Le proposte di Cna ai candidati sindaco di Genova

Necessità di fare sistema, di politiche organiche e tenere conto della policentricità della città

cna
Cna ha prodotto un documento in cinque punti di proposte ai candidati sindaco di Genova dando come priorità la promozione dello sviluppo e dell’aggregazione delle imprese locali, affinché le risorse possano rimanere e circolare nel territorio.
Per questo secondo Cna sarebbe utile istituire un assessorato che accorpi le deleghe a artigianato e attività produttive, per rafforzare l’efficacia delle politiche di supporto e promozione. Allo stesso tempo, se il turismo rappresenta una leva importante per Genova, non si può pensare a uno sviluppo sostenibile senza il consolidamento delle attività produttive, in particolare quelle legate al porto e ad altri settori strategici.
Non si vive di solo terziario e commercio, anche perché il contesto attuale – segnato dall’espansione di Amazon e del commercio elettronico – rende sempre più difficile sostenere le piccole attività con logiche esclusivamente difensive. Serve, secondo l’associazione, una visione innovativa e proattiva.
Alcuni ostacoli – come la burocrazia e la pressione fiscale – sono di competenza nazionale, e non facilmente risolvibili a livello locale. Tuttavia, il Comune può e deve promuovere politiche territoriali più incisive, anche sugli incentivi, superando la logica dei soli contributi a fondo perduto e puntando su strumenti capaci di generare impatto e crescita duratura.
Lo stesso vale per il centro storico, secondo Cna: servono interventi organici, non frammentati, che rispondano a tutte le istanze e agiscano secondo una logica di “sistema”. Fare sistema è uno degli obiettivi più difficili ma più necessari per favorire uno sviluppo integrato e sostenibile. Spesso si tende a privilegiare un settore alla volta, ma per una programmazione realmente efficace è fondamentale tener conto della complessità del territorio e delle sue specificità. Un esempio concreto riguarda i Municipi, che sono un elemento strategico per realizzare uno sviluppo armonico. Devono essere coinvolti attivamente in tutte le azioni previste, ma all’interno di una visione unitaria, con una regia centrale capace di evitare frammentazioni e ottimizzare le risorse.
Infine è essenziale che tutti gli interventi volti allo sviluppo industriale, commerciale e logistico – fondamentali per il futuro della città – non vengano calati dall’alto o concepiti come iniziative isolate. Al contrario, devono essere progettati tenendo conto della “policentricità” che da sempre caratterizza la Città Metropolitana di Genova. Solo così si potrà garantire un equilibrio tra l’evoluzione delle infrastrutture e il tessuto vivo delle delegazioni, fatto di famiglie e attività diffuse, promuovendo soluzioni capaci di accompagnare lo sviluppo e mitigare al massimo gli impatti negativi.

Ecco le proposte che riceviamo e pubblichiamo integralmente:

  1. Favorire lo sviluppo locale e il “fare impresa”
  2. Investire su Porto e trasporto
  3. Agevolare la formazione e il lavoro, in particolare dei giovani
  4. Puntare ad un turismo di qualità: cultura, turismo esperienziale…
  5. Promuovere la sostenibilità e l’economia circolare
 
