La Liguria, secondo l’Istat, è la regione italiana in cui il reddito pensionistico degli uomini presenta lo scarto maggiore rispetto alle donne (è del 51,7% più elevato, rispetto alla media nazionale del 41,8%). Genova in questa classifica applicata alle province, è quinta con lo scarto del 55%. La Spezia è la prima provincia italiana per quanto riguarda le pensioni indennitarie, cioè quelle erogate dopo un infortunio sul lavoro, per servizio e o malattia professionale (9,1%), Imperia la quintultima con il 2,1.

Confrontando l’importo medio dei redditi pensionistici per Regione: la Liguria è seconda solo al Lazio con 18.515 euro. La Spezia è la quarta provincia dopo Roma, Milano e Trieste con 19.495, Genova la sesta con 19.452 euro.

Vista l’incidenza degli anziani sulla popolazione totale, è scontato che il rapporto tra pensionati e residenti in Liguria sia il più alto d’Italia: 32,1% contro il 26,2% nazionale. Anche il rapporto tra pensionati e popolazione in età attiva è il più alto: 52,8% contro il 40,6%.

Sempre la Liguria registra i valori più alti per altri tre indicatori: spesa pensionistica per abitante (5.938 euro), spesa pensionistica per abitante in età attiva (9.781 euro) e spesa pensionistica per occupato (15.674 euro).

Secondo i dati statistici regionali, nel 2013 il complesso delle pensioni erogate dall’Inps Liguria erano 315.332 di vecchiaia (importo medio mensile 1.128 euro), 34.680 di invalidità (importo medio mensile 654 euro), 131.485 superstiti (importo medio mensile 648 euro), 21.556 tra pensioni e assegni sociali (importo medio mensile 423 euro). Nel 2013 erano 73.538 gli invalidi civili con un importo medio di 423 euro.

Ieri l’Istat ha pubblicato il report sulle condizioni di vita dei pensionati aggiornato al 2014. Non ci sono dati di tipo regionale, ma si può estrapolare qualche considerazione che è comunque valida anche per la Liguria: l’imposta media sui redditi da pensione di invalidità o indennitaria raggiunge il 9,6%, la quasi totalità dei titolari di questi trattamenti percepisce importi inferiori a 25 mila euro all’anno, mentre sono circa 540 mila in tutta Italia coloro che si trovano in condizioni di incapienza (uno su tre) ossia una situazione in cui il reddito complessivo o l’imposta lorda sono così bassi da non consentire al pensionato di avvalersi completamente delle agevolazioni spettanti dalla normativa fiscale.

Le ritenute fiscali incidono in media per il 17,7%, l’aliquota sale al 20,6% per le pensioni di vecchiaia e anzianità, scende al 15,3% per quelle di reversibilità.

Il titolo di studio “pesa” ancora molto: se il pensionato possiede un titolo di studio pari alla laurea, il suo reddito lordo pensionistico (circa 2.490 euro mensili) è più che doppio di quello delle persone senza titolo di studio o con al più la licenza elementare (1.130 euro).

Prima del prelievo fiscale un pensionato su due in Italia non supera i 15 mila euro lordi all’anno, mentre se si considera il netto, la percentuale sotto questo limite sale al 64%.

Per il 26,5% delle famiglie italiane la pensione è l’unica fonte di reddito ed è proprio la pensione a mitigare il rischio povertà nelle famiglie italiane: 16% contro il 22,1% a indicare che il reddito pensionistico è probabilmente il vero ammortizzatore sociale di quest’epoca di crisi.

Tuttavia sono i pensionati che vivono soli a entrare nelle statistiche di rischio povertà (22,3%) o quelli con i figli come genitori soli (17,2%). La situazione è più grave quando il pensionato deve sostenere anche il peso degli altri componenti adulti che non hanno redditi da lavoro: un terzo di queste famiglie è a rischio povertà.

Per approfondire: Trattamenti pensionistici e beneficiari (Istat)

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