Un sistema imprenditoriale solido, diffuso sul territorio e capace di garantire stabilità anche nelle fasi economiche più complesse. Ma anche un sistema ancora troppo frammentato, prudente e poco orientato alla crescita dimensionale e all’innovazione. È questa la fotografia che emerge da “Liguria in bilancio”, la ricerca realizzata dal Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Genova con il supporto della Camera di Commercio di Genova, presentata oggi a Palazzo Tobia Pallavicino in presenza del presidente Luigi Attanasio e del segretario generale Maurizio Caviglia.
Lo studio – curato dai professori ordinari Alberto Quagli, Francesco Avallone, Paola Ramassa, dalle professoresse associate Elisa Bonollo, Elisa Roncagliolo e Costanza Di Fabio, dal ricercatore Massimo Albanese e dal dottorando Alessandro Bulgarelli – ha analizzato i bilanci 2022-2024 di 14.586 società di capitale liguri, pari a oltre il 63% del totale regionale e a circa il 73% delle imprese attive, offrendo per la prima volta una lettura sistematica dell’economia ligure attraverso i numeri dei bilanci aziendali.
«La Liguria – commenta Luigi Attanasio – conferma di avere un sistema imprenditoriale solido e resiliente, capace di reggere anche nelle fasi economiche più difficili. Ma il report ci dice anche che restano alcuni limiti strutturali, a partire dalla frammentazione e dalle dimensioni troppo ridotte di molte imprese, che rischiano di frenare crescita e competitività. Per questo dobbiamo aiutare le imprese a fare un salto di qualità, investendo su innovazione, competenze, digitalizzazione e crescita dimensionale. Il sistema camerale vuole essere sempre di più un ponte tra imprese, credito, università e ricerca, sostenendo soprattutto le pmi nell’accesso alla finanza e nei percorsi di trasformazione digitale».
La ricerca analizza 1 quasi il 73% delle società di capitali liguri attive presenti in AIDA. Le esclusioni sono ascrivibili al mancato rispetto della continuità nei dati di bilancio nel periodo 2022-2024, a causa dell’indisponibilità del dato per almeno un anno o della giovanissima età delle società (costituite dopo il 2022).
La popolazione in esame può considerarsi rappresentativa dal punto di vista della consistenza numerica, della copertura geografica ed anagrafico. La copertura del territorio ligure è ampia, con un continuum di società situate tra aree di costa ed interne. Le diverse fasi del ciclo vitale delle imprese sono ben rappresentate, con oltre il 16% delle società che ha un’età inferiore a 5 anni, più del 22% con un’età compresa tra i 5 e i 10 anni, oltre il 56% appartenente alla classe tra i 10 e i 50 anni d’età, mentre le società con più di 50 anni sfiorano il 5%.
Le grandi imprese (fatturato superiore a 50 mil. €) ammontano a 135 (1%) e quelle di media dimensione (fatturato tra i 10 e 50 mil. di €) sono 497 (3%); mentre le piccole imprese (fatturato tra i 2 e 10 mil. di €) raggiungono le 1893 unità (13%) e le microimprese (fatturato inferiore ai 2 mil. di €) sono pari a 12.061 (83%).
Ulteriori caratteri connotanti riguardano la forma giuridica, la dimensione e la specializzazione economica. Le imprese riconducibili alla responsabilità limitata pesano per il 97% e quelle riferibili alla dimensione micro (meno di 2 mil. di fatturato) valgono poco meno dell’83%. La polarizzazione sulle attività terziarie è marcata, esprimendo un peso di oltre l’80% (servizi alle imprese, commercio, costruzioni, turismo e trasporti).
Il sistema regionale è caratterizzato da una certa fertilità imprenditoriale e le realtà che hanno superato le fasi più critiche del ciclo vitale non sono poche, ma lo sviluppo dimensionale e del grado di strutturazione non sembra viaggiare di pari passo.
Nel 2024 il valore della produzione ha superato i 61miliardi di euro, di cui poco più dei ¾ è attribuibile alle società della provincia di Genova. Nell’insieme la capacità di generare produzione è migliorata, dato il +16% nella mediana del 2024 rispetto a quella del 2022.
Il risultato di esercizio complessivo nel 2024 ha sfiorato i 3,7 miliardi di euro e, nel confronto 2024 verso 2022, la mediana è cresciuta del 16%, con importanti variazioni nella provincia di Genova (quasi +28%). In particolare, le imprese liguri con età compresa tra i 10 e i 50 anni hanno svolto un ruolo trainante poiché, pesando per più del 56%, hanno generato quasi l’85% degli utili regionali.
