Fondi pronti a investire nelle pmi, ma chiedono progetti, aggregazioni e apertura all’esterno

Dal convegno "Puntare sull’impresa – investimenti privati e mercati dei capitali, quali prospettive oggi in Italia?" organizzato a Genova da LCA Studio Legale e Capitalimpresa

Il mercato mobiliare, in Italia come nel resto d’Europa, è chiamato a svolgere, dopo la crisi pandemica, un ruolo fondamentale per sostenere una dinamica di ripresa che non può realizzarsi senza una sostanziale ricapitalizzazione delle imprese. Secondo i dati di Banca Profilo le imprese europee avranno bisogno di circa 1.000 miliardi di euro di capitale, di cui 175 miliardi in Italia, per avviare la ripresa economica. Considerato che nel prossimo biennio le istituzioni europee metteranno a disposizione 400.550 miliardi, ne consegue che occorrerà mobilitare ulteriori 450-600 miliardi di capitale.

In Italia affluiscono Fondi molto liquidi dopo il congelamento dovuto alla pandemia; esistono studi legali specializzati nell’assistere fondi e aziende in ogni aspetto e fase della vita societaria e operano pmi promettenti che hanno bisogno di canali di finanziamento alternativi e complementari a quello bancario.

Un mercato frizzante quello finanziario italiano degli ultimi mesi, pieno di potenzialità, che però, per poter sostenere la crescita del nostro tessuto economico in misura rilevante, ha bisogno di imprenditori disposti ad aprirsi all’esterno e ad aggregarsi. E sia private equity sia venture capital, pur nella loro diversità di approccio alle aziende – i private equity sono investimenti effettuati nella ristrutturazione finanziaria o operativa in aziende in fase di espansione, i venture capital si riferiscono al finanziamento di start up e emerging companies da parte degli investitori, alla ricerca di un elevato potenziale di crescita e operano per semplificare le operazioni commerciali attraverso lo sviluppo e il lancio di nuovi prodotti o servizi sul mercato – guardano non solo e non tanto ai numeri delle imprese ma alla qualità delle persone che le dirigono e alle loro idee.

Sono le tendenze emerse nel corso del convegno che si è tenuto venerdì scorso a Genova, al Palazzo della Meridiana, organizzato da LCA insieme a Capitalimpresa, per parlare dell’evoluzione del settore dell’investimento privato istituzionale e dell’accesso ai mercati dei capitali, anche alla luce dell’ingresso di Borsa Italiana nel gruppo Euronext. Due sessioni, moderate da Emanuele Ameri e Francesco Doria Lamba di LCA.

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Le persone, le loro idee e il loro modo di guardare al mercato sono determinanti: «Bisogna assomigliarsi un po’ per fare un percorso insieme. Noi possiamo anche portare managerializzazione, ma gli interessi devono convergere» ha avvertito Giovanna Dossena, presidente di AVM Gestioni SGR e AVM Associati. «Il nostro obiettivo – ha precisato – è fare private equity dedicati alle pmi, la nostra società di gestione risparmi è rivolta alle pmi italiane che hanno un fatturato sugli 8-10-15-20 milioni al massimo. Noi le facciamo crescere lungo un cammino virtuoso di sviluppo. Bisogna che queste aziende si aprano perché l’aggregazione tra le pmi è garanzia di crescita. L’unione fa la forza. Bisogna aggregarsi. Credo che la seconda generazione di imprenditori favorirà questo aspetto. È un processo importante, le grandi imprese sono la forza dei sistemi industriali, ma nessuno nasce grande. Il private equity è uno strumento di endorsement di ciò che sta dentro l’impresa. Ci sono imprenditori proattivi che hanno un disegno ma non sanno o non vogliono realizzarlo da solo. E noi portiamo, oltre che capitali, un endorsement e un affiancamento di relazioni all’attività dell’impresa. Però bisogna assomigliarsi un po’ per fare un percorso insieme, possiamo anche portare “managerializzazione”, ma gli interessi devono convergere. E quando usciamo dall’azienda la lasciamo non soltanto cresciuta ma con nuove aggregazioni».

