A ormai più di un mese dal lockdown che ha obbligato gli italiani a stare a casa salvo motivi di lavoro o di stretta necessità (la spesa, per esempio) si possono cominciare a fare i primi bilanci.

Da più parti (qui e qui per esempio) sta emergendo un’esigenza di maggiore chiarezza legata anche ai dati che ogni giorno vengono comunicati alle 18.

Liguria Business Journal ne aveva parlato qui e qui.

Il problema è nazionale, ma siccome sono le Regioni ad avere la competenza in sanità (per esempio alcune continuano a comunicare ai propri cittadini statistiche seguendo il criterio della “prevalenza”, ossia la fotografia del giorno con i nuovi casi depurati da morti e guariti come nel caso di Liguria e Veneto) è chiaro che ci potrebbero essere ampi margini di manovra.

Per accelerare la ripresa delle attività produttive avere il supporto dei dati sarebbe vitale. Se da oggi la Regione Liguria, che in alcuni frangenti si è mossa con grande tempestività (nave-ospedale, consegna mascherine gratuite), si dimostrasse anche “smart” in fatto di arricchimento delle informazioni per capire come si sta muovendo il contagio, potrebbe essere presa a esempio a livello nazionale.

Proviamo a elencare ciò che avrebbe senso sapere ogni volta che ascoltiamo questi freddi dati, anche per evitare la “caccia all’untore” che si sta scatenando quando si vede qualcuno in strada.

Quanti dei nuovi contagiati svolgono una professione sanitaria?
Quanti dei nuovi contagiati lavorano in una Rsa?
Quanti dei nuovi contagiati sono ricoverati in un ospedale?
Quanti dei nuovi contagiati sono ospiti di una Rsa?
Quanti dei nuovi contagiati sono parenti di un operatore sanitario o di una Rsa?
Quanti dei nuovi contagiati lavorano in un settore diverso da quello sanitario, ma giudicato essenziale e quindi non soggetto a chiusure?
Quanti dei nuovi contagiati sono stati a contatto con un caso positivo?
Quanti dei nuovi contagiati non hanno idea di come si sono presi il virus?

Sono domande che possono essere facilmente raccolte in modo anonimo in fase di tampone. A proposito di tampone: solo da qualche tempo Regione Liguria ha cominciato a dare i numeri di quelli effettuati. Ci si sta avvicinando a quota 1500 al giorno.

Per confrontare al meglio i dati sarebbe utile sapere il numero di tamponi processati giornalmente (ossia a risultato acquisito), visto che occorre qualche giorno prima di ottenere i risultati, specificando la percentuale di tamponi fatti su soggetti al termine del loro percorso clinico per certificarne la guarigione e di tamponi fatti su soggetti di cui non si conosce ancora la condizione.

In questo modo si potrebbe ridurre l’oscillazione dei positivi, probabilmente dovuta anche al fatto che la domenica i laboratori privati non lavorano e quindi i risultati dei nuovi casi arrivano con un po’ di ritardo (com’è spiegato in questa interessante pagina Facebook dedicata all’analisi numerica e statistica dei dati covid-19).

Un altro aspetto che ha occupato le pagine di giornali e siti web nelle scorse settimane è quello delle persone abbandonate a loro stesse a casa. Liguria Business Journal non fa cronaca, ma ha registrato il racconto di diverse esperienze su altre testate giornalistiche. Dopo l’annuncio sull’aumento dei Gsat, i gruppi strutturati di assistenza territoriale, avrebbe senso sapere, in piena trasparenza, quante sono le richieste raccolte da queste squadre e quante invece ancora in attesa di essere processate. Al momento abbiamo solo i numeri di quante chiamate sono state dirottate dal 112 alle Asl.

Serve uniformità nella comunicazione

La Liguria ha il vantaggio di avere un’agenzia sanitaria come Alisa che dovrebbe avere il compito di coordinare al meglio l’operato di tutti. A partire dalle singole Asl e dagli ospedali. Invece ognuno sta facendo un po’ come ritiene più giusto, a partire dalle comunicazioni sui decessi per esempio.

C’è chi invia il reparto in cui la persona risultata positiva è morta (Asl 5, Asl 3, Galliera, San Martino), chi invece solo il presidio sanitario in cui è avvenuto il decesso (Asl 1, Asl 2).

Avrebbe senso chiedere alle strutture sanitarie di specificare, magari almeno una volta alla settimana, il saldo reale delle persone in terapia intensiva: i numeri stanno diminuendo a livello assoluto, ma è così perché il numero maggiore di morti si registra in quel reparto? Sono meno le persone che ci finiscono grazie a un aumento delle cure quando la malattia è ancora in fase non critica? Anche questo potrebbe essere un dato che delineerebbe meglio il quadro della situazione. Non bastano le singole dichiarazioni dei responsabili dei reparti.

Alcune aziende parlano delle ultime 24 ore, altre sono più precise e specificano che le morti sono comprese nel lasso di tempo a partire dalle 14 del giorno precedente sino alle 14 del giorno successivo. In ogni caso è evidente che il numero di decessi sommati seguendo i comunicati delle singole aziende sanitarie, non coincide con quello del bollettino proprio perché gli orari di partenza sono diversi.

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