Non solo FantaSanremo. Dal gaming all’obiettivo startup studio: alla scoperta di Appfactory

Il presidente Francesco Natoli racconta com'è nata la Società genovese che oggi è sotto i riflettori grazie al gioco collegato al Festival di Sanremo e i progetti futuri

Non solo FantaSanremo. Dal gaming all’obiettivo startup studio: alla scoperta di Appfactory

Oltre due milioni di utenti raggiunti qualche sera fa, ieri un’ulteriore accelerazione che ha consentito di superare, e di parecchio, gli obiettivi iniziali. Il FantaSanremo spopola e Appfactory, società genovese che ha realizzato la app, è diventata di colpo molto celebre. Il percorso che però l’ha portata a essere sulla bocca di tanti è meno conosciuto e il fatto di essere stata scelta tra vari concorrenti non è stato casuale. E oggi Appfactory sta compiendo passi importanti per evolvere il proprio modello di business in quello che si chiama startup studio o venture building.

Francesco Natoli

«Gli ideatori del FantaSanremo ci hanno scelto perché avevamo il mix giusto di competenze per ciò che cercavano − racconta il presidente Francesco Natoli − poi tutte le cose nascono per caso e fortuna. Io credo molto nel fatto che se si fanno le cose bene, con lo spirito giusto, tutto torna. Gli ideatori del FantaSanremo sono entrati in contatto con un amico che aveva lavorato da noi tanti anni fa e ascoltandoli aveva capito che noi avevamo le competenze tecniche per realizzarla: esperienze nel mondo del gaming e scalabilità delle infrastrutture cloud, perché abbiamo gestito tante volte server con grandissimi volumi di utenti. Trovare un’azienda di questo tipo non è facilissimo, unito al fatto che siamo un’impresa snella dal punto di vista operativo perché non mastodontica».

L’incontro con gli ideatori del FantaSanremo è avvenuto quasi due anni fa e c’è voluto un anno prima che scegliessero Appfactory. «Una volta avviato il progetto abbiamo iniziato a mettere mano al FantaEurovision, poi al TrisFactor a novembre, ma il clou, per visibilità e partecipazione, è il FantaSanremo. «La formula si è inserita in una dinamica già presente, con una grande forza mediatica, la vedo come la ciliegina sulla torta per il Festival di Sanremo perché è un circolo virtuoso per tutti quanti: sponsor compresi».

Sono 22 i dipendenti nella sede di via Palestro, che presto verrà lasciata per questioni di spazio per un trasferimento «in un ambiente più carino all’interno di un parco», annuncia Natoli. Nell’ultimo anno e mezzo è stato difficile trovare personale per una difficoltà a livello nazionale: «Abbiamo creato un’academy in partnership con aziende non genovesi che aveva portato buoni risultati, ma è stato un percorso faticoso e oneroso. Da gennaio le candidature si sono sbloccate. Il nostro personale attualmente arriva dalle due Riviere andiamo da Finale Ligure allo spezzino. Ci sono grandi aziende che assorbono molto velocemente grandissimi quantitativi di persone, mentre a noi ne bastano meno di quattro all’anno».

Un percorso, quello di Appfactory, iniziato 12 anni fa, che ha incrociato la strada di Francesco Natoli due anni dopo: «All’inizio sviluppavamo app e prevalentemente giochi. Quest’ultima attività richiede una mentalità diversa e lì nasce il metodo che ci fa lavorare bene: immaginare è la prima fase, che parte con l’ascolto del grande pubblico o del cliente e finisce con la progettazione. La seconda fase è costruire: produciamo cose su misura sempre in maniera estremamente scalabile e il tutto si conclude con l’evoluzione. Se prodotto non migliora nel tempo, ha poco senso. Soprattutto nei primi anni il cliente non ragionava sull’evoluzione, invece quest’ultima fase condiziona tutte le precedenti. Nel gaming è fondamentale: immagini, costruisci una solida piattaforma senza sapere quanti utenti avrai e un prodotto che deve essere scalabile. Una volta che è su, bisogna saper leggere i numeri ed evolverlo per renderlo sempre più piacevole e duraturo nel tempo».

Tra i giochi di successo sviluppati da Appfactory, per esempio, c’è Soccer Hero: «Ancora adesso funziona e stiamo provando a rilanciarlo in una versione nuova, visto che ci è stato chiesto da tante persone». Per conto di Giochi Preziosi ha sviluppato il gioco Cupets che aveva una componente fisica seguendo anche l’ideazione dei giocattoli».