Nel 2024 l’attivo patrimoniale ha quasi raggiunto gli 88 miliardi di euro: le immobilizzazioni pesano per circa il 51% e l’attivo circolante per circa il 48%. Dal lato delle fonti, il patrimonio netto incide per il 43% e i debiti per circa il 52%.
L’aera operativa
Aumentano complessivamente i ricavi mediani (+18%) e l’ebitda (+22%), ma i valori assoluti sono estremamente ridotti (mediana circa pari a euro 370.000 per il fatturato e euro 40.000 di ebitda) per la prevalente presenza nella popolazione di imprese micro (82%) e piccole (13%). L’ebitda margin mediano migliora ed è pari a 10,27%.
Analizzando le cassi dimensionali si nota che la maggiore crescita di fatturato si rileva per le grandi imprese, ma le piccole evidenziano maggiore crescita del valore aggiunto, forse a seguito della loro natura prevalentemente “non industriale”.
Complessivamente la redditività mediana degli investimenti e quella delle vendite migliorano ma i valori sono estremamente ridotti: rispettivamente 5% e 6,65%. Tale situazione è compatibile con un costo mediano del debito pari a 6,7% solo a condizione di uno scarso ricorso al debito. Sempre per il probabile ridotto peso dei costi operativi nelle aziende piccole, si rileva una redditività delle vendite mediana superiore per le piccole (circa 7%) rispetto alle grandi (2,5%).
Coerentemente con uno scarso ricorso al debito si nota la presenza di cicli monetari favorevoli: il ciclo monetario mediano è minore di 50gg. e i tempi di incasso sono inferiori a quelli di pagamento. Il flusso di cassa operativo complessivo è infatti maggiore del reddito netto complessivo di oltre il 20%. Le grandi riescono a incassare in meno giorni (39gg.) e pagano a 60gg. Le medie e piccole incassano a 60gg., essendo in gran parte anche fornitori delle grandi. Le micro, invece, riescono a incassare prima delle medio-piccole (46 gg.).
Il 74% delle imprese è in utile (nel 2024 e nel 2022), ma per importi estremamente ridotti (reddito netto mediano positivo pari a 30.000 euro circa). Anche le imprese in perdita presentano una perdita mediana ridotta (circa euro 15.000): situazione compatibile con approccio prudente e politiche di bilancio di stabilità del reddito. Questo è vero soprattutto per le imprese micro. Il risultato mediano, infatti cresce al crescere della dimensione delle imprese
Quasi il 34% della popolazione presenta crescita contestuale di fatturato e marginalità (profitable growth). La percentuale è maggiore tra le imprese medio-piccole (44% circa), si riduce tra le grandi (39%) ed è minima tra le micro, che sono peraltro quelle più numerose (31%): si rileva una maggiore difficoltà di queste ultime a intraprendere percorsi di crescita organica.
Le immobilizzazioni materiali e immateriali
Le immobilizzazioni tecniche nel 2024 rappresentano il 32,20% del totale attivo (N=14.586), e il loro valore mediano è in crescita rispetto al 2022 (+24% circa).
Le immobilizzazioni materiali superano nettamente per importo le immateriali, anche in tutti i sottogruppi dimensionali. In tutti i sottogruppi dimensionali il trend del valore mediano rispetto al 2022 è in crescita sia per le materiali sia per le immateriali; diminuisce solo la mediana delle immateriali per le microimprese di oltre il 40%.
La voce delle immateriali più consistente per importo è l’avviamento seguita da concessioni, licenze e marchi. Tali tipologie di immobilizzazioni sono però iscritte da un numero limitato di aziende (rispettivamente 5 e 7%). La tipologia più diffusa nei bilanci è infatti la voce residuale Altre immobilizzazioni (presente in circa il 20% dei bilanci) e tale maggior diffusione si riscontra in tutti i sottogruppi dimensionali.
La voce delle materiali più consistente per importo è la voce residuale Altri beni che è anche la più frequente (presente in quasi il 62% dei bilanci), segue per importo complessivo la voce Terreni e Fabbricati, anche se per diffusione prevalgono Impianti e macchinari e Attrezzature. La voce Altri beni è la più consistente per importo complessivo nei bilanci delle grandi imprese, mentre negli altri sottogruppi dimensionali l’importo complessivo più consistente è dato dalla voce Terreni e fabbricati.
