Qualcuno si è divertito a dipingerla come una “bocconiana pentita”. Ilaria Bifarini, nata a Rieti il primo aprile 1980, nel 1999 si è trasferita a Milano dove si è laureata alla Bocconi. Un decennio di studi in economia e poi nel 2017 la pubblicazione del suo primo libro, “Neoliberismo e manipolazione di massa – Storia di una bocconiana redenta”. A distanza di un anno arriva “I coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”, dove affronta il tema assolutamente attuale delle migrazioni. Le abbiamo rivolto 10 domande.

Ilaria Bifarini

Lei si è discostata, in modo più o meno progressivo, da un percorso che poteva sembrare segnato dai suoi studi e dalla sua formazione. Si è scagliata contro il liberismo e le sue politiche economiche. Cosa è successo?
«Come spiego nel mio primo libro, “Neoliberismo e manipolazione di Massa. Storia di una bocconiana redenta”, si è trattato di un percorso graduale e su più piani, partito dall’esperienza personale e dall’analisi del mondo lavorativo, per poi riallacciarsi al modello universale e ingannevole di cui siamo allo stesso tempo vittime e portatori inconsapevoli. Il nucleo di tale modello è proprio il liberismo, il pensiero economico che ha preso piede incontrastato con la caduta del keynesismo, valicando poi ogni confine e degenerando nell’attuale neoliberismo. Si tratta di un’ideologia onnipervasiva che, attraverso un’abile propaganda e manipolazione delle masse, ha assunto i caratteri dogmatici e inconfutabili di una religione».

Immigrazione e demografia strettamente collegate: portato o conseguenza delle scelte economiche?
«In Africa si sta assistendo a una vera e propria esplosione demografica. Nonostante questo aspetto sia poco noto, mentre fino agli anni ‘60 il Continente Nero contava meno di 300 milioni di persone, attualmente è popolato da 1,2 miliardi di abitanti che, entro il 2050, raddoppieranno. È la diretta conseguenza del mancato sviluppo economico locale, dello sfruttamento che si è perpetrato col neocolonialismo e che ha impedito di creare un’economia moderna, capace di investire sul capitale umano anziché sul solo sfruttamento delle materie prime di cui l’Africa è tanto ricca. Ciò, come prova sia la teoria economica che l’evidenza empirica, porta a un aumento della fecondità, al contrario di quanto avviene nelle economie avanzate».

Cambiano le modalità, ma sempre di colonialismo si può parlare. Ma chi sono i nuovi colonialisti?
«Il neocolonialismo è per certi versi addirittura peggiore del colonialismo, perché più subdolo e universalmente accettato, salvo critiche parziali e isolate. I nuovi colonialisti sono le multinazionali, le grandi banche d’affari, ma soprattutto le organizzazioni internazionali, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che con la scusa dell’alto indebitamento dei paesi in via di sviluppo hanno imposto programmi economici basati sulla piena liberalizzazione e sulla massima apertura al commercio estero a economia che avevano bisogno di protezione, aggravando il tutto con massicce dosi di austerity, tagli alla spesa e ai servizi pubblici in territori dove lo Stato sociale è già fatiscente. Tra le potenze ex colonialiste, la Francia ha mantenuto fortissima la propria ingerenza economica e politica, continuando addirittura a imporre indisturbata la propria moneta coloniale a 14 paesi africani, il franco Cfa».

Anche lo stesso Fondo Monetario fa trapelare che l’austerity genera povertà. Lei scrive di “finanziarizzazione della disperazione”. Intendeva dire che la miseria genera ricchezza…Per chi?
«Persino le grandi organizzazioni internazionali, massime fautrici del modello neoliberista, sono a volte costrette a dover ammettere la verità. Uno studio del Fondo monetario internazionale (“Neoliberalism Oversold?”, 2016) riconosce come il neoliberismo sia stato sopravvalutato e come le stesse politiche di austerity portino un aumento del livello di disoccupazione e di disuguaglianza laddove vengono applicate. Ad arricchirsi da questo modello, basato sull’incremento della povertà e della disperazione, sono gli istituti di credito e di microcredito e, in generale il mondo della finanza».