L’altra anima dell’azienda sono i prodotti creati per diventare poi piccole aziende da scorporare proprio nell’ottica di diventare uno startup studio. La prima a essere venduta è stata Noisefeed (marzo 2023): «È nata interna all’azienda, basandosi sull’idea di un cliente che voleva realizzare un’app dedicata al marketing nel mondo del calcio. Abbiamo raccolto l’investimento e con il Covid ha cambiato pelle, diventando un’azienda leader nel mondo dell’infortunistica del calcio». Noisefeed è stata comprata da Netith, società siciliana, e Appfactory continua a seguire la parte di sviluppo.

La strutturazione per diventare startup studio è partita a settembre e oggi c’è un’altra startup in raccolta di investimento: Future, che si occupa di messaggistica business to business, business to business to consumer e business to consumer.

Altre due app sono state autoincubate per questo percorso: Navirally, che consente di organizzare e gestire un evento enduro e rallystico in modo facile e sicuro e IstoriAround per itinerari turistici cittadini ed extraurbani.

L’intenzione di Natoli, però, non è diventare esclusivamente uno startup studio: «Credo che per sapere innovare e saperlo fare stando sul mercato, bisogna continuare a lavorare con dei clienti. Altrimenti, visto che in media i risultati di una startup si vedono dai 5 anni in avanti, il rischio è di aver venduto fumo».

Il percorso di AppFactory, per esempio, ha registrato anche degli insuccessi: «A volte capita di fare le cose troppo presto, di sbagliare budget, penso che gli errori facciano parte di un percorso molto sano, se si impara da questi». Tra i rimpianti maggiori c’è Airshop, che consentiva di comprare online nei negozi attraverso la chat. «Lo abbiamo realizzato troppo presto, oggi con l’intelligenza artificiale probabilmente sarebbe stato devastante, si potrebbe rifare probabilmente, ma è un prodotto forse molto italiano da una parte e poco italiano da un altro. Italiano perché si rivolge ai negozi piccoli, poco italiano perché servivano grandi capitali per partire».

Nonostante qualche normale intoppo, negli ultimi tre anni (tenendo conto anche del 2023), Appfactory è cresciuta del 25% all’anno e nel 2020 e 2019 aveva raddoppiato anno su anno. «È abbastanza normale per le dimensioni dell’azienda − commenta Natoli − siamo andati sempre leggermente meglio delle aspettative. Per quest’anno siamo a un bivio come dimensioni e proiezioni, decideremo nei prossimi mesi se puntare a quel 25% o strutturarci per un piccolo salto».

Natoli è salito a bordo del progetto dopo essere stato convinto da Marco Piccardo, co-founder e Cto (nella foto di apertura): «Lui è stato mio compagno di liceo, mi ha raccontato e coinvolto. Mi ha trascinato in un mondo che non mi apparteneva, facevo fatica a capire cosa mi dicevano in riunione per il lessico molto tecnico. Ora invece capisco, percepisco le paure. Ieri sera la app del FantaSanremo ha toccato numeri di utenti spaventosi e percepivo la tensione pur essendo a casa mia. Immaginavo cosa stavano vivendo alcuni in azienda, perché faremo assistenza h24 e sino alle 3 di notte sarà incredibilmente viva. È come progettare un treno e pensare che una volta messo sui binari non servano controlli. In questo caso è come un’infrastruttura di treni su tutta Italia». Il FantaSanremo, inoltre, ha accelerato tutto il processo di modifica della brand strategy e brand identity che Appfactory aveva pianificato per il prossimo maggio. Da oggi è online il nuovo sito internet.

La famiglia Natoli, pur avendo nella gioielleria il core-business, ha sempre avuto progetti paralleli nell‘immobiliare (alberghi) e nell’automotive (sono soci del Gruppo Ge). «Ce l’abbiamo nel dna − racconta − il mio bisnonno è partito dalla Sicilia aprendo gioiellerie per una grande firma americana e poi si è innamorato di Genova, ma già dall’inizio aveva un cinema e altre attività. Poi la tecnologia mi ha sempre attratto moltissimo e di base mi piace costruire cose, farle crescere, perché questo tipo di ambiente positivo mi fa stare molto bene».

 

 

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