Che cosa succede quando la tecnologia di frontiera incontra la sfida della sostenibilità? Cosa significa fare “deep tech” oggi a Genova? Come si può rivoluzionare la mobilità in orbita e sulla Terra? Se n’è parlato giorni fa alla presentazione dell’azienda genovese DBSpace a Mentelocale Bistrot, a cura di Fondazione Genova Startup.
Alla presentazione sono intervenuti Dario Bruna, founder, ceo & cto dell’azienda, Ilaria Scaliti, cofounder, membro del cda e responsabile delle relazioni esterne di Genova Startup, e Massimo Vanzi, confounder e socio di Genova Startup.
DBSpace è una startup deep-tech genovese che sviluppa turbomacchine avanzate per la mobilità e per le infrastrutture spaziali. Grazie a una piattaforma ingegneristica proprietaria, l’azienda accelera lo sviluppo di hardware, riducendone i costi e abilitando architetture scalabili. Si colloca nel segmento upstream della new space economy e ha obiettivo di definire un nuovo standard nell’elettrificazione delle turbomacchine di nuova generazione per la propulsione aerospaziale. Il team vanta un’esperienza maturata in Nasa, Esa, Rolls-Royce e Ansaldo Energia. Supportati da Esa Bic Turin, Vento Ventures, Galaxia CDP VC e Filse, DBSpace porta le proprie innovazioni anche sulla Terra, abilitando sistemi energetici a idrogeno e a basse emissioni. Potremmo definire la sua missione quella di rivoluzionare la mobilità in orbita e sulla Terra.
Approfondiamo l’argomento con Dario Bruna.
Quando è nata l’idea di fondare DBSpace?
«L’idea è iniziata a fine 2019-inizio 2020 ed era quella di elettrificare una turbopomba per sistemi propulsivi spaziali».
Quali sono state le tappe seguenti?
«Abbiamo definito il team di fondatori, tra cui anche l’ing. Franco Malerba (primo astronauta italiano), e ci siamo assicurati le risorse economico-finanziarie chiudendo tre round di investimento con investitori privati e pubblici, tra cui Vento e Galaxia CDP VC. Tramite queste risorse siamo riusciti ad assumere personale e a passare da un primo MVP (i.e. Minimum Viable Product) a dei prototipi e dimostratori, portando la tecnologia ad un livello di maturità superiore. Nel mentre siamo stati selezionati dall’ Agenzia Spaziale Europea per un programma di incubazione presso l’I3P del Politecnico di Torino ed abbiamo firmato diverse lettere di intento con aziende spaziali europee. Al momento siamo in fase di fundraising per portare la nostra tecnologia in orbita».
Il vostro prodotto è cambiato in questi anni?
«La tecnologia è maturata, il prodotto che avevamo in mente inizialmente è cambiato, l’abbiamo reso scalabile e al momento abbiamo cinque linee di potenziali prodotti.
Come possiamo chiamare il prodotto nel suo complesso?
«Pompa elettrificata, o semplicemente elettrica, ad alte prestazioni»
E ha cinque diversificazioni.
«Sì, in funzione del fluido di lavoro, della portata richiesta e della performance desiderata».
Nel corso di questi anni è cambiata l’idea degli sbocchi di mercato?
«Siamo partiti concependo un prodotto puramente spaziale e tramite trasferimento tecnologico siano arrivati a proporre una serie di prodotti anche per applicazioni terrestri. Una pompa criogenica può essere utilizzata sia nello spazio sia sulla terra, con metano liquido, ossigeno liquido, gas naturale liquefatto per esempio. DBSpace ha l’obiettivo di servire in futuro anche il mercato dell’idrogeno liquido».
Questa pompa elettrificata è criogenica?
«Sì, è progettata per operare con fluidi che si trovano allo stato liquido a temperature bassissime, criogeniche. Tuttavia, la nostra gamma include tecnologie e prodotti anche per i cosiddetti fluidi “stoccabili” o “storable”, ovvero quelli che mantengono lo stato liquido in condizioni ambientali standard».
Con diversi tipi di combustibile?
«Corretto. Se pensiamo allo spazio, oggi si predilige la combinazione di metano ed ossigeno liquido – il Methalox. Ne sono un esempio i motori della Starship di SpaceX, del New Glenn di Blue Origin, e l’Arcos di Pangea Propulsion. Questa combinazione offre prestazioni notevoli con costi più contenuti rispetto alla soluzione con idrogeno ed ossigeno liquido. Quest’ultima, che è lo standard per i lanciatori Ariane di ArianeGroup, ed è stata anche utilizzata per i propulsori dello Space Shuttle, garantisce la massima performance ma a fronte di costi chiaramente molto elevati».
Fate la progettazione in house?
«Sì, abbiamo un piattaforma proprietaria di R&D che ci permette di velocizzare sia la fase di progettazione, sia la prototipazione».
Quindi arrivate a costruire il prototipo, magari facendovi dare componenti dall’esterno?
«Dipende, facciamo progettazione e prototipazione in-house e poi abbiamo dei partner con cui facciamo il manufacturing finale dell’hardware, andando ad integrare parti, quali i cuscinetti per esempio, prodotti da altre aziende».
Non siete ancora passati alla produzione di massa di questi prodotti?
«Ci auguriamo che avvenga per alcune famiglie di prodotti terrestri, ma il nostro comparto spaziale resta al momento un mercato di nicchia. E l’obiettivo è siglare contratti pluriennali per garantire delle forniture continuative a molteplici missioni»
Avrete bisogno anche di uno stabilimento?
«Potenzialmente, dipenderà dai volumi e dal go-to-market definito per le singole applicazioni».
Ha detto che contate tra 5 anni di avere un fatturato sui 50 milioni di euro.
«Si, è una stima realistica, ma nel business plan abbiamo anche uno scenario più aggressivo, quindi ci auguriamo di superare quella cifra. È una previsione fondata sulla posizione in cui ci troviamo oggi e su ipotesi soggette a una costante revisione, dettata da dati e dall’evoluzione dei mercati e di DBSpace».