La somma algebrica degli investimenti netti di tutte le società risulta positiva, con un valore mediano nel 2024 pari a 3 mila euro e un valore complessivo di oltre 2 miliardi di euro.
Le imprese che investono (ossia con investimenti netti >0) sono la larga maggioranza del campione. Il valore mediano degli investimenti supera largamente il valore mediano dei disinvestimenti, lasciando intendere che la crescita di coloro che investono è superiore alla contrazione subita dalle imprese che disinvestono. Ciò è confermato dal fatto che gli investimenti sono quasi il 10% del valore delle immobilizzazioni nette iniziali mentre i disinvestimenti corrispondono a poco più del 2% delle immobilizzazioni nette iniziali.
Per le imprese che investono la percentuale di imprese in utile (quasi l’80%) è maggiore della percentuale di imprese in utile nella totalità campione (74%). Il comportamento espansionistico appare dunque essere associato a migliori risultati economici. Al contrario, per le imprese che disinvestono la percentuale di imprese in perdita (poco più del 30%) è maggiore della percentuale di imprese in perdita nella totalità del campione (circa il 26%). Ciò dimostra che le scelte di disinvestimento sono più frequenti nell’ipotesi di imprese che hanno situazioni economiche sfavorevoli.
Scomponendo per classe dimensionale, un aspetto meritevole di nota è il valore degli investimenti/disinvestimenti in proporzione alle immobilizzazioni nette iniziali. La percentuale degli investimenti è superiore per le medie imprese (+13,91%) che quindi sembrano crescere maggiormente delle altre in proporzione ai loro valori inziali. La percentuale dei disinvestimenti è invece più elevata per le imprese piccole (-4,05%) suggerendo che possano essere quelle maggiormente in difficoltà e più attente alla razionalizzazione dei loro costi.
Le partecipazioni e le proprietà
L’importo complessivo delle partecipazioni nel campione (N=14.850) è rilevante in termini assoluti (13 miliardi di euro, 19% del capitale investito) ma la detenzione di partecipazioni è poco diffusa e riguarda solo 1.438 imprese (il 10% del campione).
Si rileva una preponderanza di partecipazioni immobilizzate, detenute da 1.350 imprese (9% del campione); solo 116 imprese (1% del campione) presentano partecipazioni circolanti.
Per le grandi imprese le partecipazioni immobilizzate rappresentano un fenomeno diffuso e strutturale (mediana: 1,3 milioni di euro, totale: 7,3 miliardi di euro, 17% del capitale investito delle grandi imprese con partecipazioni), coerentemente con modelli organizzativi di gruppo.
Tra le partecipazioni immobilizzate, la tipologia più rilevante in termini quantitativi è quella in controllate (totale: 11,6 miliardi; 18% del capitale investito dalle imprese con partecipazioni), presenti nel 41% dei bilanci delle imprese con partecipazioni e prevalentemente detenute da grandi imprese (mediana: 603 mila euro; totale: 6,3 miliardi; 15% del capitale investito dalle grandi imprese con partecipazioni)
La tipologia più diffusa di partecipazioni immobilizzate è quella in “altre imprese”, che interessa 810 imprese (mediana: 52 mila euro; totale: 231 milioni; 56% delle imprese con partecipazioni), riflettendo il ricorso alle partecipazioni in funzione di logiche di presidio di relazioni commerciali e collaborazioni strutturate.
Indipendentemente dalla dimensione, non è particolarmente rilevante la spinta delle imprese ad ampliare i rapporti partecipativi come un’effettiva alternativa alla crescita interna. Le imprese attive nel 2024 nella compravendita di partecipazioni risultano solo 538 (4% del campione complessivo). La crescita per linee esterne rappresenta la scelta di un numero limitato di imprese verosimilmente caratterizzate da maggiore capacità finanziaria e assetti più strutturati.
L’importo complessivo degli investimenti netti è pari a circa 1,4 miliardi di euro e riflette una tendenza marcatamente decrescente (-36% dell’importo totale) dal 2022, potenzialmente riconducibile a un contesto di maggiore incertezza o a una minore propensione al rischio.
