Unige, ricerca su 50 anni di dati riapre il dibattito sulla chirurgia bariatrica

Lo studio analizza l’evoluzione clinica di 85 pazienti sottoposti a diversione biliopancreatica tra il 1976 e il 1979

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Francesco Saverio Papadia, docente UniGe di Chirurgia generale al Dipartimento di scienze chirurgiche e diagnostiche integrate – DISC, pubblica su Annals of Surgery il follow-up più lungo mai documentato per qualsiasi procedura bariatrica.

I risultati idelo studio di UniGe impongono un cambio di paradigma nella valutazione della sicurezza a lungo termine degli interventi di chirurgia dell’obesità.

Coordinata da Francesco Saverio Papadia, la ricerca analizza l’evoluzione clinica di 85 pazienti sottoposti a diversione biliopancreatica (BPD) tra il 1976 e il 1979. Si tratta della procedura ideata proprio a Genova da Nicola Scopinaro, che ha segnato una tappa fondamentale nello sviluppo della chirurgia metabolica.

Il valore dello studio risiede nella durata dell’osservazione: quasi cinque decenni di follow-up, resi possibili da un database prospettico costruito e mantenuto nel tempo, un caso unico nel panorama scientifico internazionale.

Benefici duraturi, criticità nel lungo periodo

I risultati confermano l’elevata efficacia dell’intervento nel controllo dell’obesità e delle principali comorbilità metaboliche. Tutti i 24 pazienti con diabete di tipo 2 hanno raggiunto la remissione completa, senza alcuna recidiva nell’intero arco di follow-up. La perdita di peso si è mantenuta stabile per decenni, con una riduzione media del peso corporeo totale del 39% oltre i 40 anni dall’intervento, e ipertensione e dislipidemia sono state controllate nel 90% dei sopravvissuti a lungo termine.

Questi risultati sono stati ottenuti a un costo biologico progressivo e inesorabile. La mortalità complessiva è risultata significativamente superiore a quella della popolazione italiana della stessa età (Rapporto Standardizzato di Mortalità = 2,62), con un eccesso del 162%. Il 40% di tutti i decessi è stato classificato come direttamente o possibilmente correlato alla procedura: per malnutrizione proteica grave o per complicanze di interventi chirurgici revisionali resi necessari da sequele tardive. Crucialmente, queste morti si sono verificate a distanza di 15, 21, 30 e 37 anni dall’intervento iniziale.

La prevalenza di complicanze nutrizionali gravi è cresciuta drammaticamente nel tempo: dal 13% a un anno all’86% oltre i 40 anni. Tra le sequele documentate figurano neuropatie ottiche bilaterali irreversibili, osteoporosi grave con fratture spontanee e crolli vertebrali, e casi di insufficienza renale terminale; tutte conseguenze di uno stato di malassorbimento permanente e non adattivo.

I risultati in sintesi

85 pazienti operati tra il 1976 e il 1979, seguiti per 50 anni

perdita di peso duratura (–39% a 40 anni dall’intervento) e remissione universale e permanente del diabete di tipo 2

mortalità significativamente elevata rispetto alla popolazione generale, con SMR – Standardised Mortality Ratio (rapporto di mortalità standardizzato) pari a 2,62 (NdR: SMR maggiore di 1 indica una mortalità più alta del previsto) e IC 95%: 1,71–3,86 (NdR: IC 95% serve a capire se l’eccesso di mortalità sia statisticamente significativo o se potrebbe essere dovuto al caso: se l’intero intervallo è sopra 1, si può affermare con estrema fiducia che la mortalità è realmente più alta del previsto)

complicanze nutrizionali gravi nel 86% dei pazienti a oltre 40 anni dall’intervento

decessi correlati alla procedura fino a 37 anni dall’intervento

Implicazioni per la chirurgia di oggi

Le evidenze emerse non riguardano solo una procedura storica. Molte tecniche bariatriche attuali si basano su principi analoghi e, per questo, i risultati dello studio offrono indicazioni utili anche per la pratica clinica contemporanea.

Il messaggio che emerge non mette in discussione il ruolo della chirurgia bariatrica, che resta uno strumento fondamentale nel trattamento dell’obesità grave, ma sottolinea l’importanza di un monitoraggio clinico continuativo e di strategie sempre più efficaci per la gestione delle complicanze nel lungo termine.

«Questo studio – commenta Papadia – impone un cambio di prospettiva radicale. «Non è sufficiente valutare l’efficacia a 5 o 10 anni. Chi altera in modo permanente la fisiologia di un paziente ha il dovere di conoscerne le conseguenze sull’intero arco della vita. I nostri dati dimostrano che il rischio non si esaurisce dopo la fase postoperatoria, ma si accumula per decenni in modo silenzioso e inesorabile».

Un patrimonio di ricerca nato a Genova

La possibilità di condurre questo studio è il frutto diretto di una tradizione scientifica genovese di straordinaria continuità. La BPD fu ideata e sperimentata per la prima volta da Nicola Scopinaro all’Università di Genova nel 1976. Il database prospettico che ha reso possibile questo follow-up cinquantennale è un patrimonio unico al mondo, costruito e mantenuto con rigore metodologico per quasi mezzo secolo al il Dipartimento di scienze chirurgiche e diagnostiche integrate – DISC.

L’accettazione del lavoro da parte di Annals of Surgery senza richiesta di revisioni, fatto eccezionalmente raro per una delle riviste più selettive al mondo in campo chirurgico, è il riconoscimento della solidità metodologica e dell’importanza clinica di questi risultati.