Nel 2025, secondo Eurostat, 1 impresa europea su 5 con almeno 10 addetti ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale, contro il 13,5% dell’anno precedente. Oltre l’80% delle aziende non ha ancora integrato stabilmente la tecnologia nei processi core, con un divario tra Pmi e grandi imprese.
Cristiana Papiri, Digital Innovation Director di Innovaway e Digital Technology Director di Ipcei Tech4Cure, analizza le condizioni perché l’Europa possa competere nello scenario globale senza replicare i modelli statunitense e cinese. Al centro della riflessione c’è una terza via europea, fondata su modelli aperti, controllo dei dati, competenze e regole comuni. La sfida è doppia: ridurre il divario tecnologico e accelerare l’adozione nell’economia reale.
Il ritardo europeo ha più cause: la difficoltà delle imprese innovative nell’attrarre capitali, la frammentazione del mercato interno, il costo dell’energia e la concorrenza globale per le competenze specialistiche. Le Pmi, inoltre, spesso non hanno le risorse nemmeno per avviare la digitalizzazione di base. La trasformazione investe anche le aziende native digitali: chi sviluppa software deve ripensare competenze e modelli operativi.
In questo scenario cambia il ruolo dei digital solution integrator, chiamati a diventare orchestratori di competenze e non più semplici fornitori tecnici. Occorre mettere in relazione conoscenze, persone e processi, guidando le imprese verso percorsi di adozione sostenibili, nei quali la tecnologia sia un fattore abilitante e non una fonte di attrito.
Per invertire la tendenza servono interventi concreti: facilitare gli investimenti nelle imprese tecnologiche, semplificare l’accesso al mercato unico e rendere disponibili capacità di calcolo e dati a condizioni sostenibili. Servono inoltre formazione aderente ai bisogni delle aziende, strumenti per sperimentare senza sostenere da sole tutti i costi iniziali e acquisti pubblici che creino domanda per le tecnologie europee.
Il confronto internazionale rende la sfida più articolata. Il modello delle Big Tech americane si fonda su ingenti investimenti e sulla concentrazione delle risorse, ma solleva dubbi sulla sostenibilità finanziaria nel lungo periodo. La Cina sta invece modificando gli equilibri con modelli open source a basso costo, che abbassano le barriere d’ingresso anche per chi dispone di capitali limitati.
L’Europa non può replicare nessuno dei due percorsi: non dispone di un mercato dei capitali altrettanto ampio né di un mercato interno omogeneo per regole e domanda. Restare spettatori, però, significherebbe affidare a pochi operatori extraeuropei le tecnologie su cui poggeranno sanità, industria e servizi pubblici, con una dipendenza che toccherebbe la sovranità tecnologica oltre alla competitività.
Dal punto di vista tecnico la strada dei modelli aperti è già praticabile. Per molti utilizzi aziendali, dall’analisi dei documenti all’automazione dei processi, modelli come quelli della francese Mistral Ai offrono prestazioni vicine ai sistemi proprietari, senza costi di licenza. Il divario sui modelli di frontiera resta, e open source non significa gratuito: servono infrastrutture, competenze e integrazione.
Anche la regolamentazione fa parte della strategia. Per i digital solution integrator la conformità va integrata fin dalla progettazione, secondo il principio del compliant by design, con i requisiti di sicurezza, etica e governance dei dati dell’Ai Act e del Gdpr nell’architettura dei prodotti. L’Ai Act prevede alleggerimenti per i modelli di uso generale con licenza aperta, che non si applicano ai modelli a rischio sistemico né alle applicazioni ad alto rischio. Per rendere sostenibile il quadro anche alle imprese private di grandi strutture legali occorre semplificare dove possibile, armonizzare l’applicazione delle norme tra i Paesi e accompagnare le Pmi nel rispetto dei requisiti, senza rinunciare alle tutele.