L’analisi sulla proprietà si focalizza sulle imprese che redigono il bilancio consolidato (N=105). Il 75% del sottocampione è controllato da soggetti localizzati in Italia (attivo controllato: 67% del capitale investito del sottocampione) che consistono prevalentemente in imprese (42 società, 40% del sottocampione) o persone fisiche (25 società, 24% del sottocampione). La parte restante del sottocampione è controllata da soggetti fuori Italia (Paesi UE o estero); in questo caso, i soggetti proprietari sono prevalentemente imprese (16 società, 15% del sottocampione).
In 51 casi (49% del sottocampione, 18% del capitale investito del sottocampione) il proprietario è localizzato in Liguria.
Con riferimento alle 25 società con proprietario italiano e persona fisica, nell’80% dei casi il proprietario è anche manager. In tutti questi casi, si tratta di uomini.
La struttura e la posizione finanziaria
Nel complesso la struttura finanziaria è buona, con un’incidenza dei mezzi propri sul totale del passivo di oltre il 43,5% ed in crescita di un terzo rispetto al 2022, a dispetto del detto comune circa la sottocapitalizzazione delle imprese italiane.
I debiti sono soprattutto di natura commerciale, dal momento che i debiti finanziari esprimono solo il 14% del passivo e il debito bancario pesa per l’8% del totale del passivo. Colpisce che quasi due terzi delle imprese non hanno debito bancario. Anche la liquidità è abbondante, pari al 7,5% del capitale investito, in grado quasi da sola di coprire l’intero indebitamento bancario.
Il grado di capitalizzazione è più elevato per le microimprese e le grandi, mentre le medie son quelle con maggior peso delle banche e anche con la peggiore incidenza, almeno relativamente, della posizione finanziaria netta (attorno al 30%). Salvo le grandi, le altre hanno ingenti disponibilità liquide, che supera il 10% del capitale investito. Se si unisce questo dato alla considerazione che la posizione finanziaria netta a breve termine è ampiamente negativa si deve ritenere che o si è in presenza di notevole, quasi eccessiva, prudenza finanziaria, oppure, più angosciante, dall’assenza di progetti di investimento e di crescita.
Si nota un evidente calo dei debiti finanziari dal 2022 al 2024 e una conseguente discesa della posizione finanziaria netta. In particolare, il 70% delle microimprese non ha debito bancario. La posizione finanziaria netta a breve termine è per tutte le classi negativa, salvo che per le medie, più esposte delle altre al debito bancario.
Al tempo stesso le medie presentano il miglior rapporto tra ebitda e posizione finanziaria netta (181%, contro il 55% delle grandi) e tra Flusso operativo di cassa e Posizione finanziaria netta (147%, contro il 47% delle grandi), nel senso che saran pure più indebitate finanziariamente, ma con ampia capacità di rimborso grazie alla redditività e ai flussi operativi.
Riguardo alle situazioni di patrimonio netto negativo, il punto più delicato è che 414, quasi il 5% del campione, sono in deficit patrimoniale per il terzo esercizio consecutivo. Certamente molte di loro avranno sfruttato l’agevolazione del rinvio quinquennale delle perdite per gli esercizi 2020-2022 ma da questo anno inizieranno a dover rimettere a posto i loro conti pena lo scioglimento della società.
Riguardo alla composizione del patrimonio netto la parte dominante è data dagli utili accantonati, pari al triplo del capitale di apporto e di valutazione.
Il costo del debito nel complesso è del 6,7%, con un intervallo abbastanza ampio tra le diverse classi dimensionali andando dal 5,3% delle medie al 7,1% delle piccole con oneri finanziari con mediana di tutte le classi in aumento rispetto al 2022.
Gli utili netti remunerano ampiamente i mezzi propri con un ROE complessivo dell’11%, con estremi le piccole (17,7%) e le micro (87,2%) e son trattenuti complessivamente del 35%, per quanto le piccole e le micro mostrino tasso di accantonamento rispettivamente del 71% e del 59%.
Il lavoro e il personale dipendente
Circa 4.500 imprese (oltre il 30% della popolazione analizzata) dichiarano nel bilancio 2024 di non avere personale dipendente.
Il numero dei lavoratori dipendenti nel 2024 era quasi 149 mila dipendenti, in crescita dal 2022 in tutte le classi dimensionali (quasi +8% a livello complessivo).
Le grandi imprese (n. 133) impiegano quasi 43 mila dipendenti (mediana: 161), le microimprese (n. 7.153) ne impiegano più di 41 mila (mediana: 4).
Nel 2024 hanno ridotto il numero dei dipendenti quasi 2.000 società (20% circa), di cui oltre il 77% con utile o pareggio nel 2023.
