Cresce ovunque, anche nei posti più impensabili (sui muri, ai margini delle strade, in aree dismesse o ferroviarie) e grazie alla sua capacità di diventare molto alto in tempi rapidissimi, è conosciuto anche come albero del paradiso. In realtà la sua presenza è una vera disdetta, perché dell’Ailanto (Ailanthus altissima) è difficile, quasi impossibile liberarsi. Una pianta cosiddetta infestante a tutti gli effetti e portatrice di diversi problemi.

A Genova, ma siamo certi che si trovi anche nel resto della Liguria, è diffuso da Ponente a Levante, anche se inizialmente magari l’occhio distratto può non notarlo, ma una volta che si conosce il fogliame e la struttura, si scopre che questo albero di origini cinesi si sta moltiplicando in modo inarrestabile.

«È un albero invasivo – racconta Giuseppina Barberis, professoressa di Botanica sistematica all’Università di Genova – che si è adattato molto bene alle nostre temperature e prospera perché non ha particolari esigenze di terreno e non soffre l’inquinamento, l’unica condizione che gli può dar lievemente fastidio è l’ombra».

L’ailanto era stato introdotto in Italia intorno alla metà dell’Ottocento, perché era il principale nutrimento di un particolare bruco da cui si ricavava la seta. Il quel periodo l’allevamento di bachi da gelso era andato in crisi. Come spesso accade, le conseguenze di questa importazione sono state sottovalutate. L’albero emana anche un cattivo odore e ha un legno di scarsa qualità.

Non ha una vita lunghissima (circa 50 anni), ma il problema è che più si pota, più le sue ampissime radici sotterranee producono i cosiddetti polloni, che si possono trasformare in alberi a loro volta. In sostanza, in poco tempo, intorno a un’unica pianta, può crescere una vera e propria selva. Inoltre, come spiega la docente di botanica, l’ailanto non piace agli erbivori anche nella fase iniziale di crescita e addirittura produce una sostanza che impedisce alla vegetazione di installarsi nella sua zona.

«Si riproduce anche attraverso i semi – puntualizza Barberis – i frutti alati vengono dispersi col vento».

«Uno dei pochi vantaggi per l’uomo – aggiunge Giorgio Costa, responsabile del settore verde di Aster Genova – è che non risulta allergenico, ma il problema manutentivo è enorme».

Aster occupa solo dei giardini: «Ormai lo conosciamo e interveniamo non appena vediamo le piante giovani – spiega Costa – in questo modo le radici non sono ancora così profonde per poi diffondere i polloni, ma come resistenza ai tagli l’Ailanto è superato solo dal fico».

Spetterebbe ad Amiu invece occuparsi delle piante che crescono sulle strade, ma vista la situazione complicata anche dal punto di vista normativo (l’interpretazione della legge attuale, che ha praticamente vietato il diserbo), la partita sembra essere destinata a una sconfitta per l’uomo.

Il problema è che l’Ailanto, crescendo sui muri e nel cemento, con le sue radici spacca quello che non dovrebbe spaccare ed è in grado anche di spostare un muro.

L’unica soluzione per limitarne la diffusione, secondo il parere di Costa, in concordanza con diversi progetti a livello nazionale ed internazionale, è l’iniezione del diserbante nella corteccia tagliata, è stato fatto così anche sull’isola di Montecristo, paradiso della biodiversità, in cui l’Ailanto stava prosperando in maniera pericolosa: «L’albero resiste ma si indebolisce, una volta devitalizzato completamente si può tagliare». In un quadro simile viene da chiedersi se abbia senso mantenere le piante adulte (ce ne sono diverse, una anche in pieno centro, in via Frugoni, ma anche in corso Europa, proprio vicino al Distav dove lavora la professoressa Barberis).

Con tre passaggi all’anno di diserbante, la gestione della diffusione delle erbe infestanti in una città come Genova (in cui solo per due mesi all’anno non si ha crescita vegetale), era più o meno ancora sotto controllo. Oggi non bastano 10-12 tagli d’erba.

L’Ailanto si trova talmente bene nell’area mediterranea, che ora sta cominciando a infestare anche i boschi: «Sul monte Gazzo a Sestri Ponente per esempio», racconta Costa, che evidenzia anche il problema della crescita sulle scarpate e aree marginali, praticamente la terra di nessuno: «Le aree davanti ai recinti privati sarebbero di competenza appunto dei privati, ma anche se si chiede l’intervento è praticamente certo che nessuno si muove, i terreni comunali invece sono ciclicamente oggetto di pulizia, ma l’Ailanto cresce troppo in fretta e troppo rapidamente».

Se volete mandarci foto di Ailanto in città (non solo a Genova), inviatecele via Facebook, Twitter o via mail (online@bjliguria.it)

 

 

 

 

 

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