Alexander Baunov, specialista di politica internazionale moderna, ex diplomatico all’ambasciata russa ad Atene, poi giornalista per media internazionali e capo redattore dei siti carnegie.ru, chiuso dalle autorità russe nel 2022, e carnegie.politika, ha iniziato a scrivere nel 2019 “La fine del regime”, pubblicato in Russia nel 2023. Il libro analizza la parabola, il crollo e il passaggio alla democrazia di tre regimi dittatoriali: la Grecia dei colonnelli, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António de Oliveira Salazar. Nella sua edizione originale in russo non tratta di Vladimir Putin, il cui nome non appare neanche, e contiene riferimenti alla Russia solo per il passato. Però il lettore (e le autorità) russi hanno colto le analogie tra il regime putiniano e le tre dittature scomparse, e il libro ha riscosso subito un successo clamoroso. Non è stato possibile proibirlo perché le dittature portoghese, spagnola e greca in Russia, come ai tempi dell’Unione sovietica sono considerate fasciste, e vietare un libro sul loro crollo sarebbe stata un’autodenuncia ma Baunov è stato dichiarato “agente straniero”, un titolo conferito dal ministero della Giustizia che comporta severe limitazioni alla diffusione delle opere di chi viene colpito dal provvedimento (Baunov ha lasciato il suo paese e ora vive tra Berlino e Firenze).
In questa nuova edizione aggiornata per il pubblico internazionale l’autore abbandona ogni cautela ed è esplicito nell’indicare analogie e differenze tra le tre dittature del passsato e quella russa di oggi.
Di grande interesse è anche la ricostruzione del crollo del regime comunista e dell’Unione sovietica, ma le parabole e il collasso dei regimi portoghese e spagnolo costituiscono il baricentro della “Fine del regime”.
Sia in Portogallo sia in Spagna la nuova realtà democratica è maturata all’interno della vecchia cornice autoritaria sulla spinta dell’evoluzione dei costumi e dello sviluppo economico (in Spagna guidato dai tecnocrati dell’Opus Dei).
In Portogallo Salazar ha costruito la sua dittatura adattando l’impalcatura statuale esistente, Franco ha fondato il proprio regime dopo avere vinto una guerra civile lunga (luglio 1936-1 aprile 1939) e feroce, seguita da crudeli rappresaglie nei confronti dei vinti. La fine del regime in Portogallo è stata determinata dalla “Rivoluzione dei garofani”(25 aprile 1974), colpo di stato di un gruppo di giovani ufficiali (capitani in prevalenza) frustrati dalla lunga e includente guerra coloniale, trasformatosi nel giro di ventiquattro ore in rivoluzione di popolo, in Spagna è avvenuta dall’interno, per opera dei suoi stessi vertici: Adolfo Suarez, segretario del Movimiento Nacional (Falange), il partito del regime, e Juan Carlos, erede al trono, designato dallo stesso Franco a succedergli per garantire un’evoluzione del franchismo nella continuità, sono riusciti a porre fine alla dittatura e a instaurare un regime pienamente democratico utilizzando le leggi esistenti (scrupolosamente osservate) e facendole votare dalla nomenclatura che grazie ad esse avrebbe perso il monopolio del potere (ma non la prospettiva di continuare a a far parte dell’élite almeno dal punto di vista economico). Un capolavoro di finezza politica e abilità manovriera dei due giovani statisti (a un certo momento appoggiati dal vecchio comunista Santiago Carrillo). Eppure Franco, Juan Carlos e Carrillo non ci appaiono come tre figure unidemensionali. Suárez era stato un giovane politico di seconda fila del regime, ex direttore generale della Radio televisione spagnola e poi ministro segretario del Movimiento nel precedente governo di Arias Navarro. Un arrampicatore di provincia, dotato di fascino personale e capacità affabulatoria ma forse non di grande spessore culturale. Il re aveva fortemente voluto che il suo nome comparisse nella terna di quelli che, secondo le leggi franchiste, il Consiglio del Regno doveva fornire al sovrano affinché all’interno di questa rosa operasse la propria scelta. Sappiamo che si trattava di un piano congegnato tra il re e Torcuato Fernández Miranda, presidente delle Cortes franchiste e del Consiglio del Regno. Dopo il successo conseguito nel trasformare il regime in una democrazia e la vittoria nelle elezioni del 1979 Suarez ha subito un rapido e irreversibile declino. Juan Carlos di recente è stato travolto da scandali per presunti episodi di corruzione. Santiago Carrilllo durante la Guerra Civile spagnola svolse il ruolo di delegato all’ordine pubblico a Madrid. Quando fu chiaro che Franco stava per entrare in città la pulizia ideologica (e la vendetta) da parte dei repubblicani verso i suoi sostenitori furono spietate. Non sappiamo con certezza quale sia stato il ruolo di Carrillo in quelle circostanze che furono di straordinaria drammaticità ma un’ombra è rimasta sulla figura di quello che è diventato il leader del Pce. Questi sono stati i protagonisti di quel momento storico: con i loro limiti, e non esenti da ombre e sospetti. Si potrebbe pensare all'”astuzia della ragione” teorizzata da Hegel: la ragione utilizza individui spesso inconsapevoli degli effetti delle loro azioni per raggiungere i fini più grandi della storia. Ma Suarez, Juan Carlos e Carrillo erano consapevoli dei fini che volevano raggiungere e li hanno raggiunti. Più semplicemente bisogna prendere atto del fatto che gli esseri umani sono complessi. Il “legno storto dell’umanità” di cui trattano Kant e Berlin non si può raddrizzare ma a volte produce buoni frutti.