1. FAVORIRE LO SVILUPPO LOCALE E IL “FARE IMPRESA”
Per l’avvio di nuove imprese, il consolidamento e lo sviluppo di quelle delle esistenti, così come l’insediamento di nuove attività produttive, il ruolo del territorio è particolarmente importante. Il territorio rappresenta l’insieme delle sfide esterne che le imprese, in particolare quelle di piccole dimensioni, si trovano ad affrontare: dalla necessità di infrastrutture stradali e digitali adeguate a competere efficacemente sia a livello locale che globale, alla riqualificazione e allo sviluppo delle competenze richieste dalla trasformazione digitale. Importante anche disporre di servizi di welfare aggiornati, in linea con i cambiamenti sociali e demografici in atto, e promuovere un’interazione efficace con la pubblica amministrazione, affinché le istituzioni diventino più efficienti e innovative nell’erogazione dei servizi. Bisogna superare la contrapposizione tra il welfare pubblico – sempre più in difficoltà nel rispondere a bisogni in aumento con risorse limitate – e quello privato, che spesso accentua le disuguaglianze: puntare a un nuovo modello di Welfare di Comunità, capace di mettere in rete soggetti diversi che possano erogare servizi adeguati alle esigenze delle famiglie, garantendone qualità, coerenza e accessibilità economica sia per chi li utilizza sia per chi li offre.
Fondamentale poi sburocratizzare, semplificare, ridurre i processi autorizzativi per imprese e cittadini anche attraverso l’uso delle tecnologie digitali. Le piccole imprese spendono in burocrazia dalle 350 alle 500 ore annue. Necessaria una profonda semplificazione a livello di indirizzo politico, attraverso la chiara identificazione di un interlocutore unico sul piano amministrativo e del rafforzamento dello sportello dedicato alle imprese. Occorrono interlocutori certi e risposte rapide per non fare perdere tempo inutile agli imprenditori, come purtroppo tuttora avviene.
Non a caso si parla di “burocrazia difensiva” perché la PA spesso pretende la presentazione di documenti sia in forma cartacea che telematica e richiede all’utente informazioni già in suo possesso. Inoltre, i linguaggi delle banche dati pubbliche sono diversi e non dialogano tra loro. Semplificazione del procedimento e semplificazione normativa non sono inconciliabili, ma per renderli pienamente compatibili è necessario un cambio di paradigma affinché l’attività amministrativa sia vicina alle imprese e ne agevoli lo sviluppo.
Centrale, per favorire lo sviluppo delle imprese, il tema della sicurezza: residenti e imprenditori di numerosi quartieri genovesi segnalano uno stato di crisi e un senso percepito di insicurezza, derivanti dai complessi e profondi processi di trasformazione che coinvolgono il tessuto economico e sociale dei nostri quartieri. Processi di trasformazione che implicano una percezione di degrado con riscontri oggettivi in alcune difficoltà legate soprattutto all’integrazione delle comunità straniere di immigrati regolari veicolati dal tessuto produttivo. Quindi non è solo una percezione, quella del degrado, e non sono solo percepiti i problemi di sicurezza conseguenti (abuso di bevande alcoliche, bivacchi, zone di spaccio, furti, ecc.). È necessario tenerne conto, ma anche condividere una considerazione: i processi di trasformazione devono essere governati, e non lasciati alle loro derive, anche se è difficile farlo. Cavalcare queste difficoltà, in un senso o nell’altro, non aiuta le imprese e in generale non aiuta il tessuto sociale in crisi. Di fronte a problemi così eterogenei, occorre rispondere ai bisogni di miglioramento (integrare l’illuminazione delle strade convertite a led per compensare l’insufficienza dei nuovi dispositivi a risparmio energetico, aumentare la circolazione delle forze dell’ordine in orari e aree critiche, creare un rapporto di contatto e collaborazione tra la popolazione, gli esercenti e le forze dell’ordine, ecc.), ma anche attivare politiche abitative e di integrazione culturale e un processo profondo di riqualificazione dei quartieri, che passa anche per gli insediamenti produttivi.
