Sono ardui gli ostacoli che i cavalli  dell’Aveto dovranno ancora superare per ottenere  quel riconoscimento di “animali inselvatichiti” che garantirebbe loro una tutela e una gestione indispensabili per la coesistenza con i residenti a lungo termine. La normativa attuale non li distingue dai cavalli domestici. Purtroppo legislazione ed etologia non vanno di pari passo, e il primo ostacolo che blocca il percorso dei cavalli dell’Aveto si trova proprio in Liguria.

Gli etologi distinguono tra animali selvatici, allo stato brado, inselvatichiti, e le differenze sono sostanziali. Selvatico è l’animale che appartiene a una specie non addomesticata. Caprioli, daini, cervi, lupi, volpi, per fare qualche esempio, sono selvatici. Le specie selvatiche sono indicate nella legge dell’11 febbraio 1992 “in materia di norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” che ne regola la caccia. Si definiscono allo stato brado gli animali domestici che hanno un padrone e vengono lasciati, in gruppi più o meno numerosi, all’aperto, senza ricoveri, ma non perdono il contatto con l’uomo. Bovini e suini a volte sono allevati allo stato brado. Inselvatichiti è il termine giusto per quegli animali che appartengono a specie domestiche ma, per diversi motivi, vivono liberi da più generazioni, hanno perso il contatto con l’uomo, presentano caratteristiche stabili di autonomia e vivono in un’area definita. È il caso dei cavalli dell’Aveto, che di solito sono detti “selvaggi” per usare un termine più suggestivo di inselvatichiti.

La loro storia è iniziata trent’anni fa, quando una quindicina di esemplari, rimasti senza proprietari e lasciati allo stato selvatico, si sono riprodotti liberamente. Le nuove generazioni non hanno mai avuto rapporti con l’uomo e, pur mantenendo il corredo genetico degli esemplari domestici, hanno assunto uno stile di vita del tutto affine a quello di altre popolazioni popolazioni inselvatichite.

Per approfondire questo argomento complesso Liguria Business Journal ha intervistato Evelina Isola, responsabile del progetto “Wildhorsewatching” e cofondatrice, insieme a Paola Marinari, dell’associazione “Rewild Liguria”, che da anni si occupa di tutelare e valorizzare la  presenza sul territorio di questi animali, promuovendo un approccio di valorizzazione e  trasformandoli  da problema a risorsa.  Il progetto ha inoltre l’obiettivo di informare il pubblico e guidarlo alla scoperta di equilibri e problematiche legati all’esistenza dei cavalli dell’Aveto.

A che punto è il percorso di riconoscimento dei cavalli avetani come specie inselvatichita da parte del ministero dell’Ambiente? Cosa comporterebbe in pratica il suo conseguimento?

«Sono molto delusa da come la questione è stata gestita. Sarebbero necessari fondi per il risarcimento ai privati e il monitoraggio continuo, con dati in arrivo a flusso costante sulla pressione ambientale, per avere un feedback sulle dinamiche. Ma terminato il monitoraggio effettuato dall’Istituto nessun fondo è pervenuto. Siamo fermi alla promessa del Consiglio regionale del luglio 2020, quando è stato firmato l’ordine del giorno con cui il Consiglio si impegnava a tutelare la popolazione dei cavalli. Il potere di mantenere questa promessa, però, spetta alla giunta regionale, la cui composizione nel frattempo è cambiata. Un impegno è stato preso, e noi stiamo ancora aspettando che venga mantenuto. Per i cavalli selvaggi dell’Aveto il fatto di non essere riconosciuti come tali causa una mancanza di mezzi necessari a tutelare quello che, di fatto, è un patrimonio biologico aggiuntivo. Inoltre ne impedisce la corretta gestione da parte del pubblico, che nel frattempo la delega ad associazioni di cittadini».

La gestione degli animali inselvatichiti spetta al Governo o alle Regioni?

«La gestione degli esemplari selvatici e inselvatichiti dipende dal ministero dell’Ambiente. Però per gli animali inselvatichiti è necessaria una normativa “ad hoc” che li riconosca equiparati a quelli selvatici. La normativa dev’essere introdotta dal Governo ma su segnalazione della Regione. Per arrivare a Roma, l’istanza per il riconoscimento di tutela deve provenire dall’amministrazione regionale.  Il caso dei cavalli nel parco della Giara, in Sardegna, è differente trattandosi di una Regione a statuto speciale. In Liguria il percorso è più difficile poiché vengono opposte numerose resistenze da privati, che a loro volta hanno influenza sulle amministrazioni comunali e, di conseguenza, sugli amministratori regionali».

