Al San Martino il primo trapianto d’organo senza interrompere la circolazione sanguigna

Si è trattato di un trapianto di fegato salvavita: l'operazione non era mai stata eseguita prima in Italia

Al San Martino il primo trapianto d’organo senza interrompere la circolazione sanguigna

È stato eseguito, per la prima volta in Italia, presso il Centro Trapianti d’Organo dell’Ospedale Policlinico San Martino, diretto dal dottor Enzo Andorno, il trapianto di un organo senza interromperne la circolazione sanguigna al proprio interno.

Si è trattato di un trapianto di fegato salvavita in cui l’organo, per preservarne al meglio la funzione, non ha mai smesso di ricevere sangue durante il suo passaggio dal donatore al ricevente. L’intervento è stato eseguito il giorno 8 gennaio e la paziente è stata dimessa dopo tre settimane dall’intervento ritornando all’affetto dei suoi cari.

Durante l’operazione di trapianto, mai eseguita prima, il fegato è infatti rimasto costantemente irrorato dal sangue e alla stessa temperatura, dal prelievo fino al suo reimpianto, con importanti vantaggi durante e dopo la fase operatoria. L’innovativa tecnica, eseguita anche grazie all’utilizzo di una macchina per la perfusione degli organi, di cui il Policlinico è dotato, si è dimostrata efficace non solo nel ridurre le possibilità che l’organo subisca danni in fase di prelievo o di trapianto, ma anche nel garantire una miglior conservazione di tutte le caratteristiche dello stesso con una ripresa immediata della sua funzione nella ricevente.

A beneficiarne una giovane donna, che a distanza di 72 ore dal termine dell’intervento, grazie alla ripresa immediata della funzione del nuovo fegato, ha potuto lasciare la Terapia intensiva dopo pochi giorni dall’intervento ed essere poi dimessa dall’ospedale in 20 giorni.

«Il primo trapianto in Italia di un organo senza interrompere la circolazione sanguigna al proprio interno avvenuto nei giorni scorsi al Policlinico San Martino conferma l’eccellenza del nostro centro nel panorama nazionale – commenta il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – . All’equipe del dottor Andorno vanno i nostri complimenti per l’importante risultato raggiunto. Come Regione, dopo avere fatto riaprire il Centro trapianti di fegato nel 2021, siamo al lavoro per avviare già quest’anno, sempre al San Martino, anche i trapianti di cuore in modo da dare una risposta completa alle patologie cardiache».

«La ricerca scientifica e tecnologica nell’ambito trapiantologico – dichiara l’Assessore alla Sanità di Regione Liguria Angelo Gratarola – in questi anni ha cercato strategie utili a garantire il trapianto di organi che fino a qualche anno fa non sarebbero stati impiegabili perché considerati marginali, non idonei, a rischio. La riduzione sensibile dell’ischemia tra il prelievo e il trapianto, o addirittura la sua abolizione attraverso tecniche di perfusione, garantisce maggiormente il successo dell’intervento. Accanto all’attività di sensibilizzazione sulla necessità della donazione d’organo come atto di grande generosità e solidarietà portata avanti dal coordinamento regionale diretto dal prof. Alessandro Bonsignore, vi è anche l’impegno del centro trapianti del Policlinico San Martino diretto dal prof. Enzo Andorno mirato, attraverso tecniche di ricondizionamento degli organi, a garantire la loro maggiore disponibilità».

«Dalla riapertura del Centro Trapianti – sottolinea il direttore generale dell’Ospedale Policlinico San Martino Marco Damonte Prioli – il San Martino è riuscito a portare a termine una serie di interventi con pochi eguali in Italia. Siamo davvero orgogliosi di poter contare su un’equipe rivolta verso un continuo miglioramento delle procedure esistenti, come quella diretta dal dottor Andorno».

Aggiunge il dottor Enzo Andorno, direttore dell’Unità Operativa Chirurgia Epatobiliare e dei Trapianti d’Organo dell’Ospedale Policlinico San Martino: «In questo caso il donatore era obeso e il suo fegato era steatosico, tipologia di fegato molto fragile e particolarmente sensibile all’interruzione del circolo sanguigno. Perciò se avessimo seguito il metodo convenzionale di conservazione a freddo interrompendo il circolo sanguigno, il fegato non avrebbe ripreso la funzione sulla ricevente; così abbiamo adottato questa nuova tecnica, per la prima volta. Nonostante la complessità dell’intervento e le condizioni di partenza decisamente critiche, la paziente a 72 ore dall’intervento ha potuto lasciare la terapia intensiva tornando nel reparto di degenza ordinaria, da dove è stata poi dimessa tre settimane dopo l’intervento ritornando ai propri affetti famigliari».

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