questo produce un grave danno tanto patrimoniale quanto competitivo alle imprese genovesi, che si trovano a sopportare un costo di gran lunga superiore a quello dei loro concorrenti, ubicati anche in zone limitrofe. Indispensabile procedere ad una revisione dell’organizzazione del servizio igiene urbana col duplice intento di aumentare da un lato l’efficienza e l’efficacia e dall’altro di ridurre il costo complessivo dell’attuale azienda AMIU (la pulizia è una priorità per tutti, cittadini e imprese). Occorre anche incrementare la percentuale di parte variabile della TARI applicata alle imprese e che la stessa corrisponda all’effettiva produzione di rifiuti urbani o assimilati da parte di ogni singola attività. Sempre solo a titolo di esempio: gli autoriparatori hanno visto aumentare in modo esponenziale i costi della Tari, nonostante sostengano già costi molto alti per lo smaltimento dei rifiuti speciali.
Altro tema estremamente difficile da affrontare quello dell’abusivismo, che costituisce una vera e propria minaccia per le imprese del comparto artigiano e per le piccole imprese di tantissimi settori, dal benessere alle officine passando per i gommisti e l’edilizia. L’abusivismo rappresenta un pericolo per la salute dei consumatori e un rischio per i lavoratori che lo praticano. È pertanto necessario creare un coordinamento tra gli enti ispettivi, la pubblica sicurezza e le categorie produttive e commerciali per razionalizzare e aumentare i controlli. Proposta: istituire un Tavolo apposito a cui partecipino tutti i soggetti interessati (ASL, pubblica sicurezza, prefettura, Inps, ispettorato del lavoro, sindacati, categorie economiche, etc.).
Infine, la questione appalti e la difficoltà estrema delle imprese del territorio ad essere coinvolte, azione importante per garantire sviluppo e rilancio economico. Alcune proposte: privilegiare l’assegnazione dei lavori pubblici attraverso l’assegnazione diretta fino a 150.000 €, la procedura negoziata da 150.000 € fino a 1.000.000 € senza bando previa consultazione di almeno 5 operatori economici, la suddivisione per lotti delle gare pubbliche di alto valore per agevolare la partecipazione delle piccole imprese, oltre a favorire l’utilizzo del project financing come strumento strategico per la realizzazione di alcune opere pubbliche. Tutto questo accompagnato da un impegno deciso nella lotta contro la corruzione e le infiltrazioni malavitose, oltre ad un monitoraggio costante per contrastare il criterio del massimo ribasso, assicurando trasparenza e legalità nel settore.
2. INVESTIRE SU PORTO E TRASPORTO
L’integrazione tra porto e città è un tema evidentemente strategico e al tempo stesso assai complesso. Il porto di Genova ha un’enorme rilevanza per l’economia non solo genovese e ligure. Siamo infatti il primo porto d’Italia per quanto riguarda le merci e tra i più importanti per i passeggeri, ma la morfologia della città e gli spazi limitati certo non agevolano questa integrazione. Occorre una prospettiva nel breve, medio e lungo periodo che possa consentire uno sviluppo adeguato alle nuove sfide (es. gigantismo navale).
La viabilità, per quanto possibile, deve essere sempre più separata tra mezzi pesanti e leggeri. Il livello di condivisione nella gestione e nella programmazione tra l’Amministrazione Comunale e l’Autorità di Sistema Portuale deve crescere ancora, sulle questioni legate alla viabilità, sulla ricerca di spazi, sulle connessioni intermodali. Non solo, ma la condivisione deve essere trasferita nei rispettivi PUC E PIANO REGOLATORE. Il Porto è la risorsa più preziosa della nostra città, è necessario continuare a svilupparlo, farlo crescere e performare la sua operatività, con un’attenzione sempre maggiore al tema della sostenibilità, ma negli ultimi anni l’isolamento infrastrutturale che ha subito il nostro territorio ha reso molto più difficile questo