“Un uomo tranquillo” di Tom Wood (Gruppo Editoriale Fanucci) è l’ultimo libro pubblicato in Italia della serie che ha come protagonista Victor, il sicario. Che ha appena eseguito un omicidio su commissione negli Usa, ha oltrepassato il vicino confine con il Canada per nascondersi in un piccolo motel, da cui andarsene dopo pochissimo tempo. Come fa sempre terminato un lavoro: trasferirsi immediatamente molto lontano dal luogo del crimine, con una nuova identità, e sparire nel nulla. In attesa di un altro lavoro e nascondendosi dai molti che, per molti motivi, lo vogliono morto. Ma l’incontro con una madre e un bambino in pericolo gli fanno cambiare programma e tradire il codice di condotta che, fino a quel momento, gli ha permesso di sopravvivere. Victor se ne andrà soltanto quando avrà eliminato la banda di criminali che perseguitano la donna e il bambino e controllano la città.

Un uomo tranquillo è il nono romanzo dell’inglese Tom Wood che ha come protagonista Victor (gli altri sono Killer, Nemico, Il gioco, Il giorno più buio, La caccia, Nessuna scelta, Scontro finale, Uccidi per me) e, a nostro avviso, non è il migliore. Resta pur sempre un ottimo action thriller, come gli altri otto, in grado di catturare la nostra attenzione e lasciarci liberi solo con la parola “Fine”. Il motivo fondamentale è la maestria di Wood nel rappresentare l’azione, in vicende sempre emozionanti, dove si gioca la vita del protagonista, dei suoi eventuali alleati e dei suoi nemici. Wood prima di diventare scrittore di successo ha lavorato nel cinema, e nella sua tecnica narrativa ci sembra di riconoscere i frutti di un apprendistato artigianale, come sceneggiatore probabilmente, o come tecnico del montaggio o regista di quei film e telefilm d’azione, pieni di sparatorie, inseguimenti d’auto, scontri fisici. B movies? Forse ma, a parte il fatto che molti film considerati minori dai critici e amati dal pubblico vengono poi riscoperti e rivalutati come capolavori dai critici con qualche decennio di ritardo, anche conquistare la serie B – nel cinema come nel calcio – non è affatto facile.
Come non è facile in letteratura. Chi, per motivi professionali o altro, si sia trovato a dover descrivere un fatto di cronaca con un minimo di complessità, per esempio un incidente d’auto con pirata della strada in fuga, inseguimento e arresto di un ladro, ecc… sa quanto sia arduo farlo in modo efficace, senza trascurare elementi importanti e però eliminando ripetizioni e dettagli inutili, che rallentano l’azione. E poi bisogna stare attenti ai verbi ausiliari che si affollano, alle ripetizioni di parole, alle rime inopportune che si scoprono solo a una seconda lettura…
Però per avvincere il lettore non basta costruire un meccanismo che funzioni: se il protagonista è solo la rotella di un ingranaggio non ci coinvolge. L’interno della cassa di un orologio in movimento, quel mirabile complesso di ingranaggi e molle che regolano il rilascio di energia cinetica fino a muovere le lancette, può incuriosirci qualche secondo, ma difficilmente ci appassiona, a meno che non sia sia esperti del settore. Anche il bilanciere, cuore dell’orologio, ci lascia freddini. L’eroe deve emozionare e coinvolgere.
E Tom Wood che è, senza dubbio, un maestro dell’action thriller, come Lee Child, Andy MacNab e pochissimi altri, sa coinvolgere e appassionare il lettore. E il protagonista dei suoi romanzi riesce a conquistare la nostra simpatia, a farci stare dalla sua parte, anche se è un assassino prezzolato, un sicario. Com’è possibile? Non dovremmo forse disprezzarlo?
Anche Nick Stone, di Andy MacNab, è un assassino ma in genere agisce per conto della Cia o dell’intelligence britannica contro terroristi, mafiosi, spie e spesso viene ricattato dai suoi stessi datori di lavoro che lo costringono a cacciarsi in avventure pericolosissime minacciando i suoi cari. Inoltre Nick sconta la sua efficienza guerriera con una vita privata tragicamente infelice: tanto è vincente nello scontro con il nemico quanto è perdente negli affetti. Siamo portati a solidarizzare con lui (e, a essere sinceri, anche a saltare qualche pagina sulle sue disavventure private). Jack Reacher di Lee Child uccide decine di persone, gira per l’America lasciando dietro di sé una scia di cadaveri ma è un buono: assolutamente disinteressato al denaro e al potere, interviene soltanto in soccorso delle vittime e colpisce esclusivamente i malvagi. Senza effetti collaterali negativi, che riesce a evitare con cura. Agisce spesso in località isolate, dove polizia, Fbi, ecc… non sono presenti, oppure dove la polizia e le autorità locali sono corrotte e fanno parte dei nemici. Non ha scrupoli, di tipo legale o umanitario, ma è costretto all’uso della violenza, e si muove all’interno dello stereotipo americano dell’individuo onesto e coraggioso che da solo sfida i cattivi. I gestori di locali che negli Usa appendono il cartello con la scritta “We don’t call 911” di sicuro lo capiscono. Applica una sua legge, che non esclude la vendetta anche crudele ma, in fondo, è parente stretto dei protagonisti di Un dollaro d’onore e di Mezzogiorno di fuoco.
