Il monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe rileva nella settimana 10-16 novembre 2021, rispetto alla precedente, un aumento notevole di nuovi casi in Liguria: 151 ogni 100.000 abitanti gli attualmente positivi e +123,5% l’incremento, al terzo posto italiano dopo Valle D’Aosta e Molise.

«Per la quarta settimana consecutiva – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – si conferma a livello nazionale un incremento dei nuovi casi settimanali (+32,3%) come documenta anche la media mobile a 7 giorni, che in un mese è triplicata: da 2.456 il 15 ottobre a 7.767 il 16 novembre».

In tutte e 4 le province liguri si registra un’incidenza pari o superiore a 50 casi per 100.000 abitanti.

«Di fronte a questi numeri – commenta il presidente – è inaccettabile che gli amministratori non abbiano introdotto restrizioni locali, seppur impopolari, accettando il rischio che la diffusione del contagio trascini l’intera Regione in zona gialla».

Il sistema per la determinazione dei colori combina l’incidenza settimanale con l’occupazione dei posti letto da parte di pazienti Covid in terapia intensiva e area medica.

«Bisogna tenere conto – sottolinea Cartabellotta – che l’attuale sistema per l’assegnazione dei colori alle Regioni è stato elaborato quando non esistevano dati sul declino della copertura vaccinale, né sulla necessità della terza dose. Con queste regole, durante i mesi invernali di aumentata circolazione virale, nelle Regioni con coperture vaccinali più basse e/o in ritardo sulla somministrazione della terza dose c’è il rischio di sovraccaricare gli ospedali senza cambiare colore, anche perché le Regioni hanno la possibilità di aumentare i posti letto disponibili, sottraendoli ad altri malati, o dimettere pazienti Covid in strutture private».

A livello nazionale il tasso di occupazione dei posti letto da parte di pazienti Covid è del 7% in area medica e del 5% in area critica, con notevoli differenze regionali: la Liguria per ora è rispettivamente al 5 e 6%.

«Gli ingressi giornalieri in terapia intensiva in Italia – puntualizza Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione Gimbe – continuano ad aumentare: la media mobile a 7 giorni è passata da 34 ingressi/die della settimana precedente a 38».

Il tasso nazionale di copertura vaccinale per le dosi aggiuntive è del 59,6% con nette differenze regionali: dal 3,5% della Valle D’Aosta al 100% di Campania, Liguria, Molise, Piemonte, Provincia Autonoma di Bolzano, Sardegna, Sicilia, Toscana e Umbria.

La copertura nazionale con dose booster è del 53,3%, anche qui con notevoli differenze tra Regioni.

«Queste percentuali – puntualizza Marco Mosti – sono tuttavia sovrastimate dal mancato aggiornamento della platea ufficiale per la dose booster, ferma al 2 novembre». Ssecondo le indicazioni ministeriali le persone chiamate a ricevere entro la fine del 2021 la dose booster sono: 11,96 milioni over 60 che hanno completato il ciclo con qualsiasi vaccino entro il 4 luglio; 757 mila under 60 che hanno ricevuto il vaccino J&J entro il 4 luglio; 6,14 milioni dal 1° dicembre persone con età compresa fra 40 e 59 anni che hanno completato il ciclo vaccinale con Pfizer, Moderna o AstraZeneca entro il 4 luglio.

«Nello scenario attuale – evidenzia Cartabellotta – caratterizzato dal progressivo aumento della circolazione virale e dalla riduzione dell’efficacia vaccinale che impone la dose di richiamo, sono due le decisioni politiche che possono minimizzare il rischio di misure restrittive. La prima è ridurre a 6 mesi la validità del green pass rilasciato a seguito di vaccinazione, in linea con le evidenze scientifiche sulla durata della protezione vaccinale e con le indicazioni per la dose di richiamo. La seconda è introdurre l’obbligo vaccinale sia per il ciclo primario, sia per la dose booster, almeno per tutte le categorie di lavoratori a contatto con il pubblico. Invece, non convince affatto il “super green pass” sul modello austriaco, di fatto un “surrogato” dell’obbligo vaccinale: escludere il tampone dalle modalità per il rilascio della certificazione verde, pur identificando le attività essenziali per le quali tale opzione rimarrebbe valida, rischia solo di aumentare le tensioni sociali senza alcuna garanzia di aumentare coperture vaccinali e adesione alla terza dose».

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