Il mercato del lavoro in Liguria è vittima di pregiudizio e di un bipolarismo in cui si fronteggiano le teorie del “non ci sono opportunità” e del “potenziale inespresso”.
La realtà è più complessa: la Liguria è una regione con un tessuto imprenditoriale particolare, caratterizzato dalla forte presenza di pmi, settori storici consolidati e una crescita che si concentra solo su certi ambiti rispetto ad altre aree italiane.
Questo non significa che le opportunità manchino, ma che non sono sempre visibili e, soprattutto, non sono distribuite in modo uniforme.
«Ci sono comparti come la logistica, il turismo e la tecnologia applicata – spiega Selene Marone, co-fondatrice dell’agenzia per il lavoro Waddi di Genova – in cui la domanda di competenze è reale e crescente eppure molte aziende faticano ad attrarre profili qualificati. La narrazione più ricorrente è quella dei giovani che se ne vanno, ma bisogna tener conto di almeno altri tre temi che non vengono considerati, che sono spesso alla base dell’allontanamento: la percezione che in Liguria ci siano poche opportunità; la mancanza di opportunità di crescita professionale e la qualità dell’esperienza lavorativa».
In altre parole non basta avere un posto, serve avere un percorso e lo smart working ha drasticamente cambiato le regole del gioco. Da un lato consente alla Liguria di essere attrattiva come sede per il clima e un costo della vita inferiore rispetto a quello magari di Milano, ma dall’altro costringe le imprese liguri a competere con realtà molto più grandi, strutturate e attrattive.
«Ma è proprio adesso che si apre uno spazio interessante – sostiene Clio Basso, l’altra fondatrice di Waddi – le aziende che sanno valorizzare il territorio, offrire chiarezza e costruire ambienti solidi possono diventare sorprendentemente competitive. Per esempio un’azienda del Ponente ligure ci ha contattati perché non riusciva ad attrarre candidati per un ruolo tecnico-amministrativo. L’offerta era buona, la stabilità garantita, il contesto solido. Eppure, zero candidature in linea. Analizzando la situazione, abbiamo scoperto due elementi chiave: l’annuncio non raccontava il valore del territorio: parlava solo di mansioni, senza spiegare perché lavorare lì potesse essere un vantaggio. Il percorso di crescita era reale, ma non comunicato: i candidati non percepivano alcuna prospettiva».
«Abbiamo riscritto la comunicazione – chiarisce Marone – mettendo in evidenza: la qualità della vita locale, la stabilità dell’azienda, un percorso di crescita chiaro e misurabile, un ambiente di lavoro strutturato e moderno. L’iter di selezione è stato finalizzato con successo e con la soddisfazione di entrambe le parti».
Il modo in cui si costruiscono e comunicano le opportunità non è quindi un aspetto da sottovalutare. Trattenere le persone non significa convincerle a non partire, ma dare loro un motivo valido per restare o per tornare.
