Acciaierie d’Italia, dopo il primo incontro al ministero sulla Cigs c’è ancora distanza tra azienda e sindacati

Verranno calendarizzate ulteriori riunioni sul tema della cassa integrazione, nell’ottica di raggiungere un accordo condiviso

Fim soddisfatta, Fiom no, per la Uilm non basta parlare di cassa integrazione. Sono i primi commenti dopo l’incontro di questa mattina al ministero del Lavoro tra Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e le sigle sindacali per discutere l’istanza di attivazione della cassa integrazione guadagni straordinari (Cigs) prevista per le aziende in amministrazione straordinaria.

Durante la riunione sono emersi temi da parte delle sigle sindacali che il management di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria ha dichiarato di impegnarsi a risolvere, sottolineando la totale disponibilità a trovare soluzioni condivise con le associazioni sindacali. L’azienda ha inoltre assicurato un’integrazione al 70% dell’indennità di Cigs, oltre che a importanti pacchetti di formazione in presenza. È stato anche confermato il criterio della massima rotazione possibile dei cassaintegrati per evitare persone a zero ore.

I rappresentanti sindacali nazionali hanno infine informato il tavolo che le loro strutture confederali hanno richiesto un incontro alla presidenza del consiglio dei ministri in ordine alle prospettive future e al rilancio di Acciaierie d’Italia. Il rappresentante del ministero del Lavoro, ha confermato che verranno calendarizzate ulteriori riunioni sul tema della cassa integrazione, nell’ottica di raggiungere un accordo condiviso.

I commissari dell’Ilva hanno richiesto la cassa integrazione per 5.200 dipendenti: 4.400 a Taranto, 800 a Genova, 245 a Novi Ligure (Alessandria), 25 a Racconigi (Cuneo), 20 a Legnaro (Padova), 40 a Marghera (Venezia), 50 a Milano, 20 a Paderno Dugnano (Milano).

Per la Fiom l’incontro è stato insoddisfacente, come spiega Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia Fiom-Cgil all’agenzia Dire. «È stato confermato che non è stato ancora sbloccato il prestito ponte di 320 milioni di euro, risorse necessarie per il piano di ripartenza − dice Scarpa, che fa sapere come l’azienda in amministrazione straordinaria abbia − ribadito la propria impostazione sull’avvio della cassa integrazione per 5.200 lavoratori. Sono fondamentali per la prosecuzione della discussione gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e la messa in funzione del secondo altoforno». Secondo la Fiom il piano per la ripartenza che è stato presentato in Confindustria a Roma il 7 maggio scorso «è in contraddizione con i numeri prospettati di cassa integrazione. Lo sblocco delle risorse è centrale e condizione imprescindibile per realizzare un accordo di ripartenza. Il cambio effettivo delle relazioni sindacali avviene se si costruiscono le condizioni per arrivare ad un accordo, dal momento che l’unico ancora in vigore è quello del 2018».

Di diversa opinione la Fim Cisl: «L’incontro odierno ha risposto in gran parte alle nostre aspettative su quanto ci aspettavamo − dice il segretario nazionale Valerio D’Alò − perché non aveva l’obiettivo di entrare nel dettaglio e nei numeri della cassa integrazione, quanto piuttosto la necessità di avere chiarimenti da parte dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie D’Italia, un aggiornamento sulla prospettiva del gruppo e il piano di ripartenza. L’azienda ci ha fornito un primo aggiornamento su aumento dei fornitori, sugli acquisti e sui primi investimenti per rimettere in moto gli impianti. Ci hanno anche dato primo riscontro rispetto al piano. Noi abbiamo posto dei punti precisi rispetto all’uso della Cassa che sarà per ora inevitabile vista la produzione di circa 1 milione di tonnellate di acciaio, anzi già in uso dal 20 febbraio 2024 data di avvio dell’amministrazione straordinaria. Chiediamo una gestione che deve essere lontana da quella disastrosa della Morselli e che deve prevedere, oltre alla rotazione tra i lavoratori, un’integrazione salariale e la formazione per tutti i lavoratori».

D’Alò spiega che è stata chiesta anche la tutela all’interno del percorso di rilancio di tutto il bacino di lavoratori (1600 circa) e con essa «il riconoscimento dell’accordo che firmammo in sede ministeriale nel 2018 che tratta proprio questo aspetto. Anche su questo abbiamo ricevuto disponibilità da parte dell’azienda. Allo stesso modo, come condividiamo la fotografia attuale del milione di produzione, così chiederemo che l’andamento de numeri della procedura vada diminuendo in base al riavvio degli impianti e all’aumento produttivo».

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, e Davide Sperti, segretario Uilm Taranto commentano: «Ancora una volta ci siamo ritrovati di fronte a una procedura di cassa integrazione, con numeri quasi raddoppiati di lavoratori rispetto a quella precedente, senza confrontarci seriamente su una prospettiva che dia certezze a 20 mila lavoratori di tutto il sistema ex Ilva, compresi le migliaia di lavoratori del sistema degli appalti per i quali permane una condizione di grave sofferenza e incertezza sotto ogni punto di vista. Per quanto ci riguarda, fermo restando l’integrazione salariale alla Cigs che deve essere riconosciuta ai lavoratori, a prescindere dall’eventuale accordo, per alleviare le gravi difficoltà persistenti, non si può continuare a parlare solo di cassa Integrazione, legata alla durata dell’amministrazione straordinaria, senza avere un percorso di ripresa di tutte le attività e che ci faccia vedere una prospettiva di risalita produttiva e di rientro di tutti i 5.200 lavoratori, avendone già 1.600 in Cigs nell’Ilva in As, e che dia garanzie anche ai lavoratori delle aziende dell’indotto».
Per Gambardella e Spert è altrettanto chiaro «che è complicato discutere di cassa integrazione alla vigilia dell’ennesima procedura di vendita, annunciata dal ministro Adolfo Urso, per la quale è a noi sconosciuto il perimetro industriale ed i vincoli dei livelli occupazionali con cui verrà avviato il bando. È indispensabile avere certezza delle adeguate risorse messe a disposizione per l’annunciato piano di ripartenza, a partire dal prestito ponte di 320 milioni, di cui si è ancora in attesa dell’approvazione da parte della Commissione europea, fra l’altro insufficienti anche per fare la sola manutenzione di tutti gli impianti. Se si vuole veramente rilanciare Ilva c’è bisogno di risorse che permettano l’acquisto di materie prime per un volume d’affari potenziale di diversi miliardi. Altrimenti non c’è discontinuità rispetto alla gestione Mittal e si continuerà a tirare a campare solo qualche altro mese».

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