MacNab e Reacher, per quanto politicamente scorretti, non sono eroi negativi. Men che meno sono anti eroi, cioè antagonisti dell’eroe, personaggi che a volte hanno un loro fascino ma devono comunque soccombere nello scontro con l’eroe. Gli eroi sono loro.
Ma allora esistono gli eroi negativi? Sì, però a certe condizioni. Non mancano casi di simpatia per il pubblico nei confronti di personaggi negativi: si pensi a come, nella realtà e non solo nella fiction, le gesta di certi delinquenti siano state seguite con una sorta di tifo sportivo. E in passato certe storie e ballate scritti o composte con intenti moralistici, religiosi o civili, pieni di vicende terrificanti e personaggi terribili che dovevano incutere terrore verso il peccato e il vizio, hanno sortito spesso un effetto boomerang: il fascino emanato dall’elemento fantastico annullava il ruolo edificante. Ma occorre anche altro perché queste tendenze, presenti nella fantasia e nell’inconscio tanto degli autori quanto dei loro pubblico, arrivino a concretizzarsi nella figura dell’eroe negativo, cioè di un protagonista della narrazione malvagio, non contrapposto e subordinato all’eroe positivo, ma dominatore assoluto della scena.
La narrazione dell’Ottocento e del Novecento ha prodotto numerosi eroi immorali, ladri, prostitute, assassini che però si riscattano con gesti riparatori o vengono in qualche modo giustificati da circostanze sociali avverse.
Un eroe vero negativo potrebbe essere considerato Diabolik, ladro e assassino di successo, sempre vincitore nei confronti del mediocre e onesto ispettore Ginko. Un cattivo, venuto al mondo – della fiction – in Italia non a caso all’inizio degli anni Sessanta, proprio quando, specie tra i giovani, fermentavano idee e sentimenti inclini al disprezzo verso le istituzioni e contrari alla morale corrente, che avrebbero contribuito al Sessantotto e ai fenomeni successivi, e d’altra parte nel Paese circolava il desiderio, e si vedeva la possibilità, di emanciparsi, di arricchirsi. Basta con il cappotto del nonno rivoltato. Anche alcune delle serie tv di maggior successo degli ultimi vent’anni sono incentrate su un antieroe. Come è possibile? In virtù di un meccanismo che agisce anche nelle vicende narrate da Wood. L’eroe cattivo ciinduce a simpatizzare con lui se ha dei tratti positivi, che possono essere bellezza, fascino, cultura, raffinatezza, intelligenza, oltre naturalmente all’efficienza operativa, e soprattutto se combatte contro personaggi molto più cattivi di lui. Diabolik è capace di amicizia, e disprezza mafiosi, narcotrafficanti, usurai.
Victor ha tratti fisici poco definiti ma che lo rendono gradevole, è alto e atletico, ed è gentile, molto intelligente, si trova a combattere contro esseri moralmente e a volte anche fisicamente repellenti. È leale con chi lo è con lui e mantiene la parola data. (Non sempre, a dire il vero, ma qualche incongruenza non inficia la credibilità narrativa del personaggio). Nei locali paga la consumazione in anticipo per non correre il rischio di non regolare il conto in caso di fuga improvvisa. In più, nonostante tutta la sua freddezza e capacità di calcolo, è curiosamente incline a cedere a impulsi sentimentali. A volte a fare scattare l’azione è proprio un moto dell’animo che da uno come lui non ci si aspetterebbe: la promessa fatta a un bambino di portarlo a pescare in barca, la sorte della figlia di una donna con cui, in passato, deve avere avuto una relazione sentimentale. Sono espedienti che servono a mettere in moto la macchina narrativa ma, proprio perché improbabili se riferiti a un uomo come Victor, contribuiscono a rendere più complessa la sua fisionomia. Come anche il fatto che, al contrario dei cattivi cattivi, l’eroe di Tom Wood non si autoassolva – in un dialogo con uno dei suoi avversari dice, più o meno, «Dio ha smesso di ascoltarmi» -. Eppure, da quelle poche, vaghe allusioni che l’autore dissemina sul suo personaggio, sappiamo che, prima di essere stato un militare nelle forze speciali di non si sa quale paese, ha avuto un’infanzia difficile e solitaria. Se Victor fosse reale potrebbe trovare qualche attenuante, oltre alla simpatia.
























