Il Mediterraneo affoga sommerso dai rifiuti, i pescatori (che trovano sempre meno pesci) potrebbero e vorrebbero fare la loro parte ma non possono, perché i rifiuti pescati accidentalmente o generati dall’attività di pesca sono considerati “speciali” e soggetti a una procedura di raccolta e trattamento complessa e onerosa che scoraggerebbe chiunque. È questo l’appello lanciato da Slow Food nel giorno di chiusura della decima edizione di Slow Fish, che fino a ieri, domenica 4 luglio, ha animato quattro piazze del centro di Genova.

«Urge una soluzione immediata al problema – dichiara Marco Dadamo, biologo marino ed esponente dell’advisory board di Slow Fish – e potrebbe essere la tanto attesa legge SalvaMare, che prevede la possibilità di conferire i rifiuti accidentalmente pescati in mare e i rifiuti volontariamente raccolti in ambiente marino in apposite strutture di raccolta, anche temporanee, allestite in prossimità degli ormeggi». Gli operatori della piccola pesca, che danno un importante contributo alla sostenibilità del mare, devono essere messi nelle condizioni di poter svolgere il loro già difficile lavoro senza correre il rischio di essere soffocati dai costi e dalla burocrazia. È importante che la nostra classe politica prenda consapevolezza del ruolo strategico della piccola pesca in Italia, in termini di lavoro e ambiente, ma anche per gli aspetti legati alla cultura e alle tradizioni»-

La legge Salvamare, secondo Slow Food/Slow Fish, andrebbe nella direzione della direttiva Ue 2018/85 che intende agevolare gli strumenti per fermare la dispersione dei rifiuti nell’ambiente marino contribuendo al conseguimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, prevenendo e riducendo in misura significativa, entro il 2025, l’inquinamento marino di tutti i tipi.

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