Lei porta il caso della Nigeria. Paese dalla fortissima emigrazione e con uno dei debiti più bassi al Mondo. Come lo spiega?
«Proprio per quanto abbiamo detto sulle politiche di austerity, applicate nei paesi africani attraverso i Piani di aggiustamento strutturale, imposti dall’esterno per ridurre il debito pubblico del Terzo Mondo. L’obiettivo è stato raggiunto: nel mio libro sull’Africa (“I Coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”), ho trovato come proprio i paesi di maggiore migrazione, dove la povertà e la disuguaglianza sono più alte, siano quelli con un debito pubblico bassissimo, che raramente supera il 30%. Nel caso della Nigeria addirittura si attesta al 14% circa. Ciò conferma, ove ci fosse bisogno, quanto riscontrato dallo studio sopra citato e dall’evidenza empirica dei paesi di tutto il mondo: dovunque sia stata applicata. l’austerity ha portato una maggiore povertà. Ciò, nel caso dell’Africa, si ripercuote in un aumento del fenomeno migratorio».

Il ragionamento intorno alla macchina del debito pasa anche attraverso il Burkina Faso. Perche?
«Il Burkina Faso è stato la patria di uno dei più grandi eroi della storia moderna, Thomas Sankara. Primo presidente del poverissimo paese africano, egli condusse una politica contro il neocolonialismo francese e a favore dello sviluppo economico locale, apportando con la sua politica illuminata grandi benefici alla popolazione, dai progressi nell’istruzione e nelle infrastrutture alla diffusione dei vaccini. Mitterrand lo definiva un uomo scomodo e, pochi mesi dopo aver pronunciato in un’assemblea internazionale un discorso contro la schiavitù esercitata dai poteri esteri attraverso l’arma del debito, venne assassinato. Al suo posto ci sarà il più accomodante filo francese, nonché suo ex amico ed esecutore dell’assassinio, Blaisè Compaorè».

Lei professa “Più Stato per garantire il mercato”. In tema di intervento dello Stato è marxista?
«No, mi ritengo piuttosto keynesiana. A differenza di come spesso viene travisato, o volutamente fatto credere, la lotta e l’alternativa al modello iperliberista non consistono nel proporre lo statalismo puro o la nazionalizzazione dell’intero sistema produttivo. La ricerca economica dimostra come, per garantire un efficiente funzionamento del mercato e una tutela degli individui più deboli, occorra un intervento funzionale da parte dello Stato. Inoltre, in una situazione contingente di crisi della domanda come quella che stiamo da troppo tempo attraversando, soltanto l’applicazione delle teorie keynesiane, e quindi di politiche di incremento degli investimenti pubblici, potrebbero riportare l’economia alla crescita e allo sviluppo».

Ci sono correnti di pensiero, insospettabili, che si fanno scappare come, a livello di analisi. Marx avesse centrato il problema. Sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, le crisi ricorrenti e l’utilizzo dell’esercito industriale di riserva la fase attuale parrebbe dargli ragione. L’attacco ai salari e alle condizioni di lavoro generali sono più che evidenti.
«Marx aveva previsto molto di quello che stiamo vivendo, le sue analisi economiche sono attualissime e tra le più lucide. Tuttavia egli credeva che il capitalismo sarebbe stato superato grazie a una lotta di classe. Quello che accade ora invece è che la lotta è divenuta orizzontale, tra poveri, come avviene anche nel caso dei migranti. L’aumento della disoccupazione e la riduzione delle tutele sociali e dei servizi da parte dello Stato hanno fatto sì che i cittadini perdessero di vista il vero nemico, ossia i beneficiari indiscussi di un tale modello economico, tanto fallace quanto universalmente applicato e indiscusso. La ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di poche persone, sia a livello nazionale che mondiale: basti pensare che otto persone al mondo detengono l’equivalente di ricchezza della metà della popolazione mondiale più povera».

Lo scontro Soros (vecchio satrapo) – Zuckerberg (il nuovo interconnesso): scontro di potenze economiche o c’è dell’altro?
«Che dire? uno scontro tra titani. Non credo che inciderà molto sulla vita del cittadino medio. A conferma di quanto detto sopra, la lotta è ormai orizzontale, intraclasse, sia per i poveri che per i diritti».

Il sovranismo con le sue politiche economiche ci salverà?
«Il sovranismo non deve limitarsi soltanto a un vago elogio del nazionalismo. Occorre aver chiaro qual è il modello economico e ideologico che ha portato all’attuale conformazione socio economica. Alcuni dei cosiddetti sovranisti ignorano cosa sia il modello neoliberista e come operi, e in certi casi ne sono essi stessi fautori. Solo un modello economico che rimetta al centro l’uomo, e non il mercato, potrà salvarci da questo stato di crisi permanente, che si ripercuote non solo a livello economico, ma sociale, culturale e persino antropologico. Per combattere un nemico bisogna però conoscerlo, per questo è necessario un risveglio delle coscienze a livello collettivo. C’è ancora molta strada da fare».

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