In Liguria il personale dell’impresa in smart working è passato dall’1,6% del gennaio-febbraio 2020 al 9,1% del marzo-aprile 2020 per poi scendere al 5,9% del maggio-giugno 2020. Rispetto a Piemonte e Lombardia si tratta di percentuali inferiori. È quanto emerge da una ricerca elaborata dalla Fondazione studi consulenti del lavoro su dati Istat “Tempo di bilanci per lo smart working. Tra rischio retrocessioni e potenzialità inespresse“.

 

 

 

Il tasso di crescita del lavoro agile pre-post lockdown tra il primo e il terzo bimestre 2020 vede la Liguria al sesto posto nazionale con il 4,3%.

 

 

A livello nazionale, superata la fase emergenziale, tra maggio e giugno quasi il 40% del personale delle aziende con più di due addetti, occupato in modalità agile durante il lockdown, è tornato in sede.

Lo smart working in Italia ha interessato soprattutto le aziende del Nord Ovest e di grandi dimensioni, rispetto a quelle più piccole e con sedi operative nel Centro o Sud Italia secondo il report.

«Non c’è da sorprendersi se con l’avvio della Fase 3 circa la metà dei lavoratori ha ripreso a lavorare in sede. Le aziende sono arrivate del tutto impreparate rispetto alla ‘sfida’ dell’home working. Una modalità di lavoro non del tutto radicata nel nostro Paese – spiega il presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca – dobbiamo però fare in modo che l’esperienza di questi mesi non vada persa rendendo il lavoro agile più funzionale anche per quanto riguarda la valutazione della prestazione lavorativa, la verifica dei risultati, la sicurezza sul luogo di lavoro».

Nel 2018, secondo l’Eurostat, l’11,6% dei lavoratori europei alle dipendenze di imprese o organizzazioni pubbliche, praticava smart working, lavorando da casa, saltuariamente (8,7%) o stabilmente (2,9%), grazie alle opportunità messe a disposizione delle nuove tecnologie. In Italia la percentuale si fermava al 2%.

È indicativo che anche in una fase d’emergenza, come quella vissuta tra marzo e aprile, le aziende, prima di ricorrere allo smart working abbiano preferito utilizzare altri strumenti di gestione della forza lavoro. Sempre secondo l’Istat, a livello nazionale, solo il 21,3% delle aziende ha introdotto il lavoro a distanza o ampliato la platea dei lavoratori coinvolti. Il 32,3% ha preferito ricorrere all’utilizzo delle ferie o altre misure temporanee volte al contenimento dei costi. La maggioranza (63,1%) ha fatto ricorso alla cassa integrazione. Le resistenze maggiori all’utilizzo dello strumento si sono riscontrate tra le piccole e medie imprese: vi ha fatto ricorso il 16,3% di quelle con meno di 10 addetti, il 35,6% con 10-49 addetti, contro il 71,3% di quelle con 50-249 addetti e l’89,5% di quelle con 250 addetti e più.

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