processo. Il tema del trasferimento dei depositi chimici rappresenta uno dei tanti esempi di come sia complessa e difficile l’integrazione tra la città e il Porto. Occorre arrivare a soluzioni il più possibile condivise e che non creino ulteriori fratture tra chi lavora in porto e il resto della cittadinanza e in ogni caso ogni decisione deve essere frutto di una visione e di una prospettiva di crescita e di sviluppo della città e del suo porto. Il Porto deve rappresentare per Genova un esempio non solo di operatività, di avanguardia nella digitalizzazione di numerosi processi, ma anche di legalità, di rapporti trasparenti tra imprese e istituzioni. Legalità e trasparenza significa attrarre imprese sane e creare un sistema di sviluppo virtuoso, rispettoso della storia di Genova e del suo porto.
Pensare di costruire il futuro di Genova significa lavorare per favorire sempre più l’integrazione tra Porto, passeggeri e merci, e città. Uno degli elementi che sempre ha creato conflitto è l’interferenza tra il traffico dei mezzi pesanti e la viabilità urbana. Seppure alcuni interventi abbiano cercato di attenuare questa problematica, rimangono grandi criticità e una questione fondamentale a cui nessuna amministrazione fino ad oggi è riuscita a dare una risposta adeguata: in generale il tema dei parcheggi per i mezzi pesanti e più in particolare la realizzazione di un Autoparco.
Per quanto riguarda l’Autoparco ciò di cui ha bisogno la città con il più grande porto d’Italia, è un’area che comprenda un numero importante di parcheggi (400/500 stalli almeno) con servizi all’autotrasporto che vadano dalla manutenzione dei mezzi alla ristorazione e al pernottamento per gli autisti. In tale area si potrebbe pensare di riservare una parte al trasporto persone con appositi stalli per i pullman. Le aree ex Ilva sono quelle che da un punto di vista logistico meglio si presterbbero. Ci sono criticità in tal senso, si può ragionare su altri spazi, qualora si individuino e si rendano disponibili, ma è chiaro che dovranno comunque rispondere a criteri di spazi adeguati e posizione strategica. Oggi il fabbisogno dei parcheggi di camion è intorno a 800 e al momento ne abbiamo, in modo assolutamente temporaneo e precario, circa la metà. Gli effetti derivanti dalla mancanza di parcheggi custoditi sono molteplici, dalla diffusione di una sosta selvaggia che va esattamente in direzione opposta all’obiettivo di integrare l’attività portuale con la mobilità e la sostenibilità urbana, alla spinta nei confronti delle imprese a cercare personale fuori dalla nostra regione. Rispetto alla viabilità e al forte impatto che molti cantieri hanno su di essa sarebbe importante un coinvolgimento delle associazioni che possono contribuire ad attenuare tale impatto. In alcuni casi, con alcuni accorgimenti a costo zero o minimi, si possano trovare soluzioni a criticità della viabilità urbana anche importanti.
L’esperienza e l’occhio critico e costruttivo di coloro che quotidianamente vivono sulla strada possono essere un valore aggiunto alle competenze dei tecnici e funzionari comunali addetti alla mobilità. Questo vale sia per gli operatori del trasporto merci che del trasporto persone, Taxi e NCC. Per quello che concerne invece il concetto di economia del mare, di cui tutti parlano, crediamo che andrebbe scorporata la nautica dalla portualità cosiddetta “commerciale” pura, ovvero dal traffico merci e connessa logistica. Oggi tutto è racchiuso nella Blue Economy e questo fa perdere di vista la peculiarità della nautica e del grande apporto che essa reca in termini di Pil. Genova è conosciuta per la cantieristica portuale ma anche per le marine e cantieri di costruzione e refitting. In tutto il territorio ligure c’è una forte presenza quindi di cantieri di costruzione e refitting, grandi e piccoli, nonché centinaia di marine e nautica turistica: tutto questo si avvale di un gran numero di imprese artigiane che lavorano direttamente o nell’indotto in queste realtà.