Intanto, l’approccio attuato finora, secondo Evelina Isola, non è soddisfacente.

«Un caso esemplare  è quello della recinzione del lago di Giacopiane, progetto che vuole sfruttare la barriera naturale rappresentata dal lago per contenere i cavalli. È stata installata una recinzione elettrificata, che gli animali non vedono. I costi di una robusta palizzata di legno, che sarebbe idealmente visibile e robusta, sarebbero troppo elevati; l’outcome è quindi insoddisfacente. Poi, abbiamo chiesto che il recinto fosse costruito d’estate, quando i cavalli si trovano in alta quota; ma è stato eretto in inverno, con la conseguenza che gli animali sono rimasti al di fuori dalla recinzione anziché al suo interno, rendendo vani lo sforzo e la spesa. Inoltre, d’estate il lago si prosciuga in parte. La recinzione dovrebbe raggiungere una profondità maggiore rispetto alla sponda per rappresentare una efficace barriera naturale, cosa che non è stata effettuata. In qualità di consulente del progetto mi sono espressa chiaramente, ma non sono stata ascoltata».

I cavalli selvaggi dell’Aveto sono autosufficienti?

«La particolarità della popolazione avetana rispetto ad animali allo stato brado – ovvero, animali domestici lasciati liberi di pascolare in uno spazio ampio ma delimitato – è proprio il loro rapporto con l’habitat, in cui sono completamente autosufficienti. Caratteristica in contrasto con la definizione di animale domestico».

Ci sono differenze etologiche rilevanti tra gli esemplari inselvatichiti e quelli selvaggi?

«Secondo le ricerche più recenti, il corredo genetico esclusivo delle stirpi selvagge dei cavalli è da ritenersi estinto. La specie Equus ferus ferus (Tarpan), autoctona dell’Europa, è scomparsa negli anni Venti in cattività. Per quanto riguarda i  cavalli  della Mongolia, oggi sappiamo che il loro patrimonio genetico è stato irrimediabilmente compromesso dall’incrocio costante, nel corso dei secoli, con esemplari addomesticati e poi inselvatichiti.  Non esistono differenze etologiche tra esemplari inselvatichiti di recente e popolazioni “selvagge” da secoli. Rispetto ai cani, che condividono il genoma con il lupo (Canis lupus) ma hanno un comportamento atavico differente, i cavalli sono stati addomesticati più di recente, meno di 5000 anni fa. Quelli dell’Aveto hanno comportamenti molto simili, diciamo, a quelli dei Mustang nordamericani, con pattern comportamentali equivalenti. Per fare un esempio, può capitare che, durante un inverno rigido, i branchi si separino. Questo comportamento all’apparenza insolito permette di ottimizzare le risorse in condizioni di scarsità; è un comportamento rilevato in alcune  popolazioni rewild del mondo. In etologia non ci sono, però, schemi rigidi. I comportamenti che entrano a far parte dell’etogramma di una specie sono quelli più frequentemente osservati,  ma non sono la regola. Per esempio, se è  presente uno stallone competente e di lunga permanenza, tende a mantenere il branco più unito».

I cavalli dell’Aveto sono sani? Quanti sono, e qual è il loro tasso di successo riproduttivo e di mortalità? Sono oggetto di una naturale attività predatoria?

«I cavalli sono sostanzialmente in buona salute. Una variabile è il clima invernale: a un inverno rigido possono corrispondere un aumento della mortalità e una riduzione del tasso di natalità; allo stesso tempo, i cavalli selvaggi non si nutrono di foraggio raccolto, che rifiutano, ma solo di vegetali selvatici. Hanno sviluppato un metabolismo  che li porta ad accumulare molto grasso nei mesi caldi e una muscolatura sorprendentemente robusta, a causa dei dislivelli estremi su cui si muovono. La Valle Stura e i territori adiacenti hanno acque fortemente mineralizzate, il che si adegua perfettamente al loro metabolismo. I cavalli possono essere preda dei lupi ma i branchi del lupo appenninico sono generalmente familiari, composti da pochi esemplari, dalla coppia riproduttiva oltre a due o tre giovani. Tutto avviene in parametri di perfetta sostenibilità».

Qual è il numero di esemplari che il Parco dell’Aveto può sostenere?

«Sarebbero opportuni ulteriori studi per esplorare queste dinamiche, e i parametri che consentono a questi animali di prosperare. Si parla di un numero complessivo attualmente  di circa 80-90 esemplari distribuiti sui 35 km quadrati del Parco dell’Aveto. Il potenziale in termini trofici è lontano dall’essere saturo».