Baunov nella premessa avverte che il suo lavoro “non è affatto un libro sulla Russia nel quale Spagna, Portogallo e Grecia hanno semplicemente la funzione di mascherare, mediante un linguaggio ‘esopico’ ciò che si vuole veramente dire” ma come il lettore russo già nella prima versione aveva visto le analogie con il presente del proprio paese, anche noi, leggendo “La fine del regime” cerchiamo di cogliere indicazioni per capire quando e come finirà quello di Putin.
Nel capitolo conclusivo l’autore osserva che nei regimi dittatoriali “più si avvicina il momento della morte fisica del leader, più attivamente i diversi gruppi di élite iniziano a combattere per influenzare la scelta del successore e il futuro regime (…) Quanto più il regime è rigido e caratterizzato dall’arbitrarietà assoluta, tanto più gli sconfitti rimarranno alla mercè dei vincitori, e tanto più triste potrà essere il loro destino (…) Accade allora che i gruppi in competizione arrivino a concludere regole comuni: in questo modo, infatti, chi perde sarà più sicuro e perderà meno. Tuttavia il perdente è più sicuro e perde meno soltanto se il sistema funziona secondo regole democratiche (…) e se i gruppi in competizione valutano le proprie forze e i propri rischi in questo spirito, possono rendersi conto che quello che offre loro le migliori garanzie è il sistema democratico concorrenziale. A stimolare il cambiamento possono essere la sconfitta in guerra, i problemi economici, un importante ritardo tecnologico, nonché un semplice ricambio generazionale o la morte del capo del regime. Il catalizzatore del cambiamento non deve essere necessiariamente una crisi acuta o una catastrofe” (pag 605-606).
Conclusione attendibile, fondata su numerosi precedenti storici. Purtroppo, almeno a nostro avviso, al momento attuale non consente di formulare previsioni sulla Russia con un grado sufficiente di affidabilità. Per quanto riguarda il fattore decisivo, la scomparsa o il declino del dittatore, si tenga presente che Putin ha 72 anni. (Franco è morto a 82 anni, Salazar a 81). I limiti di mandato in Russia sono piuttosto precari, e un settanduenne in buone condizioni di salute ha davanti a sé almeno un decennio di vita attiva. Sullo stato di salute di Putin non sappiamo nulla di certo. Girano voci che soffra di gravi malattie (si parla anche di un cancro), potrebbero essere fondate (almeno alcune) oppure solo manifestazioni di wishful thinking.
La guerra contro l’Ucraina difficilmente terminerà con una sconfitta della Russia, considerati l’orientamento di Trump e la debolezza degli europei, ma è anche vero che finora è costata la morte di centinaia di migliaia di russi (le stime variano notevolmente da una fonte all’altra). E la società della Russia attuale non è quella dell’Unione sovietica degli anni Trenta-Quaranta, per dimensione demografica e per rassegnazione al sacrificio della popolazione, né Putin dispone del terrorizzante potere coercitivo di Stalin. Il peggioramento dell’economia potrebbe farsi sentire e generare scontento, ma non sappiamo quando e in quale misura. Quanto al ricambio generazione, chissà. Il suo effetto dipenderà dagli altri fattori.

