«Nelle aziende cerchiamo la prospettiva, che è data quasi sempre dalle persone, quando si fa un investimento di private equity il goodwill è dato dalle persone – ha confermato Gianfranco Piras, socio di Xenon Private Equity, società di gestione lussemburghese che racchiude fondi destinati a investimenti in Italia – proponeteci idee intelligenti e sicuramente una mano per crescere siamo in grado di darla. Abbiamo iniziato ad acquisire la partecipazione in Benfante – racconta Piras – che aveva un piccolo fatturato, circa 18 milioni. Poi abbiamo comprato cartiere, uno scatolificio per trasformare i rifiuti in prodotti da vendere e siamo arrivati a 250 milioni di fatturato. Ora il percorso arriva al termine e investiremo con un fondo più grande. I settori che ora vanno sono ict, medicina, business services. Noi raccogliamo fondi da investitori istituzionali e stranieri al 60% americani e al 40% europei. Allochiamo soldi, ma abbiamo una visione romantica del private equity. Se siamo bravi e abbiamo creato sintonia, allora abbiamo creato anche valore per l’azienda. Un altro esempio locale? Ecoeridania».

Maximiliano Turelli di Equita Sim ha precisato: «Il fondo porta competenze, ma investe se l’imprenditore ha un progetto da realizzare. Per esempio, aprire una nuova filiale o comprare due competitor. Poi, sì, i fondi mettono ordine anche a livello gestionale. Portano risorse esterne, attraggono competenze a livello di consulenti ma non si intromettono nella parte operativa della gestione. Il progetto viene sposato in fase di due diligence. Noi aiutiamo l’imprenditore a capire cosa vogliono i fondi, facciamo da trait d’union tra le due realtà». Le prospettive sono buone, secondo Turelli: «Il mercato è frizzante. I fondi sono pieni di capitali da investire. Tre grossi fondi tedeschi hanno aperto uffici a Milano e anche gli americani si stanno muovendo con co-investimenti in fondi europei per l’Italia. Dipende anche dal fatto che la pandemia ha permesso un accumulo di capitali. Jp Morgan ha aperto una divisione mid market team per imprese da 100 milioni in su. Invece gli imprenditori sono scettici e si domandano “il fondo cosa mi porta?”»

Stefano Peroncini è ceo di Eureka Sgr che investe in startup tecnologiche. «Noi – dichiara – valutiamo il team della startup in base all’attitudine imprenditoriale del gruppo, alla competenza tecnica, alla capacità di execution e alla gestione della crescita». Secondo Peroncini in fatto di “startup tecnologiche” siamo, nel mondo, a un punto di svolta. Crescono le “Unicorn”, ossia le aziende che hanno raggiunto una valutazione di mercato di oltre 1 miliardo di dollari. Ma l’Italia in questo campo è partita in ritardo. «Oggi, verso fine anno – prevede Peroncini – ci aspettiamo un miliardo di euro di investimenti. Però Francia, Spagna e Germania sono già in ordini di grandezza differenti». L’aspetto positivo è che «Finalmente registriamo continuità nel legislatore e nel governo. Il Fondo innovazione dell’allora ministro Di Maio è rimasto e anzi è stato incrementato a 1,6 miliardi e ora viene rilanciato a 2 miliardi per Cdp venture capital, da cui è nata la piattaforma Itatech, strumento di sostegno finanziario a processi di trasferimento tecnologico nato da un’iniziativa congiunta di Cassa Depositi e Prestiti e Fondo europeo per gli Investimenti che si propone quale strumento per la creazione di un ponte tra il mondo della ricerca accademica e universitaria, e gli investitori e il mercato. Sono nati 5 fondi di investimento e il polo RoboIT in cui investiremo proprio qui a Genova. Nel Lazio abbiamo immaginato di impiegare quota parte della programmazione Ue in “fondi di fondi”. In Liguria? Il contributo di imprese già affermate assume un ruolo determinante. Oggi i grandi player si avvicinano in modo strutturato alle startup, facendo scouting. Io ho come partner l’Iit».

I fondi entrano nelle aziende e ne escono quando hanno realizzato il loro obiettivo.
«Il tema dell’exit è centrale» ha sottolineato Riccardo Massimilla di Lca Studio Legale. «Si tratta dell’evento in cui l’investitore liquida l’investimento e l’operazione deve essere già regolata in modo congruo nei patti parasociali». Dove, quando e come avviene l’exit? «Sul tema del quando possiamo dire che gli investitori istituzionali hanno un’orbita attorno ai 5-7 anni. L’investitore ha come scopo far crescere l’azienda e massimizzare l’investimento. Il quando va valutato anche alla luce di questo. Non sempre i tempi coincidono. Per quanto riguarda il come, ci sono tre tipologie di soluzioni tecniche: il riacquisto da parte dell’imprenditore, la cessione a soggetti terzi e la quotazione in borsa. Il riacquisto, il buyback è la più semplice e lineare perché è disciplinata da clausole contrattuali. Si tratta “solo” di andare a determinare il valore. Per il resto il processo è più lungo. Il ruolo del manager è importante. Gli imprenditori sono un asset fondamentale dell’azienda e i fondi investono a braccetto con i manager. Il soggetto compratore deve negoziare e definire le regole di ingaggio con i manager che proseguono la loro attività nell’azienda».

