L’Iit accelera sul trasferimento tecnologico: Edge 2023 numero zero di un evento che unisce ricerca, impresa e finanza

Il trasferimento tecnologico è spesso lo scoglio più grande per idee che potrebbero cambiare il mondo

L’Iit accelera sul trasferimento tecnologico: Edge 2023 numero zero di un evento che unisce ricerca, impresa e finanza

Un numero zero di un evento che sarà ripetuto nel tempo per parlare di innovazione, impatti e tecnologia. Un confronto tra ricerca, imprese, investitori. L’Istituto Italiano di Tecnologia ha lanciato Edge 2023 in occasione delle celebrazioni dei primi 20 anni dalla legge istitutiva.

Un palcoscenico di quel “delicato spartiacque che intercorre tra la scienza e l’industria, attori insostituibili del processo di traslazione della conoscenza e della tecnologia, ma spesso distanti per ruolo e per natura” si legge nell’invito. Proprio il trasferimento tecnologico è spesso lo scoglio più grande per idee che potrebbero cambiare il mondo e spesso le startup non evolvono in qualcosa di più grande.

L’evento di oggi al Palazzo della Borsa riassume un percorso che l’Iit sta compiendo proprio nell’ambito della realizzazione delle sue tre missioni: fare ricerca di eccellenza, formare nuovi ricercatori e il trasferimento tecnologico, appunto.

Il presidente Gabriele Galateri di Genola sottolinea: «Ci vuole evidentemente la capacità di essere vicino alle imprese e questo è quello che l’ufficio Technology Transfer di Lorenzo De Michieli sta facendo in maniera egregia».

Proprio De Michieli riassume i numeri essenziali: dal primo brevetto nel 2006 si è arrivati a più di 1300, le startup dal 2012 sono 35 e hanno raccolto più di 100 milioni di investimenti di capitale di rischio e hanno generato oltre 200 posti di lavoro. Numeri che per alcuni possono essere ancora troppo pochi, anche se non è di certo un problema di Iit, ma di tutta la ricerca italiana che produce ottimi risultati destinati spesso a restare appunto sul piano della ricerca. Le potenzialità ci sono e l’Iit difende il proprio modello di governance: un consiglio, che è composto da 15 membri, presieduto attualmente da Andrea Montanino. Il consiglio ha compiti di indirizzo e approvazione delle principali strategie di sviluppo dell’Istituto e ne fanno parte esponenti del settore scientifico, economico, dell’industria e della società civile. Esso controlla l’utilizzo e l’allocazione delle risorse. Più specificatamente, propone linee d’indirizzo strategico e operativo, approva i programmi di lavoro a lungo termine. Il comitato tecnico-scientifico, di altissimo livello, è completamente indipendente e svolge una funzione consultiva generale e di valutazione tecnico-scientifica per le attività di ricerca svolte dalla Fondazione; esprime pareri e valutazioni al presidente e al comitato esecutivo. Quest’ultimo, formato da cinque membri, tra cui presidente e direttore scientifico, è responsabile delle attività di ordinaria e straordinaria amministrazione, determina i criteri di gestione e adotta i programmi di attività.

«L’obiettivo di fondo dell’Istituto − aggiunge Galateri di Genola − è trovare delle tecnologie per migliorare la qualità della vita delle persone e la qualità dell’ambiente in cui viviamo. E questo tipo di obiettivo è lo stesso delle imprese: cercano di trovare delle risposte a quelle che sono le esigenze delle persone. Quindi l’obiettivo dell’Istituto è l’obiettivo del mondo dell’impresa e alla fine convergere è più che logico. Vogliamo dare una risposta a questo tipo di necessità».

L’Iit ha duemila collaboratori, di cui l’85% sono scienziati. Metà di questi arrivano dall’estero, metà della metà sono italiani che rientrano dall’estero. L’età media di queste persone è intorno ai trentacinque anni. «Dobbiamo capire che abbiamo veramente nelle nostre mani uno strumento fantastico per dare quella risposta che il mondo ci chiede insieme agli imprenditori e agli investitori.

«In vent’anni siamo passati da una persona a duemila − sottolinea il direttore scientifico Giorgio Metta − questa è stata una crescita vertiginosa, con un’età media che è rimasta piuttosto bassa. Quindi abbiamo tantissimi giovani che lavorano con noi e l’internazionalizzazione secondo me è eccezionale: abbiamo persone da più di settanta paesi, il 30% della nostra popolazione. Anche a livello di genere siamo sempre più vicini alla parità».

Andrea Montanino, chairman del consiglio, auspica: «Almeno una volta all’anno intendiamo creare un incontro pubblico tra queste realtà diverse in modo che le contaminazioni permettano di far nascere nuovi progetti o di sviluppare quelli che già esistono magari in embrione all’interno dell’Iit a cui servono poi delle gambe per andare avanti e per volare. Nel nostro statuto l’articolo 3 ci dice che la finalità ultima di tutta l’attività che viene svolta è lo sviluppo del sistema produttivo nazionale. Non abbiamo dovuto aspettare vent’anni per dire che l’Iit è un’eccellenza mondiale dal punto di vista della ricerca, ma chiaramente tutto ciò sarebbe monco se non si perseguisse l’obiettivo ultimo che è quello dello sviluppo economico del Paese e quindi di portare la tecnologia verso il sistema produttivo».

