Lascia disorientati, sulle prime, leggere – come è accaduto a chi scrive questo articolo – a breve distanza di tempo il libro di Franco Bernabè “A conti fatti- Quarant’anni di capitalismo italiano a cura di Franco Oddo” (Feltrinelli) e quello di Elisa Serafini “Fuori dal Comune” (auto-pubblicato con Amazon dopo un crowdfunding al quale hanno partecipato circa 300 persone). Le memorie di Bernabè ci portano in alta montagna, in un viaggio che attraversa le vicende di Eni, Edison, Montecatini, Sir, Enimont, Montedison, Telecom Italia, e ci fanno intravedere fiumi di miliardi di lire e  di euro che scorrono violenti e limacciosi.

Serafini, eletta nel 2017 con una lista civica al Comune di Genova, ha ricoperto il ruolo di assessore alla Cultura e Marketing territoriale nella giunta Bucci, e si è dimessa nel luglio 2018 per contrasti con alcune scelte politiche e di spesa.

E nel suo libro racconta 12 episodi di politica locale che testimoniano abusi, distorsioni e conflitti di interesse. (Vedi anche qui ).

L’autrice, come scrive Marco Cappato nella prefazione, «non usa la tecnica delle pseudo-inchieste giustizialiste all’italiana, realizzate pubblicando integralmente i verbali delle Procure. Ci mette invece la faccia, raccontando per filo e per segno esempi concreti di corruzione e malgoverno, familismo e burocrazia che ha conosciuto e documentato lei, in prima persona. L’intento non è scandalistico, e non lo è il tono».

Resta il fatto che le montagne da vertigini del libro di Bernabè qui sono collinette. Basti dire che l’episodio che ha causato la rottura tra Serafini e Bucci – dopo alcuni scontri su altre questioni, in fatto di consulenze, trasparenza e libertà d’impresa e altro – riguarda una vicenda che alla fine valeva meno di 25 mila euro. Era successo, secondo il racconto dell’ex assessore – che Lega e Fiom volevano a tutti i costi fosse realizzata, a spese del Comune, una storia dell’Ilva. Prima con un catalogo fotografico da 50 mila euro, 500 copie al costo di 70 euro l’una, poi, al rifiuto della Serafini, con una mostra di foto (già fatte) stampate su lastre d’acciaio, al prezzo di 24.766 euro.

Elisa Serafini

«Aumentavano le telefonate – si legge in Fuori dal Comune – le pressioni sui collaboratori e sui miei amici, gli sms di ambasciatori mandati dalla Lega, dal sindacato Fiom, dalla Cgil e persino di alti esponenti della Curia di Genova. Più crescevano le pressioni e le ritorsioni politiche, più capivo che la faccenda non era una semplice mostra. A poche persone di quel mondo interessano mostre o progetti culturali. Quello che importava era il sostegno, soprattutto economico, a gruppi organizzati, persone vicine ai partiti, ai candidati, ai sindacati, al potere. Il 17 luglio alle 17, riuniti in giunta, il sindaco fece l’ennesima pressione di fronte ai miei colleghi per farmi procedere a firmare la delibera di spesa, mostrandomi il telefono con le chiamate perse del sindacalista della Fiom Manganaro».

Dell’episodio colpisce la miseria: gruppi organizzati, candidati politici, sindacati, curia  assatanati per la distribuzione di qualche migliaio di euro. Ma anche, e soprattutto, la sostanziale identità del meccanismo che anima le vicende descritte da Serafini con quelle ricordate da Bernabè. Come in geometria, cambiano le dimensioni ma non i principi della  figura.

Il libro di Serafini ha quindi il merito di gettare uno spiraglio di luce sul terreno comune ai fenomeni corruttivi e clientelari grandi e piccoli: lo spazio lasciato all’azione diretta e d’intermediazione dello Stato. È un merito non da poco, perché ci aiuta a riflettere su un aspetto della nostra vita nazionale che caratterizza il Paese fin dalla sua formazione, nell’Italia liberale, durante il fascismo  e in età repubblicana. L’accusa di corruzione nei confronti degli avversari la proclamazione della propria onestà sono una costante del nostro dibattito politico. Nella pubblicistica di sinistra e di destra la vittoria della Dc nel 1948 e la sua egemonia negli anni seguenti da subito sono stati attributi alla sua capacità corruttiva: l’insulto “forchettoni” nei confronti dei democristiani e dei loro alleati è stato martellante nel dopoguerra, si è poi evoluto nei termini ma è rimasto fino alla fine di questo partito.

Più tardi il Pci berlingueriano ha rappresentato Craxi come la punta di un iceberg fatto di corruzione. Il 28 luglio il 1981 la Repubblica ha pubblicato una lunga intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale. «La questione morale – dichiarava il segretario del Pci – non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro. (…) I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali. Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell’interesse di partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un’autorizzazione viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica».