Un altro tema emerso dal convegno è l’importanza crescente assunta dalle tematiche Esg (Environmental, Social and Governance) nella misurazione della sostenibilità di un investimento.

Secondo Peroncini «Le tematiche Esg influenzano già ora le strategie delle aziende e in futuro lo faranno tantissimo. Si emettono già i bond legati al rilascio del carbonio in atmosfera. Presto il bilancio di sostenibilità sarà obbligatorio per imprese sopra i 450 dipendenti». Anche per Giovanna Dossena «i protocolli Esg sono oggi un discrimine tra il fare e il non fare investimento. Il rispetto della sostenibilità è quasi un circolo chiuso. Io i business plan li guardo solo dopo il business model. Su cosa si basa il tuo vantaggio competitivo? Quanto dura?»

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Borsa Italiana di recente è entrata a fare parte di Euronext, il principale hub di quotazione in Europa, con oltre 1.890 società quotate per un totale di 5,6 trilioni di euro di capitalizzazione di mercato che ne fanno la sede principale di raccolta di capitali, con oltre 63 miliardi di euro raccolti nel 2020 da investitori per finanziare le società in tutta Europa e per i mercati secondari, con una media giornaliera di circa 2,2 miliardi di controvalore scambiato. Che cosa comporta l’ingresso di Borsa Italiana nel nuovo contesto per quanto riguarda la capitalizzazione delle nostre imprese? La seconda sessione del convegno, moderata da Francesco Doria Lamba, ha approfondito questo tema.

Capitalimpresa è una società di consulenza manageriale, LCA Studio Legale uno studio legale indipendente che si rivolge principalmente al mondo imprenditoriale e finanziario, italiano ed estero. Specializzato in tutte le principali aree del diritto commerciale, societario, bancario, finanziario e tributario, immobiliare, del lavoro e della proprietà intellettuale, e più in generale in tutti gli ambiti del diritto d’impresa. LCA ha sede in Italia a Milano, Genova e Treviso, mentre negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, opera in internatonal partnership con IAA Middle East Legal Consultant LLP.

Benedetto Lonato, partner di LCA, ha precisato che «l’ingresso in Aim, ora Euronext Growth Milan, non è un’alternativa all’investimento privato, al fondo, ma una potenzialità in più. L’azienda inizia un percorso di crescita di medio periodo, migliora l’accesso ai finanziamenti e ne diversifica le fonti, aumenta la propria visibilità internazionale e credibilità e ha la possibilità di “managerializzarsi” ma deve garantire trasparenza e rigore nei conti Oltre ad adeguare la governance alle necessità del mercato. La quotazione in Aim di fatto è un’operazione di aumento di capitale caratterizzata da un altro grado di complessità tenuto conto dei vari elementi in gioco. In questo processo il consulente legale ha il ruolo di assistere la società nell’affrontare gli adempimenti burocratici, c’è molta burocrazia, molto formalismo, per entrare in Aim occorre una cura del documento di ammissione che comporta un lavoro lungo, meticoloso, bisogna dare della società una fotografia completa di ogni particolare».

Luciano Di Fazio, senior partner di Emintad Italy, ha fatto presente che «con l’integrazione di Borsa Italiana in Euronext ora occorre ragionare come accade nel resto del mondo. Bisogna considerare che se un’azienda ha numeri straordinari, ma non vantaggi competitivi o prospettive di crescita, non è adatta alla Borsa. Il valore cresce se l’azienda cresce. Finora, invece, qui si è ragionato in termini di utile e bilanci. Questo approccio non avrebbe consentito a Facebook e Google di diventare ciò che sono».

«I numeri hanno un fondamento di partenza in generale – ha precisato Marco Baga, chief investment banking di Banca Profilo – ma sottoscrivo ciò che ha detto Di Fazio. Il vero aspetto dirimente è la crescita. La quotazione ti fa chiudere la joint venture o comunque crescere. È un’accelerazione. Le quotate attirano l’attenzione di investitori internazionali, e trovano nuovi canali di finanziamento. Il sistema informatico Euronext è un’unica piattaforma ma per ora in Italia non funziona».

 

 

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