3. AGEVOLARE LA FORMAZIONE E IL LAVORO, IN PARTICOLARE DEI GIOVANI

Il problema del mismatch domanda offerta – che di recente ha acquistato una notevole rilevanza nel dibattito politico e nell’agone mediatico – difficilmente potrà essere affrontato in modo costruttivo in assenza di un’analisi compiuta sulla sua dimensione reale, sulle differenti cause che lo hanno generato, sul suo impatto sui singoli settori d’impresa. Di recente abbiamo presentato i risultati di una ricerca su 100 neet realizzata con Rotary Genova Nord e UNIGE, dove emergono spunti estremamente interessanti per affrontare il problema, ma soprattutto evidenzia come non esistano soluzioni semplici ad un problema talmente complesso. (Per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice. Che in genere è quella sbagliata. George Bernard Show).

Da un lato oggi il problema principale evidenziato dalle aziende di quasi tutti i settori è la difficoltà a trovare risorse umane. I settori sono moltissimi (non solo la Blue Economy) e ogni rappresentante del proprio lo ritiene un problema limitato a sé, non comprendendo che si tratta di un fenomeno ormai diffuso e, soprattutto, multi-causale. Viviamo oggi una situazione nella quale, pur di fronte ad un aumento netto degli occupati, la domanda di lavoro delle imprese non trova adeguata soddisfazione. Il numero complessivo di occupati ha superato i 23 milioni di unità (con una crescita nell’ultimo decennio del 7,1%), ma l’Istat rileva che al 3° trimestre del 2022 il “tasso di posti vacanti” era del 2,3% per l’insieme delle imprese con dipendenti.
La situazione assume un carattere paradossale se si considerano i persistenti ed elevati tassi di disoccupazione giovanile e la difficoltà delle imprese nel trovare una soluzione ai loro fabbisogni occupazionali. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro necessita di essere analizzato in tutte le sue componenti e sembra opportuno operare una prima distinzione tra le cause di tipo quantitativo e quelle di tipo qualitativo. Appartengono certamente al primo tipo la denatalità e la senilizzazione a cui è oggi soggetto il Paese e Genova in particolare così come la stasi nella crescita della popolazione straniera. C’è poi il problema delle competenze digitali avanzate, di cui le imprese avrebbero certamente bisogno per inserirsi nella transizione che le attende, ma che le vede competere per il reclutamento dei pochi giovani che ne sono davvero in possesso. Infine, guardando in particolare al mondo delle piccole imprese a carattere artigiano, è da segnalare la notevolissima difficoltà che incontrano nel trovare personale con competenze tecniche specifiche e allo stesso tempo disponibile a svolgere un lavoro manuale (operai specializzati), oltre alla perdita di attrattività di alcune professioni e il lavoro artigiano (ma in generale il lavoro manifatturiero) sta uscendo dallo schema cognitivo e dai desideri dei giovani. Stiamo progettando, per il nostro ente di formazione una piccola CITTA’ dei Mestieri che raggruppi i percorsi formativi dell’artigianato (Gastronomia, Benessere, Impiantistica, Sartoria…) che consentirebbe di costruire una narrazione positiva raccontando anche l’innovazione che li caratterizza.
Ma che ruolo può avere il COMUNE? azioni per riavvicinare i giovani al lavoro manuale, certamente raccontandone correttamente tutti gli aspetti positivi; rilancio di politiche di social housing (sia per gli studenti che per i giovani lavoratori) e cercare soluzioni innovative per agevolare la mobilità dei lavoratori anche definendo nuove forme di intervento pubblico-privato per l’alloggio dei nuovi assunti (lavoratori giovani, fuori sede, immigrati, ecc.); attuazione di una riflessione seria sull’accoglienza e l’integrazione dei lavoratori stranieri. Si tratta di una esigenza non più eludibile, da condurre al di fuori di schemi ideologici e oltre la retorica dei “lavori che gli italiani non vogliono più fare”, immaginando meccanismi di coinvolgimento/reclutamento che favoriscano il corretto inserimento sociale dei lavoratori immigrati; forte coinvolgimento dei municipi che possano favorire il coinvolgimento dei giovani del territorio avendone diretta conoscenza; costruzione di un modello di UNIVERSITA’ capace di valorizzare il nostro Ateneo e magari anche attraverso convenzioni con Business school che rendano la nostra città meta di studenti provenienti da tutta Italia. Ovviamente questo implica l’individuazione di spazi, servizi, strutture abitative.

