Caschi da moto più leggeri ma molto più protettivi, cavi elettrici più efficienti e resistenti al fuoco, occhiali più flessibili. Sono solo alcune delle applicazioni pratiche del grafene, il materiale rivoluzionario costituito da atomi di carbonio.

La tredicesima start up nata all’interno dell’Istituto Italiano di Tecnologia, si occuperà di rendere il grafene alla portata di tutti, a costi minori, ma senza perdere tutte le sue eccezionali proprietà. BeDimensional, questo il nome della società, è guidata da una ricercatrice di 30 anni, Greta Radaelli e vede il coinvolgimento anche di altri ricercatori dell’Iit.

Nel progetto hanno creduto un imprenditore privato, Paolo Camponovo della Servizi Stampa Liguria e Ligurcapital, società del gruppo Filse, che entrano nella società e investiranno circa un milione e mezzo di euro. L’impianto di produzione sarà all’interno dell’Incubatore di imprese di Filse a Genova.

«Ringrazio il territorio che ci sta credendo, abbiamo creato 13 startup in 20 mesi – rileva Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Iit – cinque anni fa il grafene vinceva il Nobel, è un gioiello della natura ma costa 50 mila euro al grammo ed è complicato nella produzione. Allora ho chiesto a Francesco Bonaccorso, che è uno dei ricercatori arrivati all’Iit due anni fa, di democratizzare il grafene per renderlo disponibile a un euro al grammo».

Mettendo la polvere di grafene in un solvente, si ottiene un inchiostro che mantiene gran parte delle proprietà del materiale: «Siamo partiti da zero – ricorda Cingolani – oggi siamo uno dei primi gruppi della flagship europea sul grafene, una roba da 1 miliardo di euro in dieci anni».

Cingolani però fa anche un’altra riflessione fondamentale: «Siamo la parte “pesante” delle startup, perché il 90% sono di software, quindi a investimento minimo, mentre le nostre riguardano l’hardware. La manifattura è roba da Paesi avanzati, occorre un forte investimento infrastrutturale e una capacità di rischiare pazzesca. Se BeDimensional partisse da sola non potrebbe farcela. Qui lo Stato ha un ruolo fondamentale, ha un ruolo etico , a meno che non si trovi un filantropo che finanzi il tutto. È l’hardware che genera poi servizi e affini. Per capirci è grazie ad Apple, Ibm o Intel che c’è stato lo sviluppo di migliaia di software».

L’Iit ha prodotto 360 brevetti in nove anni: «Siamo la macchina pubblica che brevetta di più, davanti a noi abbiamo solo aziende. Molti di questi speriamo attirino investitori, come sta giù succedendo sugli studi legati alla riabilitazione robotica e alla retina artificiale».

«L’Iit è un’eccellenza internazionale da cui spero possa gemmare qualcosa per il territorio – dice Edoardo Rixi, assessore regionale allo Sviluppo economico – il compito della Regione Liguria è fare in modo che la ricerca sia finalizzata alla creazione di nuove aziende». Rixi sottolinea che sulle start up innovative c’è ancora molto da fare: «Su cento che nascono 21 sono in Lombardia e poco più di una Liguria, ma le nostre hanno una mortalità più bassa, abbiamo anche un tasso di esportazione aumentato. La sfida è di riposizionarci in tassi di nascita più elevati, ma anche valorizzare i centri che abbiamo». Rixi si riferisce non solo all’Iit, ma anche ai poli di innovazione a cluster specifici: «Stiamo pensando per esempio a crearne uno sulla cyber security». La difficile accessibilità al credito è un ostacolo, per questo la Regione Liguria ha intenzione di garantire strumenti normativi per ridurre le problematiche.

«Abbiamo costituito un gruppo di 30 persone – spiega Francesco Bonaccorso – per renderlo appetibile a livello industriale. Io ho vissuto sette anni in Inghilterra e là non hanno la manifattura, noi possiamo prendere vantaggio da piccole aziende che altri Paesi non hanno, è una fortuna che a volte non recepiamo».

«Con Filse abbiamo coordinato non solo la parte finanziaria – aggiunge Andrea Bottino, direttore di Ligurcapital – ma anche l’incubatore, per noi è un’opportunità incredibile. In questo periodo di crisi abbiamo cercato di supportare le imprese con il fondo per il capitale di rischio, dando la possibilità di investire in 30 aziende e creando 500 posti che diventeranno un migliaio, ci mancava però il manifatturiero».

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