Le Regioni non riescono neanche a comunicare i numeri sul coronavirus in modo univoco. Questo è un drammatico dato di fatto che la Fondazione Gimbe (Fondazione di diritto privato costituita dal Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze) evidenzia concentrandosi per esempio sul numero dei dimessi/guariti. Avevamo già scritto qui quanto sia complicato fare analisi.

La Regione Liguria, in questo caso, si dimostra “virtuosa”: nel bollettino quotidiano comunca sia i positivi clinicamente guariti che sono ormai a casa, sia i guariti non più positivi. La Liguria, su questo dato, “pesa” il 3,3% del totale.

Una distinzione importante che non viene specificata per esempio dalla Regione più colpita: la Lombardia (la cui percentuale sul totale nella categoria di dimessi/guariti è del 67,8%). Il Veneto invece comunica i dimessi inclusi i guariti negativizzati ai test. Le Marche non specificano e parlano semplicemente di guariti.

Tornando alla Liguria e ai suoi numeri si può intuire anche quanto sia lungo il percorso per arrivare alla non positività, visto che i positivi clinicamente guariti a casa ieri erano 460 e i guariti non più positivi “solo” 95. Tuttavia questi numeri potrebbero essere anche “viziati” da un ritardo nell’effettuare i tamponi (o nell’avere i risultati) tra chi è ormai sulla via della guarigione, visto che per essere dichiarati virologicamente guariti occorre superare i due test a distanza di 24 ore. Abbiamo testimonianze di persone che sono a casa dopo la dimissione ospedaliera, ma a cui non è stato ancora comunicato quando verrà fatto il tampone per verificare.

«In termini di sanità pubblica – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – la classificazione tra positivi/dimessi-guariti e deceduti, mira a distinguere i casi attivi cioè il totale dei positivi, che possono contribuire alla diffusione dell’infezione, dai casi chiusi, ovvero i deceduti e i guariti che non possono contagiare altre persone. Se il numero dei casi chiusi è condizionato, nel bene e nel male, dalla qualità dell’assistenza sanitaria, quello dei casi attivi influenza sia le decisioni sanitarie per contenere l’epidemia, sia quelle politiche per l’eventuale rimodulazione delle misure di distanziamento sociale».

Il fatto che le Regioni non riescano neanche a comunicare i numeri in modo univoco, è ciò che effettivamente dovrebbe preoccupare, proprio in vista di avere una maggiore conoscenza dell’evoluzione del virus. Non abbiamo trovato traccia di direttive precise sul sito della Protezione civile, solo queste misure operative che determinano la catena di comando e di comunicazione.

Per completezza di informazione, qui tutte la normativa emanata sinora a livello nazionale sull’emergenza coronavirus.

 

 

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