Alberto Clavarino racconta la Fondazione Genova Startup: «La nostra esperienza al servizio dei giovani startupper»

Alberto Clavarino. Foto di Francesca Baroncelli
Alberto Clavarino. Foto di Francesca Baroncelli

Il primo successo di Alberto Clavarino nel mondo delle Startup risale al 1994, dentro l’incubatore Bic Liguria; poi altre avventure imprenditoriali e, dal 2024, la scelta di rimettersi a tempo pieno nel mondo delle startup per aiutare i giovani che hanno un sogno da realizzare. Alberto Clavarino è il presidente della Fondazione Genova Startup, ente del Terzo settore nato il 4 novembre 2025 con un modello di supporto basato su servizi sempre e solo gratuiti.

«Sono uno startupper seriale», scherza Clavarino: «La mia prima esperienza come Startupper, negli anni ’90, mi ha introdotto un morbo da cui non mi sono mai più liberato», racconta, «Poi, nel 2024, quando era stufo del lavoro che svolgevo da una decina d’anni, ho deciso di tornare totalmente in questo mondo. Ma a 68 anni tornare a fare lo startupper non è l’ideale». Da qui la decisione di «mettere questi trent’anni di esperienza sul campo al servizio dei ragazzi e delle ragazze genovesi che avessero voglia di cimentarsi nel più bello e più difficile dei mestieri».

Il primo strumento è stato LinkedIn, che Clavarino non aveva mai usato prima, «se non per rompere le scatole ai clienti» e rivelatosi «uno strumento di comunicazione davvero interessante». Partendo da solo, con messaggi del tipo «Io ci sono, qualcuno vuole aiutarmi?», Clavarino ha radunato una quindicina di persone con interessi in comune e con tempo da dedicare al nuovo progetto: «Tra loro Massimo Vanzi, Sergio Rossi, Marco Beltrami e Daniele Crippa, tutti con esperienza diretta di startup e impresa. A novembre 2025 sono arrivate la presentazione pubblica e la creazione della Fondazione».

Nasce così la Fondazione Genova Startup: «Abbiamo scelto di fare una fondazione perché fosse chiaro che non è un progetto a scopo di lucro». E Clavarino ribadisce: «Non lo facciamo per business, lo facciamo per restituzione, per aiutare i ragazzi in una formula un po’ nuova, quella di dare sempre e solo servizi gratuiti».

La gratuità, spiega Clavarino, è una scelta di modello: «Una startup è già un’impresa molto complicata e i giovani senza esperienza stanno già facendo una cosa monumentale nel provarci. Dargli una bastonata di 10.000 euro per una consulenza mi sembra al limite dello sciacallaggio». Per sostenersi, la Fondazione cerca sponsor e donazioni da aziende già costituite, con budget importanti.

Il lavoro con le startup parte dalle richieste spontanee che arrivano a Clavarino, spesso su LinkedIn: «Ogni giorno qualcuno mi chiede di incontrarlo. Cerco di farlo nel modo più rapido possibile, perché per i ragazzi il tempo è un valore immenso». Se il progetto che gli viene proposto ha un senso, si passa a un documento introduttivo, «non un pitch, non un documento pesante, ma un foglio che viene fatto circolare tra i soci della Fondazione. Se qualcuno è interessato, scatta quella che noi chiamano, con un senso di autocritica e di scherzo, terapia di gruppo, dove non è chiaro chi sia il terapeuta e chi il paziente». Il ragazzo o la ragazza viene invitato in ufficio e trova ad accoglierlo da tre a otto soci. Ne esce di solito un brainstorming di un paio d’ore: «Essendo in tanti a parlare di un singolo progetto, si riesce a sviscerare molto di più di quanto uno farebbe da solo».

Il contributo, precisa Clavarino, non pretende di essere straordinario: «Di solito quelli bravi dal punto di vista tecnico sono i ragazzi. Noi siamo solo quelli che hanno preso tante facciate, quindi i nostri suggerimenti si basano sull’esperienza, ripetendo ciò che è andato bene ed evitando ciò che è andato male. Importante è anche la nostra rete di conoscenze: mi diverte molto fornire numeri di cellulare. Lo faccio volentieri, è anche un simbolo di apertura». Di solito, racconta, i ragazzi escono dai nostri incontri «belli carichi», e ultimamente sono arrivati anche attestati privati di piena soddisfazione».

Un altro tassello è il ciclo di serate organizzato in collaborazione con Mentelocale Bistrot: ogni due giovedì, dalle 18 alle 19.30, uno spazio dedicato a una sola startup, che ha l’occasione di raccontarsi. «Non è la logica del pitch day di presentare tante startup insieme», sottolinea Clavarino, «Gli startupper parlano per 45 minuti, tipicamente da soli davanti al pubblico e al microfono, volutamente senza l’ausilio del monitor». Per chi non ha mai fatto un intervento del genere è uno shock, ma «è il modo per buttare il bambino nella piscina e farlo imparare a nuotare».

Sul fronte investitori, grazie all’aiuto di Sergio Rossi e di Paolo Giolito, un business angel di Milano (il business angel è un investitore privato che impiega il proprio capitale personale per finanziare una startup o un’impresa nelle sue fasi iniziali, n.d.r.), la Fondazione ha organizzato viaggi in pulmino per portare startup genovesi a Milano a incontrare business angel interessati a investire. La Fondazione, precisa il presidente, non mette mai direttamente capitali: «Come fondazione non possiamo farlo, ma arriviamo a presentare le startup in modo adeguato a qualcuno che è interessato a investire». A Milano le trasferte sono realizzate con la Business Angel Golf Association, un gruppo di business angel che si ritrova su un campo da golf e poi ascolta le startup, «un po’ all’americana». Il rapporto è stato cordiale e accogliente: «Abbiamo rotto un po’ quel muro Milano-Genova». Sono stati inoltre firmati accordi per Torino e Roma, gli altri poli che hanno un’incidenza importante negli investimenti in startup, dove però, per ora, non è stato ancora organizzato nulla.

Ma qual è l’identikit dello startupper? Dopo quasi due anni di lavoro, compreso quello preliminare, Clavarino descrive un identikit «variegato» e un cambiamento culturale profondo: «Un tempo tutti pensavano solo alla grande azienda come sbocco di una carriera universitaria. Oggi, invece, ci sono giovani che già a 19 anni dicono “non mi interessa, voglio provare da solo e voglio rischiare”. Questo è bellissimo dal punto di vista culturale e rappresenta una novità grande dal punto di vista sociologico».

Sui settori, la Fondazione ha scelto di non porre paletti: «Non c’è una verticalità, siamo generalisti», e arrivano progetti di ogni tipo, dalla robotica all’intelligenza artificiale fino alle iniziative sociali. Il trend più forte e più diffuso del momento, conclude Clavarino, è «l’utilizzo delle AI per fare qualcosa di magico».