Montanino si sofferma sulla parola impatto: «La collaborazione tra ricerca, finanza e impresa è fondamentale. La ricerca da sola non basta per generare l’impatto sul sistema economico. La finanza può essere in qualche modo fine a se stessa e quindi non per perseguire un obiettivo che porti allo sviluppo economico. È l’impresa che è il luogo dove in qualche modo i fattori di produzione di capitale e anche ricerca e innovazione si possono mischiare. Spesso l’impresa italiana, che è un’impresa media o medio-piccola, non ha le forze per poterlo fare da sola e quindi ha bisogno di una finanza esterna e di una ricerca esterna. Questo è il modo con cui si può generare impatto. Facendo incontrare all’interno dell’impresa questi mondi. Servono però degli obiettivi chiari. Dove vogliamo andare? Che cosa vogliamo fare? E poi servono delle metodologie di misurazione dell’impatto. La metodologia di misurazione è molto importante soprattutto per un soggetto come l’Istituto Italiano di Tecnologia che gestisce risorse pubbliche importanti».

Il direttore scientifico Metta evidenzia che l’Iit ha deciso di occuparsi per scelta non di tutto, ma di discipline che possono essere in qualche modo legate a quello che normalmente si chiama il deep tech, quindi tecnologie che hanno un impatto importante nello sviluppo di applicazioni. «Alcuni colleghi in giro per il mondo hanno coniato questo acronimo, Bang, che di fatto è sono le iniziali dei bit, degli atomi, dei neuroni e dei geni. Queste sono le discipline attraverso le quali si svilupperà l’ingegneria del prossimo futuro. La robotica e l’intelligenza artificiale in questo momento la fanno da padrone. Non solo nel mondo della ricerca, ma anche nel mondo dei media. Per atomi intendiamo nano-materiali. La nostra capacità di mettere in fila gli atomi uno alla volta ormai ci sta consentendo di ingegnerizzare i materiali come servono per, ad esempio, costruire un nuovo tipo di elettrolizzatore super efficiente perché abbiamo necessità di produrre idrogeno oppure allineare gli atomi di materiale per renderlo più biodegradabile o recuperare gli scarti della nostra produzione per avere un’economia veramente circolare. E poi i neuroni, un miliardo di persone si stima che soffra di malattie legate all’invecchiamento e quindi alla neurodegenerazione piuttosto che a patologie generiche del cervello. Depressione e ansia sono le due cose più impattanti nel mondo in questo momento. Lo studio della neuroscienza diventa anche un possibile mercato oltre a un grosso aiuto dal punto di vista sociale e poi la genetica, che promette di cambiare il modo in cui facciamo medicina, essendo più accurata e più precisa».

Una delle startup Iit, Iama Therapeutics, nasce appunto dall’intersezione tra computazione e studio del neurosviluppo. «Un nostro ricercatore − spiega Metta − ha capito che esiste una certo farmaco che può essere efficace per alcuni disturbi del neurosviluppo, ma ha dei degli effetti collaterali e la computazione ci ha aiutato a cercare tra tutte le possibilità, non tutte ma un certo numero centotrentacinquemila in questo caso, le molecole che meglio aiutano a ridurre gli effetti collaterali. Ebbene ne abbiamo trovate due. Gli investitori hanno pensato che fosse importante tentare di portare sul mercato questo farmaco e quindi iniziare una sperimentazione clinica da cui è nata la startup».

Proprio questo meccanismo di lavoro è stato inserito nel nuovo piano strategico che sarà diffuso a gennaio, annuncia Metta: «Realizzare dei laboratori che facciano chimica in maniera automatizzata guidati dall’intelligenza artificiale. Automatizzati perché la robotica ci consente di fare proprio la chimica e poi misurare il risultato, prendere questi dati e ributtarlo dentro agli algoritmi di intelligenza artificiale. Questo credo che sia una possibilità incredibile del prossimo futuro. Dobbiamo pensarci sempre di più. L’Ai sta cambiando il modo di far le cose. La scienza sta cambiando».

Il desiderio di tutti, del resto, è di vivere meglio e la scienza può dare una risposta. Dal punto di vista economico le prospettive parlano di una stima di 3,7 milioni di persone in Italia che nel 2040 saranno uscite dal mercato del lavoro, pari al 15% del Pil. «Dobbiamo fare qualcosa − sostiene Metta − il nostro pensiero è che qualcosa lo possiamo fare con l’intelligenza artificiale. C’è una stima dell’impatto dell’intelligenza artificiale e se sapremo cogliere l’opportunità potremmo ricompensare questa differenza con l’efficienza tecnologica. Questo vuol dire andare verso le piccole e medie imprese ce ne sono 113 mila da aiutare, da digitalizzare, ma anche studenti».

L’obiettivo futuro è proprio fare prodotto, essere efficienti, connettere i progetti con i venture capitalist e anche con le grandi aziende.

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