Il costo per il personale rappresenta, a livello mediano, il 21% del valore della produzione, con valori più bassi per le grandi imprese (circa 8%) e più elevati per le microimprese (oltre il 23%).
Il costo dello stipendio unitario mediano (lordo, determinato dal Conto Economico) è di 24 mila euro, con notevoli differenze tra le imprese grandi (47 mila euro), medie (37 mila euro), piccole (31 mila euro) e micro (20 mila euro).
A livello reale, il costo per gli stipendi unitari dal 2022 è aumentato dell’1,47%, con una crescita più elevata per le piccole imprese (+4% circa).
La variazione percentuale degli stipendi reali unitari mostra un allineamento tra redditività e andamento delle remunerazioni: le imprese con redditività negativa hanno ridotto gli stipendi unitari reali e l’aumento percentuale è stato maggiore per le imprese con redditività più elevata. Solo nelle grandi e nelle piccole imprese, invece, la crescita è stata più rilevante nelle società in perdita rispetto a quelle con una redditività positiva e inferiore al 5%.
Nelle imprese con valore aggiunto positivo, il costo del personale rappresenta quasi il 63% del valore aggiunto, con percentuali crescenti al diminuire della dimensione aziendale.
Per confrontare il costo del personale con altre destinazioni del valore aggiunto, la distribuzione dei dividendi per le aziende in utile è variabile e si riduce al diminuire della dimensione aziendale (quasi il 15% del valore aggiunto nelle grandi imprese e di poco superiore al 5% nelle microimprese). Ridotti gli accantonamenti a riserva: in tutte le classi dimensionali inferiori all’1% del valore aggiunto.
Il rapporto con lo Stato: le imposte e i contributi
Il 74% del campione è caratterizzato da un risultato lordo positivo con la presenza di oneri tributari, mentre solo il 3% in corrispondenza di un risultato lordo positivo presenta imposte sul reddito pari a zero o quali componenti positivi di reddito.
I valori mediani sia delle imposte sul reddito sia degli oneri sociali sono molto contenuti (se non addirittura nulli), suggendo una distribuzione fortemente asimmetrica.
Nel caso delle grandi imprese, indipendentemente dal segno del risultato lordo, gli oneri tributari del 2024 sono significativamente inferiori a quelli del 2022, mentre per le restanti categorie di imprese i costi per imposte aumentano con percentuali contenute nel caso di imprese con risultato lordo positivo o, al contrario, molto elevate, nel caso di imprese con risultato lordo minore di zero o nullo.
L’incidenza delle imposte sul reddito e degli oneri sociali sul valore della produzione presenta un andamento crescente al diminuire della dimensione aziendale.
A livello aggregato, il tax rate effettivo di tutte le imprese del campione è pari al 19%, mentre il valore mediano risulta significativamente più elevato (31%), suggerendo una distribuzione non uniforme all’interno del campione.
Le grandi imprese presentano un tax rate effettivo pari al 14% e un valore mediano pari al 29%, indicando che una parte rilevante delle imprese presenta livelli significativamente superiori rispetto al dato aggregato. Inoltre, particolarmente rilevante risulta la forte riduzione del loro tax rate effettivo (-62%), tra il 2022 e il 2024, dinamica molto più accentuata rispetto alle altre classi dimensionali.
A livello aggregato, il tax rate effettivo più elevato è associato alle medie imprese ed è pari al 28%, solo in lieve diminuzione (-3%) rispetto al 2022. Le piccole imprese presentano un tax rate effettivo simile (26%), ma sono caratterizzate da una variazione diminutiva rispetto al 2022 più accentuata (-15%) rispetto alle medie imprese. Infine, le microimprese presentano un tax rate effettivo del 20%, in calo del 21% rispetto al 2022, e con un valore mediano del 32%, segnale, anche in questo caso, della presenza di imprese con un tax rate effettivo molto contenuto.
La quota di imprese beneficiarie di contributi in conto esercizio risulta contenuta (12% dell’intero campione) e in significativa diminuzione tra il 2022 e il 2024 (-32%).
La distribuzione per dimensione evidenzia un’alta incidenza delle imprese beneficiarie dei contributi tra le grandi e medie imprese (35% e 40%), mentre in numero assoluto spiccano le 1.077 microimprese beneficiarie (seppur in diminuzione rispetto al 2022).
