Ex Ilva, Gozzi (Federacciai): «Piano industriale possibile solo se sciolti due nodi europei»

«Con la regola Cbam sulle quote gratuite gli altiforni in Europa sarebbero tutti da chiudere e la lettera della commissaria Antitrust all'Italia sulla quantità di idrogeno negli impianti Dri penalizza il nostro paese»

«Sull’ex Ilva ci sono entrambi due nodi strutturali europei senza la soluzione dei quali il piano industriale, secondo me, non si può fare». Sono le parole di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, sulla situazione dell’ex Ilva a margine del convegno di Confindustria Genova sulla infrastrutture.

«Uno è quello dell’assegnazione delle quote gratuite − dice Gozzi − bisogna sapere se verrà confermata la regola del Cbam che dice che all’orizzonte del 2030 gli altiforni europei non avranno più quote gratuite e questo significa che non esisteranno più altiforni a Taranto, quindi non si potrà ovviamente rimettere a posto l’altoforno cinque che costa 650 milioni. Perché non ha senso finire i lavori così costosi nel 2028 e nel 2030 a chiudere perché non si avranno quote gratuite di CO2».

Il Cbam (Carbon border adjustment mechanism) è una tassa sul carbonio per alcuni beni importati da paesi al di fuori dell’Ue. Un meccanismo che mette in difficoltà gli altoforni europei e avvantaggia quelli asiatici.

Per Gozzi questo è un tema che va posto all’attenzione dell’Europa. «L’Ue, non so se conscientemente o inconscientemente, con le norme del Cbam che azzerano le quote gratuite, ha deciso di chiudere gli altiforni europei: per una tonnellata di acciaio si emettono due tonnellate di CO2 a 100 euro alla tonnellata, sono 200 euro di aggravio sul costo dell’acciaio, che ne vale 350, quindi impossibile».

Il secondo punto, secondo Gozzi, è quello del Dri, ossia il ferro direttamente ridotto (Direct Reduced Iron), un modo alternativo di produrre ferro sviluppato per superare le difficoltà degli altiforni convenzionali. In sostanza il Dri è la macchina che consente di fare l’acciaio liquido con i forni elettrici invece che con l’altoforno del convertitore.

La produzione di Dri, usando la tecnologia del gas naturale o del carbone, è utilizzata con successo in varie parti del mondo. Da un lato, il processo Dri è molto efficiente dal punto di vista energetico; dall’altro lato, è possibile ottenere ulteriori guadagni di energia se il materiale caldo viene immediatamente trasferito all’operazione di fusione Eaf (Eaf = forno ad arco elettrico).

«Finanziato prima dal Pnrr e poi dai fondi di coesione − ricorda Gozzi − prevedeva nella delibera italiana di poter utilizzare fino al 10% di idrogeno, miscelato al gas. C’è una lettera della commissaria Ue all’Antitrust Margrethe Vestager, abbastanza incredibile perché rivolta solo all’Italia, che dice “no, non va bene così, dovete metterci il 40% di idrogeno nei primi tre anni e il 70% di idrogeno a partire dal quarto anno”. Chi fa un po’ di calcoli, e mi stupisce che la commissaria europea alla concorrenza i calcoli non li sappia fare, sa che una macchina di Dri consuma 750 milioni di metri cubi all’anno di gas. Vuol dire che il 70% di idrogeno è equivalente a 500 milioni di metri cubi di gas. Secondo me in questo momento non c’è una produzione di questo livello non solo in Italia, ma in tutta Europa».

Solo risolte queste due questioni si potrà affrontare il tema di un piano industriale, sostiene Gozzi: «Un piano industriale che deve naturalmente guardare alla decarbonizzazione, probabilmente a uno o due impianti di Dri. Per farli bisogna che le condizioni economiche esistano. Se mi dicono di far funzionare a idrogeno impianti di Dri mi trovino in un posto al mondo dove questo succede, questo è il punto. Questi saranno gli elementi che chiunque, G7 o non G7, esotici o non esotici, dovranno affrontare nel momento in cui decidono di fare un investimento sull’Ilva di Taranto». Gozzi si riferisce alla notizia data dal ministro Urso di un quarto gruppo interessato all’ex Ilva.

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