4. PUNTARE SU TURISMO DI QUALITÀ: CULTURA, TURISMO ESPERIENZIALE…

Per promuovere Genova come città turistica, è necessario proporla come un’offerta integrata, un vero e proprio “pacchetto” unico. Ciò richiede una visione condivisa, una regia coordinata nella progettazione di eventi, fiere e manifestazioni, calibrata di volta in volta sul target di riferimento. Per raggiungere questi obiettivi sono fondamentali una visione d’insieme, la capacità di ottimizzare le risorse, attrarre investimenti e generare sinergie. In questo contesto, alcune proposte possono rafforzare la strategia turistica cittadina:

  • Favorire l’aggregazione tra imprese e consorzi, incentivando forme di cooperazione attraverso meccanismi di premialità per chi fa rete, sviluppa progetti comuni e qualifica l’offerta locale;
  • Contrastare il fenomeno del “mordi e fuggi”, promuovendo soggiorni più lunghi e diffusi, che vadano oltre la visita alle sole attrazioni più note;
  • Investire in servizi e attrattive per i giovani, affinché conoscano e scelgano Genova come luogo da vivere e scoprire;
  • Valorizzare il turismo legato alla silver economy, considerando il potenziale attrattivo della città in termini di clima, vivibilità e offerta culturale.
Oltre al turismo di massa, legato ai grandi eventi e ai poli attrattivi della città, è strategico sviluppare il turismo esperienziale: un approccio lento, consapevole e sostenibile, che consenta ai visitatori di conoscere a fondo il territorio, anche attraverso il coinvolgimento diretto delle imprese locali. Questo tipo di turismo valorizza le peculiarità culturali, storiche e produttive della città e delle sue valli, rafforzando l’identità del territorio.
In particolare, è necessario puntare sulle eccellenze nei settori agroalimentare, artistico e artigianale, dove il legame tra territorio, competenze tradizionali e saper fare è forte e riconoscibile. L’artigianato, in questo senso, diventa un vettore di promozione territoriale: non un elemento folkloristico o anacronistico, ma un fattore distintivo di qualità e autenticità, capace di generare valore aggiunto per l’intero ecosistema turistico.
Il “fare” artigiano rappresenta un’identità sociale e culturale radicata, una risorsa preziosa per una strategia turistica fondata su unicità e tradizione. Le arti e i mestieri della nostra città non vanno solo conservati, ma valorizzati e raccontati in chiave contemporanea, come patrimonio vivo in grado di dialogare con i visitatori e attrarre nuovi investimenti. Per rendere tutto questo possibile, è fondamentale consolidare una strategia di marketing territoriale condivisa, in cui istituzioni e associazioni collaborino per sviluppare un’azione forte e coesa di comunicazione e accoglienza. Genova deve presentarsi come una città attrattiva per l’insediamento di nuove imprese e pronta a sostenere chi vuole investire sul territorio. Tuttavia, per farlo davvero, è necessario intervenire sugli ostacoli strutturali che ancora oggi limitano lo sviluppo: parliamo di vincoli burocratici, competenze frammentate, classificazioni merceologiche obsolete, che ostacolano le nuove iniziative e impediscono a molte realtà di stare al passo con l’evoluzione del mercato.
Una menzione particolare va all’artigianato alimentare, rappresentato da laboratori e botteghe che custodiscono la tradizione gastronomica genovese, fondata su un consumo frugale e “da strada”. Queste attività non solo arricchiscono l’offerta turistica, ma favoriscono la diffusione e la conoscenza di prodotti e saperi locali. Sono realtà capaci di innovarsi a partire dalla tradizione, ma che troppo spesso si trovano penalizzate da assetti normativi superati e rigidità gestionali.
Sostenere queste imprese significa sostenere l’identità e la competitività turistica della nostra città.

