«Solo grazie a modelli predittivi su grandi basi di dati si potrà capire quanto sarà la popolazione minima da vaccinare per fare in modo che la circolazione del Covid-19 sia controllata, chi vaccinare e se la soluzione è per prevenire la diffusione della malattia o renderla meno grave». Parola di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (Inmi) Spallanzani di Roma e direttore del Centro Collaboratore dell’Oms per la gestione clinica, la diagnosi, la risposta e la formazione sulle malattie altamente infettive, in una delle conferenze del Festival della Scienza dedicate al Covid: “I Big Data nella lotta alla pandemia“.

Al momento degli oltre 350 candidati vaccinali, 10 sono arrivati alla cosiddetta fase 3, ossia quella più avanzata prima della commercializzazione, mentre 50 candidati sono nelle fasi precedenti. «Ci stiamo preparando – aggiunge Ippolito – ma il vaccino non arriverà domani. Avremo un po’ di dosi per fine anno, ma non significa che vaccineremo un intero Paese, men che meno il mondo. C’è bisogno di un’opera di simulazione che porti il vaccino a funzionare dal piano dell’uomo a quello della popolazione. Durante le sperimentazioni entrano informazioni sulle caratteristiche delle persone, sui parametri biologici: i volontari sani sono sottoposti a 90 parametri. C’è bisogno di dati per la ricerca, non li usiamo per spiare le persone».

A dare man forte a tutti questi aspetti predittivi, ma ancora più fondamentali in una situazione come questa sono i fisici, come evidenzia Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn): «Dai modelli per studiare le collisioni di particelle al Cern di Ginevra siamo arrivati alla prima esperienza di condivisioni di dati a livello mondiale, che si è trasformato nel primo esempio di cloud. Tutto questo nel 2012 ha portato alla scoperta del Bosone di Higgs. Cosa c’entra tutto ciò con il Covid? Abbiamo cominciato a creare modelli per analizzare la realtà dell’epidemia».

I fattori legati alla prognosi vanno calcolati sulla base di modelli, ribadisce Ippolito: «Solo costruendoli si potrà dire se il virus è più presente o meno, perché i dati prodotti e non adeguatamente analizzati non rispondono ai nostri bisogni».

Inutile dare i dati quotidianamente senza fornire la capacità di interpretarli. Dagli andamenti si può capire quale sia l’implicazione dei nostri comportamenti sui dati e viceversa. Secondo Zoccoli il dato più importante deve comunque restare quello delle ospedalizzazioni e delle terapie intensive.

Anche l’Istat è coinvolta. Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), spiega come l’Istituto intanto stia cambiando modo di lavorare: «A metà dicembre usciremo col censimento 2018-2019, che non è più decennale. Inoltre, per esempio, i nostri report sul fatturato delle imprese sono presi dalle informazioni che ci ha fornito l’Agenzia delle Entrate, visto che non è più possibile intervistare le imprese. L’indagine sierologica è avvenuta con la collaborazione del ministero della Salute e in questi giorni si sta definendo un progetto per mettere a punto un sistema di monitoraggio dei focolai».

Per quanto riguarda le risposte farmacologiche, l’Infn ha messo a disposizione un grande centro di calcolo tramite Sibylla Biotech, spin-off dell’Infn e delle Università di Trento e Perugia: si sta studiando come impedire al coronavirus di diffondersi nel corpo umano, riducendo al minimo effetti collaterali e l’evoluzione di resistenze, grazie a una strategia interamente nuova per il design di farmaci contro il coronavirus. Una strategia basata su un innovativo modo di ridisegnare i farmaci (clicca qui per approfondire).

Quello che manca, secondo Zoccoli è un coordinamento nazionale, europeo e globale di tutti gli istituti di competenza sui dati utili per saperne di più sul Covid-19 e accelerare di conseguenza le possibilità di successo nella lotta alla pandemia. I dati, inoltre, vanno guardati da più occhi.

Tutto questo induce un’ulteriore riflessione, esplicitata da Ippolito: «Sulla ricerca per la  preparazione a epidemie o eventi inattesi gli investimenti sono stati limitati. Fare ricerca sulla preparazione non significa fare ricerca di base. Se non avessimo avuto linee cellulari pronte non eravamo in grado di isolare il virus in pochi giorni, non avremmo avuto la possibilità di mettere a punto un modello di diagnosi. Magari il risultato è solo dell’1%, ma risulta fondamentale quando accade l’evento pandemico. Occorre pensarci per tempo, incluso il modello di comunicazione da utilizzare: come dare le cattive notizie, come difendersi, altrimenti non ne verremo fuori. Ci vuole un modello anche per la ricerca. Perché siamo stati costretti a fare opzioni su farmaci che non avevano livelli di efficacia sufficienti? Perché non abbiamo messo insieme i dati?»

I litigi degli scienziati nei talk show non hanno aiutato: «L’arena non deve essere il media, è normale che esistano opinioni diverse. Nessuno sta barando, ma le incongruenze, anche sui dati, vanno chiarite e spiegate bene», afferma Zoccoli.

Non è un caso che l’Infn abbia aperto un portale ad hoc sull’interpretazione dei dati.

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