È più simpatico chi ha vinto i soldi alla lotteria che chi se li è guadagnati lavorando. Non toccate musulmani, neri o il mondo lgbt, se volete biasimare qualcuno senza correre rischi condannate i ricchi. Sono alcuni tratti del sentire comune messi in luce nel libro scritto dal sociologo e storico tedesco Rainer Zitelmann “Die Gesellschaft und ihre Reichen: Vorurteile über eine beneidete Minderheit (FBV-2019) e pubblicato di recente da IBL Libri con il titolo “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi”.

Zitelmann ha scritto il suo libro in base ai risultati di un sondaggio condotto per esteso in Francia, Gran Bretagna, Germania, Usa e Italia dall’ istituto Ipsos Mori , con rilevazioni anche in altri paesi, per mettere in luce l’atteggiamento delle persone verso i ricchi. Per ricchi qui si intende chi, oltre a una casa, possiede almeno un milione di euro, di sterline o di dollari.

Nel libro viene inoltre sviluppato un “Indice dell’invidia sociale” che denota come molti pregiudizi nascano anche da un’errata percezione delle dinamiche economiche e da un diffuso sentimento anticapitalista. Ed è probabilmente per questo che IBL, nella traduzione, ha intitolato il lavoro dello studioso tedesco ricorrendo a uno slogan molto popolare nei cortei nell’Italia degli Settanta: “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”. Allora oggetto di odio e disprezzo non erano tanto i ricchi di per sé (tra l’altro non pochi tra i leader della contestazione lo erano, o lo erano le loro famiglie) ma in quanto detentori dei mezzi di produzione, che si appropriano del “plus valore”, cioè della differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione sufficiente al mantenimento della forza-lavoro. Un discorso ideologico di cui le premesse teoriche sono svanite, per la loro inconsistenza e per l’incapacità dei nuovi odiatori di capirle, ma che ha fertilizzato il terreno per la pianta populista, per l’uno vale uno, ecc…

La prima domanda posta agli intervistati è: quali di questi gruppi (musulmani, immigrati, ebrei, neri, omosessuali, disabili, persone che vivono di sussidi, donne, cristiani, disoccupati e ricchi) bisogna stare attenti a non criticare in pubblico? In tutti i Paesi indagati il gruppo che risulta più criticabile senza problemi è quello dei ricchi.

Una risposta che di per sé potrebbe dare anche chi non ne condivide le premesse: a parlare male in pubblico di neri, lgbt, ecc..si rischia quanto meno l’impopolarità. Se si tratta di islamici anche la pelle. Ma l’Indice dell’invidia sociale ci fa capire che l’avversione verso i ricchi nasce anche da una percezione delle dinamiche economiche proveniente in forma semplificata dalla vecchia idea che i ricchi diventano tali a spese degli altri: l’attività economica è vista come un gioco in cui uno dei competitori deve perdere perché l’altro vinca. (Una concezione dell’economia per cui, ad esempio, la quantità dei posti di lavoro non dipende dal valore creato da una società ma è fissa, come i posti a sedere sull’autobus, e l’anziano che lavora è visto come uno che ruba il “posto” a un giovane. E un paese è ricco perché sottrae ricchezze ai paesi poveri o perché l’ha sottratta grazie al colonialismo).

Alla domanda su chi merita di diventare ricco le risposte mostrano discrepanze tra i vari paesi e tra fasce d’età all’interno di ogni paese ma la tendenza comune è una maggiore simpatia verso chi ha fatto fortuna vincendo alla lotteria più che verso chi ha guadagnato il denaro con il lavoro. Anche se altri gruppi di persone ricche sono criticati perché ritenute non meritevoli. La Svezia è l’unico paese in cui proporzioni uguali di invidiosi e non invidiosi credono che i vincitori della lotteria meritino la propria ricchezza.

E qui il sentimento anticapitalista mostra la forza che lo spinge, al di là delle premesse teoriche: l’invidia sociale. In termini di autostima, è più facile accettare la fortuna di un vincitore della lotteria che accettare il successo di un imprenditore o di un dirigente d’azienda. Perché a lui è andata bene e a me no? Perché è fortunato, non perché è più abile, intelligente, tenace, ecc… di me.

I più critici verso chi ce l’ha fatta sono gli anziani. In Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, per esempio, le persone più anziane sono nettamente più favorevoli dei giovani all’idea di ridurre drasticamente gli stipendi degli alti dirigenti e a ridistribuire il denaro tra i dipendenti. Anche nel caso in cui questi ultimi ne guadagnino solo pochi euro in più al mese: l’importante è toglierli a chi ne ha molti. In Italia, però, solo il 27% di giovani sotto i 29 anni, contro il 46% di ultrasessantenni, si dice a favore di salari più convergenti fra dirigenti e lavoratori. Mentre solo il 2% degli italiani over 60 crede che le alte retribuzioni dei manager dipendono dal fatto che il loro è un ruolo di responsabilità, contro il 18% dei giovani

«I giovani italiani –  scrive Zitelman nella prefazione – hanno molti meno pregiudizi verso i ricchi rispetto ai connazionali più anziani e sono meno prevenuti rispetto, per esempio, ai giovani americani. Nel complesso, l’invidia sociale è più bassa in Italia che in Francia e nel Paese in cui vivo, la Germania». E questo potrebbe essere un segnale di vitalità, di voglia di affermarsi, più importante, per il nostro futuro, di ogni Pnrr.

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