5. PROMUOVERE LA SOSTENIBILITÀ, L’ECONOMIA CIRCOLARE E LA GREEN ECONOMY

Uno sviluppo urbano di qualità richiede un approccio integrato che coniughi innovazione, sostenibilità ambientale ed economia circolare. Nei prossimi anni, sarà cruciale affrontare sfide decisive come la riqualificazione del patrimonio abitativo e produttivo, la sicurezza urbana, l’adozione di tecnologie intelligenti per l’efficienza energetica, il miglioramento dell’accesso ai servizi e la riduzione dell’impatto ambientale. In questo contesto, l’economia del recupero e del riciclo va potenziata, diventando asse strategico della transizione ecologica.
L’artigianato, insieme alle micro e piccole imprese, è chiamato a svolgere un ruolo strategico. Queste realtà si distinguono per la loro capacità di adattamento e per una spinta all’innovazione che si esprime anche attraverso il dinamismo delle start-up. Il ripensamento dei modelli di business in chiave circolare è, per molte imprese artigiane, una prassi naturale: realizzano prodotti unici e durevoli, di “qualità eccellente”, la cui lunga vita utile rappresenta già di per sé una forma concreta di sostenibilità. Una sostenibilità non ideologica, ma radicata nella realtà produttiva e nella cultura del “saper fare”. Accanto alla dimensione economica e tecnologica, le piccole imprese continuano a rappresentare un presidio sociale fondamentale: animano i centri storici, rigenerano le periferie, custodiscono tradizioni culturali e contribuiscono alla valorizzazione turistica del territorio. In questo modo mantengono vive le comunità locali, rendendo i quartieri più vitali e attrattivi.
Per sostenere questa evoluzione, è necessario rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato nello sviluppo di soluzioni tecnologiche per la tutela ambientale, la sicurezza degli edifici e l’efficienza dei sistemi produttivi. È altrettanto prioritario adottare sistemi di gestione dei rifiuti più equi, come la tariffazione puntuale, che premi il comportamento virtuoso e rispecchi il reale utilizzo dei servizi. A livello strategico, occorre elaborare un piano pluriennale condiviso, che definisca obiettivi chiari e strumenti operativi, come incentivi fiscali e misure a supporto dell’eco-innovazione, per accompagnare le imprese nella transizione verso un’economia circolare matura ed efficace. Parallelamente, le politiche di rigenerazione urbana dovranno concentrarsi sul rilancio dei centri storici e delle aree più periferiche, incentivando l’insediamento di nuove attività produttive e commerciali, migliorando l’accessibilità attraverso forme di mobilità sostenibile, e ripensando la gestione della sosta in modo più efficiente e intelligente.
La transizione ecologica passa anche attraverso una rivoluzione nei trasporti. È necessario incentivare l’adozione di carburanti alternativi e veicoli a basse emissioni, intervenendo sulla carenza di impianti di rifornimento dedicati, oggi ancora troppo limitati. Un esempio emblematico è rappresentato dal parco taxi della città: su 869 licenze, solo 4 sono attualmente dotate di veicoli elettrici. È urgente intervenire con risorse dedicate, promuovendo anche l’installazione di colonnine di ricarica ad uso esclusivo, che consentano un’effettiva transizione verso una mobilità sostenibile.
Una città sostenibile è anche una città più verde, ma gli spazi verdi devono essere progettati con attenzione, affinché non diventino luoghi di degrado o aggregazione non sana. Per questo, è fondamentale prevedere la manutenzione già in fase di progettazione, coinvolgendo attivamente cittadini e imprese. Un esempio concreto riguarda gli spazi per cani: a fronte di 81.000 cani registrati all’anagrafe canina – un dato sopra la media tra i capoluoghi del Nord Italia in rapporto alla popolazione – si registra una carenza strutturale di aree dedicate. In quest’ambito, potrebbe essere utile promuovere forme di corresponsabilità tra cittadini e imprese, dove queste ultime potrebbero contribuire alla manutenzione e gestione delle aree come opportunità di promozione e cittadinanza attiva.