Già allora era chiaro che il leader del Pci vedeva giusto nel giudicare il marciume che avrebbe travolto la cosiddetta prima repubblica. Ma, a parte il fatto che dimenticava il ruolo del proprio partito in questo processo, Berlinguer accusava i partiti di occupare lo Stato. La divisione tra Stato e partiti, o addirittura singoli politici, però, è sempre labile, e l’ingresso dello Stato e, in generale della mano pubblica, al di fuori della sfera di  stretta competenza, comporta l’arrivo delle sue truppe di occupazione, militanti, clienti, ecc… Al criterio del profitto come parametro per valutare le prestazioni di un’azienda e dei suoi dipendenti si sostituisce quello del consenso.

È il motivo per cui i partiti che si sono affermati denunciando la corruzione ma senza muovere un dito per circoscrivere il terreno su cui la corruzione può prosperare, e vantando in cambio una propria presunta superiorità morale, alla fine si sono comportati come i loro avversari.  Lo stesso Pci, poi Pd, ecc… esploso il comunismo internazionale, persa la sua corazza ideologica ed entrato ufficialmente nel gioco politico-partitico, a cui non era mai stato estraneo, ha dovuto lasciare la retorica moralistica  ai nuovi moralizzatori. È il caso della prima Lega, quella di Bossi, con lo slogan “Roma ladrona” e il cappio agitato in Parlamento, finita come si sa, e Idv, il partito fondato da Di Pietro, sciolto sotto la pressione degli scandali (in Liguria l’inchiesta “Spese pazze”, nel precedente ciclo amministrativo, ha distrutto il gruppo dei moralizzatori dipietristi). Oggi dal pulpito predica  M5S, da poco al potere,  e  ai  fattori oggettivi si aggiunge  l’inconsistenza politica dei suoi esponenti a  impedirci intravedere la luce dell’aurora.

In ogni caso non è soltanto questione di persone. Serafini, in proposito, approfondisce l’argomento: «Uno dei principali elementi che contribuiscono a peggiorare la qualità dei sistemi democratici locali e nazionali nel nostro Paese è senz’altro l’ingente presenza dello Stato nelle questioni di economia e società. È tangibile in ogni attività che riguardi la libera iniziativa: autorizzazioni, tasse, permessi e così via. Non solo: lo Stato, e quindi la politica, in Italia fa addirittura impresa con le aziende municipalizzate o partecipate, gli enti (spesso inutili), i consorzi e altro. Si tratta perlopiù di organizzazioni sostenute dalla politica allo scopo da una parte di fornire servizi ai cittadini, dall’altra di creare lavoro per ex politici o persone che gravitano attorno al mondo della politica, ovviamente a spese del contribuente e del privato. Maggiore è l’ingerenza, come nel caso dell’Italia, più alto è il rischio che si verifichino episodi di corruzione, clientelismo, inefficienza».

L’autrice, infine, arriva a proporre:  la ridefinizione dei confini dello Stato nelle attività della società.

«Quello a cui mi riferisco – spiega –  non è la messa in pratica delle teorie neoliberiste
o anarcocapitaliste che vedono nella riduzione dello Stato l’unica via possibile all’efficienza. L’intervento nell’economia e nei servizi pubblici può essere un’opzione percorribile per
culture avanzate che hanno a cuore l’interesse generale, per democrazie mature che siano in grado di comprendere limiti e opportunità dei rispettivi ruoli del privato e del pubblico.
In Italia non lo è, perché alla spesa pubblica si affianca il più delle volte l’interesse privato; è un atteggiamento culturale insito nella storia di una società che spesso odia lo straniero,
rifiuta di pagare le tasse, chiede favori all’ente pubblico e si aspetta servizi degni di un paese scandinavo. Ridurre il perimetro dello Stato o dell’ente pubblico in generale, dicevo, può essere una soluzione perché significa prima di tutto diminuire la frequenza di possibili episodi corruttivi. Meno soldi pubblici meno favori, meno soldi pubblici più attività privata. Ma significa anche intervenire sulla burocratizzazione dello scambio di voto e sulle delibere ad personam. Risulta infatti molto più semplice mantenere il potere, se questo può essere alimentato da donazioni o da sostegno politico indirizzato a ottenere autorizzazioni o permessi per le proprie attività. L’eccesso di normativa può indurre il privato e il pubblico ad allacciare pericolose relazioni volte al soddisfacimento dei reciproci interessi. Non è un caso che molti dei soggetti che più si occupano del finanziamento di campagne elettorali e delle attività delle ondazioni politiche siano ricollegabili a industrie fortemente regolamentate. Non sto dicendo che sia necessario cancellare tutte le regole che vincolano le attività delle imprese, ma quantomeno ridurne l’entità e rendere più trasparenti ed efficienti i sistemi di concessione. Ciò che potrebbe ridurre il rischio di episodi corruttivi, di sprechi e d’inefficienze sarebbe un rimodellamento dell’intero sistema Paese in ottica federale e decentrata, come teorizzava il politologo Gianfranco Miglio,  con una minore entità delle decisioni pubbliche nell’ambito dell’attività privata e maggiore trasparenza nel policy».

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