornito stringenti indicazioni volte alla gestione efficace del rischio di credito e finalizzate, in ultima analisi, a preservare l’offerta di credito bancario.

Tra tali misure si ricordano gli orientamenti Eba in materia di Concessione e monitoraggio dei prestiti entrati in vigore a giugno 2021 e volti a rafforzare, in una logica anticipatoria, il primo presidio nei confronti di nuovi npl e cioè un’attenta attività di selezione e monitoraggio del rischio. Gli Orientamenti impongono il passaggio da un approccio «Re-active» (logica di gestione dei prestiti deteriorati in essere) a un approccio «Pro-active» della gestione del credito focalizzato sull’ intercettazione dei primi segnali di deterioramento del credito (c.d.early warning). A tal fine, il regolatore ha introdotto standard rigorosi e prudenti atti a migliorare le prassi, la governance, i processi e i meccanismi in materia di concessione, gestione e monitoraggio del rischio creditizio; la determinazione del pricing; la valutazione delle garanzie in sede di concessione, monitoraggio e revisione periodica del loro valore. Questi (nuovi) standard dovrebbero determinare, da un lato, una più attenta assunzione del rischio e, dall’altro, una più puntuale emersione delle attività deteriorate.

In questa seconda prospettiva è da considerare anche il c.d Calendar provisioning o Backstop prudenziale, un meccanismo – in vigore a partire dal 2018- che prevede la svalutazione integrale dei crediti deteriorati secondo scadenze prestabilite. Attraverso questo meccanismo si inducono le banche a riconoscere prontamente le perdite e a gestire in modo attivo i crediti deteriorati, evitando così che i npl si accumulino nei bilanci bancari senza adeguate rettifiche di valore, come accaduto in passato. Nella precedente ondata di npl numerose banche italiane, sulla base di stime che si sono rivelate eccessivamente ottimistiche, avevano procrastinato l’identificazione e il riconoscimento delle posizioni deteriorate. Se da un lato ciò aveva consentito di dilazionare gli effetti negativi sul conto economico sul patrimonio dall’altro lato ciò aveva portato all’accumulazione di npl, alla compromissione della capacità di erogare credito e, in taluni casi, all’instabilità della banca. L’introduzione del Backstop prudenziale rappresenta pertanto un forte incentivo a rendere più efficace ed efficiente l’attività di recupero dei npl sia attraverso la chiusura ordinaria delle attività deteriorate, sia attraverso la cessione a terzi.

È proprio la cessione a terzi che a partire dal 2015 ha permesso alle banche italiane, analogamente a quelle europee, di eliminare dai propri bilanci quote consistenti di npl. Secondo l’indagine annuale sulle cessioni di crediti classificati a sofferenza condotta a partire dal 2016 dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, il volume di sofferenze cedute a società specializzate e spesso oggetto di cartolarizzazione è infatti aumentato in misura molto consistente rispetto alla soluzione interna (c.d. workout) (v. Fig 1) e ciò anche a motivo di agevolazioni di natura fiscale, della presenza di garanzie pubbliche (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze, Gacs) nonché della moral suasion da parte delle autorità di vigilanza. E anche per il prossimo triennio le stime PwC e Banca Ifis prevedono un incremento delle cessioni di npl.

Dalla stessa indagine di Banca d’Italia emerge peraltro che il tasso di recupero risultante dalle operazioni di cessione, sebbene in aumento, sia ancora sensibilmente più basso rispetto a quello delle chiusure ordinarie. Va tuttavia considerato che nel caso di recupero interno degli npl l’incidenza dei costi operativi diretti e indiretti associati è spesso decisamente più elevata e i tempi di recupero (in media pari a 5 anni) più lunghi rispetto alla cessione a terzi, tali per cui tenendo conto del valore netto attualizzato il divario tra i tassi di recupero appare decisamente più contenuto se non nullo. Anche nel recente passato, le principali ragioni alla base del differenziale tra il valore al quale le sofferenze erano iscritte nei bilanci delle banche e quello che operatori di mercato specializzati erano disposti a offrire per acquistarle sono stati in larga misura riconducibili ai diversi criteri di valutazione impiegati a fini di bilancio rispetto a quelli utilizzati dagli investitori per la determinazione dei prezzi di acquisto. La corretta valutazione dei npl da parte delle banche è pertanto una condizione affinché si riduca il pricing gap, rendendo in tal modo sostenibile anche da un punto di vista economico la cessione dei npl a terzi.

L’ampliamento, e soprattutto la maggiore efficienza, del mercato secondario dei npl è considerato l’obiettivo principale dell’Action Plan: Tackling non-performing loans (NPLs) in the aftermath of the COVID-19 pandemic (https://ec.europa.eu/info/publications/201216-non-performing-loans-action-plan_en) pubblicato nel dicembre 2020 dalla Commissione europea. Nell’Action Plan la Commissione sottolinea altresì la necessità di riformare la normativa in materia di insolvenza delle imprese e di recupero dei crediti – attualmente estremamente penalizzante nel nostro Paese, come ricorda lo stesso governatore della Banca d’Italia – e di sostenere anche a livello Ue la creazione di società nazionali di gestione di attivi (c.d. Asset management companies o “AMCs”).

In sintesi, sebbene permangano criticità, fra tutte i ritardi della giustizia civile, e ambiti di miglioramento sia a livello nazionale che comunitario, il contesto in cui le banche affronteranno l’atteso deterioramento dei loro portafogli crediti post Covid è profondamente diverso da quello in cui esse hanno gestito la precedente crisi dei npl. L’effettiva capacità di gestire l’aumento del rischio dipende in ultima analisi dalla adeguatezza delle procedure di affidamento e monitoraggio e in generale dall’attività di risk management delle singole banche, nonché dalla loro capacità di individuare tempestivamente le migliori soluzioni interne o esterne per la gestione dei crediti deteriorati. Solo il tempo ci dirà se per le banche italiane si tratta di una lesson learned o di business as usual!

(Laura Nieri)

Tags: banca d'italiaBanca ifiscrediti deterioratinplpwc
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