L’andamento dei contributi in conto esercizio è decrescente, con l’unica eccezione delle microimprese che nel 2024 hanno registrato un aumento del 69% degli importi dei contributi rispetto al 2022.
Le startup e le pmi innovative liguri
Il campione è composto da 142 imprese (91 startup innovative, 64%; 51 pmi innovative, 36%), selezionate a partire da un’estrazione Aida aggiornata al 5 gennaio 2026 (campione iniziale: 308 imprese). Le 118 startup escluse perché costituite dopo il 2022 testimoniano una vitalità ininterrotta: 41 nate nel 2023, 34 nel 2024, 42 nel 2025 e 1 nei primi mesi del 2026. La distribuzione territoriale evidenzia invece una fortissima concentrazione nel capoluogo: il 92,3% delle imprese innovative ha sede nella provincia di Genova (131 unità).
Il comparto “Servizi alle imprese” è nettamente predominante e raccoglie 102 imprese (72% del totale), con una marcata specializzazione nella produzione di software (43 imprese) e nelle attività di R&S (29 imprese). Il secondo settore per rilevanza è quello manifatturiero, con 30 imprese (21%)
Il valore della produzione mediano delle startup innovative cresce del 181% tra il 2022 e il 2024 (da 44,3 a 124,6 migliaia di euro), mentre per le pmi innovative l’incremento è del 41% (da 695,3 a 982,5 migliaia di euro). Il totale aggregato del valore della produzione delle startup è pari a 26,7 milioni di euro; per le pmi innovative il valore è pari a 100,9 milioni di euro.
Tra le startup, i maggiori ricavi operativi nel 2024 sono realizzati da Sangiorgio S.r.l. (6,1 milioni di euro), Mywai S.r.l. (1,6 milioni) ed E.ROI S.r.l. (1,2 milioni). Tra le pmi innovative spiccano Hippocrates Research S.r.l. (8,6 milioni), Mesa S.r.l. (6,6 milioni), STAM S.r.l. (6,5 milioni) e Netalia S.r.l. (6,3 milioni).
L’ebitda mediano è positivo per entrambe le categorie (startup: 7,5 mila euro; pmi: 79,4 mila euro), con incrementi eccezionali rispetto al 2022 che testimoniano un netto miglioramento della marginalità operativa caratteristica. Tuttavia, l’ebitda aggregato delle startup è negativo per 184 mila euro, influenzato dalle perdite operative di alcune realtà (IAMA Therapeutics, -2,6 milioni; Sekurest, -636 mila).
Il risultato netto mediano è negativo per le startup (-1,7 migliaia di euro) e positivo per le pmi innovative (7,0 migliaia di euro). Il numero di startup innovative in utile è cresciuto del 8% rispetto al 2022 (42 imprese, 46%), mentre il numero di quelle in perdita si è ridotto del 17%; per le pmi, il 67% ha chiuso in utile (34 imprese), in linea con l’esercizio precedente. Emergono tuttavia casi di eccellenza con performance in forte crescita, come Sangiorgio S.r.l. (utile di 1,3 milioni nel 2024) e Hippocrates Research S.r.l. (2,0 milioni). Per le pmi innovative, gli utili più elevati spettano a Hippocrates Research S.r.l. (2,0 milioni), STAM S.r.l. (1,2 milioni) e Manydesigns S.r.l. (1,1 milioni).
Le startup innovative hanno più che quadruplicato il valore mediano delle immobilizzazioni immateriali (+392% rispetto al 2022), che pesano per il 31% del totale attivo nel 2024 (vs. 21% nel 2022), confermando la natura knowledge-intensive del settore. Anche per le pmi innovative il peso degli asset intangibili sul totale attivo è in crescita (dal 20,1% al 27%), a fronte di immobilizzazioni materiali modeste (mediana: 36,9 mila euro), in linea con un modello di business prevalentemente “asset-light”.
Il patrimonio netto mediano è cresciuto del 76% per le startup (51,2 mila euro nel 2024) e del 33% per le pmi innovative (430,5 mila euro), segnalando una buona capacità di attrarre capitale di rischio, anche grazie agli incentivi fiscali previsti per gli investitori.
I debiti mediani sono aumentati del 57% per le startup (85,0 mila euro) e del 40% per le pmi (613,5 mila euro), riflettendo il maggiore ricorso al finanziamento esterno, sostenuto anche dal Fondo di Garanzia per le PMI; per le startup il valore dei debiti supera quello del patrimonio netto, coerentemente con le esigenze della fase di avvio.