A cosa è dovuto il conflitto con i privati? L’economia locale risulta danneggiata?

«Ai privati sono stati offerti dei dissuasori – barriere con “passaggi canadesi”, oltre a dissuasori sonori e d’altro tipo – ma alcuni non hanno accettato. Le motivazioni sono multiple e complesse, e non riguardano solo i danni alle proprietà private: tutta la zona dei pascoli sopra il lago di Giacopiane è costituita da beni frazionali, ovvero di competenza dei singoli Comuni. Le frazioni alte, fin dai tempi della Repubblica di Genova, hanno avuto la concessione di sfruttamento il territorio per le attività agricole come il pascolo, la raccolta della legna e dei frutti del bosco. A partire dal dopoguerra, quando i confini dei Comuni sono stati ridisegnati, questa possibilità è rimasta fruibile a discrezione dei cittadini attraverso la norma dell’ “uso civico”, che rende le fasce incolte a disposizione dei cittadini,   che si sono organizzati in consorzi per sfruttare le risorse, ma questo non equivale a una proprietà privata. I privati lamentano che i cavalli selvaggi esauriscono i pascoli destinati alle greggi, ma  questo non ha riscontro nella realtà. I pascoli sono recintati, il resto del territorio non è utilizzato a pascolo. A volte i cavalli possono entrare a causa di varchi nelle recinzioni ma, come dicevo, sono stati rifiutati gli aiuti per migliorare questo aspetto. I pascoli trascurati sono a rischio di inarbustimento, processo che gli esemplari selvatici contrastano. In mancanza di questo apporto, sarebbero necessari interventi di conservazione mirati; paradossalmente, in Europa avviene che specie selvatiche vengano reintrodotte per perseguire questo scopo. Un esempio (ovviamente molto lontano dalla nostra realtà) sono i bisonti europei reintrodotti in Germania, al confine con la Polonia.  Qui ogni dieci anni, si torna alla stessa narrativa del “i cavalli devono essere portati via”, che oltre ad essere sterile si rivela nociva. Inoltre, quella in questione è una Zona Speciale di Conservazione (ZSC), gestita dallo stesso Parco dell’Aveto con il dovere di mantenere l’habitat come custode della biodiversità».

Che apporto fornisce l’associazione “Wildhorsewatching”? Come si sostiene?

«Io e Paola Marinari ci occupiamo di cavalli dal 2010, ma “Wildhorsewatching” è nata in seguito, nel 2011. I primi tempi eravamo coinvolte solo noi; quando abbiamo realizzato quanto ci fosse necessario il supporto dalle altre persone, è nata l’associazione di volontariato “Rewild Liguria Odv”, che ci ha permesso di assicurare i nostri federati. Grazie ad essa, abbiamo ottenuto una convenzione con la Asl che ci ha consentito di occuparci degli spostamenti degli esemplari.  Le due associazioni  sono anche  impegnate in interventi sul territorio, monitoraggio, advocacy e raccolta di dati. Si sostengono attraverso donazioni, merchandise e grazie all’intervento di fondazioni, che implicano la partecipazione a un bando e la presentazione di un progetto. Quest’anno ancora non abbiamo ricevuto contributi, ma presto lanceremo su GoFundMe una raccolta destinata a finanziare una palizzata che finalmente sostituisca con efficienza la recinzione elettrificata del lago di Giacopiane».

Quali sono le valenze turistiche del progetto? Per quale tipo di turisti i cavalli rappresentano un’attrattiva?

«Il progetto turistico è nato prima dell’associazione. Io sono una naturalista e guida ambientale escursionistica.  Nostro interesse prioritario è la promozione dell’attività turistica della zona. Il range di età e tipologia turistica è molto vario: vengono fotografi, amanti dell’outdoor o escursionisti dai 18 agli 80 anni. Coppie, gruppi di amici e comitive che provengono da altre regioni o dall’estero: California, Francia, Finlandia, Romania, Ucraina, in questo caso spesso praticanti dell’equitazione etologica. Ma molti sono semplicemente attratti dal fascino del cavallo selvatico, oltre che dalla relativa accessibilità del nostro parco rispetto a luoghi più lontani come le grandi pianure del Nordamerica o le steppe mongole. Le montagne della Liguria sono un luogo bellissimo e – quasi – altrettanto selvaggio».

Sull’argomento vedi qui  e qui

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