Fonda, l’azienda genovese che produce occhiali per patologie gravi, cresce ancora grazie alla ricerca

A novembre è diventata anche società benefit. L'intervista al presidente Michele Jurilli

Fonda, l’azienda genovese che produce occhiali per patologie gravi, cresce ancora grazie alla ricerca

Chi è ancora è nel pieno della propria vita e vive il dramma di perdere la vista quando si scopre colpito da patologia oculare grave e complessa non deve rassegnarsi a un destino inesorabile. Può mantenere l’abilità visiva: un’azienda genovese, Fonda srl, nel suo laboratorio, in corso Podestà, progetta, sviluppa e produce occhiali su misura specificamente studiati per assolvere a ogni bisogno delle persone che rischiano di perdere la capacità di vedere o che intendono prevenire possibili danni futuri. L’azienda genovese ha brevettato il concetto di integrazione di un circuito elettronico in un occhiale.

Michele Jurilli

Guidata da Michele Jurilli, Fonda ha un fatturato in continua crescita che nel 2023 ha raggiunto i 1,6 milioni di euro occupa 11 risorse, detiene un portfolio di 1.800 clienti tra ottici e aziende e ha una rete di oltre 120 ottici associati sul territorio nazionale. Inoltre, collabora assiduamente con la classe medica, in particolare oculisti e ortottisti. Realizza il 55% delle proprie operazioni sul mercato estero (Francia, Germania, Israele e Spagna, tra gli altri).

L’azienda prende il nome da Gerald Fonda, l’oculista statunitense che per primo ha intuito come fosse possibile ottimizzare il residuo visivo di un paziente affetto da una patologia della vista in stato avanzato, ipovisione, consentendogli di mantenere un certo grado di autonomia. Fino ad allora, infatti, il paziente ipovedente veniva considerato irrecuperabile e per questo istruito all’uso del bastone e del braille.

Biagio Jurilli, padre di Michele,  ha importato in Italia le buone pratiche imparate nella clinica del dott. Fonda (vedi box), applicandole nel suo centro ottico a Genova. Proprio qui è maturata l’intuizione che intervenendo sul paziente con un ausilio adeguato fin dall’insorgere della patologia si possano ottenere sensibili benefici per la persona.

Ci racconta la storia di Fonda Michele Jurilli

– Quando è nata l’idea Fonda?

«L’11 gennaio 2012 formalmente, da un’idea maturata quando ho iniziato a collaborare con mio padre nella sua attività, la Optics International di piazza Piccapietra, un centro ottico specializzato in ipovisione e contattologia specialistica, un centro di riferimento, una volta a livello nazionale perché venivano persone da tutta Italia per andare da mio padre, oggi è più un punto di riferimento nel Nord Ovest. Persone che hanno problemi di ipovisione legate per esempio alla maculopatia vengono dal mio padre e lui e il suo team si occupano di trovare la soluzione migliore per permettere loro di mantenere una buona qualità della vita. Lo stesso vale per la contattologia specialistica, esistono patologie della cornea che si correggono con lenti a contatto speciali. La più nota delle patologie è il cheratocono, che è una deformazione della cornea».

– È poi diventato qualcosa di più…

Fonda ha registrato il marchio “Vista Fragile” ormai largamente utilizzato nel settore dell’ottica. “Vista Fragile” e ipovisione sono condizioni di significativa perdita della vista, dove la capacità visiva residua rientra tra i 7/10 ed i 4/10 nel primo caso e sotto i 3/10 nel secondo. Questo comporta evidenti difficoltà nello svolgere le attività tipiche della quotidianità, dal leggere un libro al compiere attività come fare la spesa o guidare. Tali condizioni sono spesso dovute a patologie degenerative della vista come Maculopatia, Glaucoma, Retinopatia diabetica e altre patologie retiniche legate nella maggior parte dei casi all’avanzare dell’età. Più raramente Vista Fragile e ipovisione possono essere causate anche da malattie rare o genetiche. In ogni caso, queste patologie colpiscono il sistema visivo in maniera irreparabile e portano, con il passare del tempo, a una riduzione pressoché totale della funzione della vista. Si tratta di stimolare la funzione visiva del paziente attivando un continuo allenamento della vista attraverso l’ausilio di strumenti specifici quali lenti ad alta capacità ingrandente e un costante coordinamento tra il lavoro dell’oftalmologo e dell’ottico per affiancare alle terapie mediche una sorta di “riabilitazione precoce”.

«Io venivo da esperienze mie, ho iniziato a lavorare con mio padre per un progetto che ha dato vita al consorzio tuttora in vita che si chiama Si4life, cioè Scienza e impresa per migliorare la qualità della vita, che ha come soci fondatori, oltre che l’azienda di mio padre, l’Università di Genova, il Cnr, quindi il mondo della ricerca, l’Iit, il mondo dell’impresa e quello del terzo settore. Si4Life nel quinquennio tra il 2010 e il 2015 è diventato Polo ligure Scienze della vita, quindi è stato riconosciuto e finanziato dalla Regione per sviluppare progetti di ricerca che coinvolgessero il mondo della ricerca, dell’impresa e del terzo settore. Sul tema della scienza della vita, quindi, il polo si è organizzato in alcuni filoni di fragilità tra i quali quello della vista. Mi sono innamorato del settore e ho visto l’opportunità di creare un’azienda che divulgasse oltre le mura della città quello che mio padre ha sempre fatto e continua a fare nel centro ottico di Genova. Ho fondato Fonda. Lo scopo era quello di progettare, produrre e distribuire soluzioni per persone che hanno un problema di ipovisione».

Che differenza c’è tra Fonda e l’azienda Optics?

«Optics International è un centro ottico, quindi è un centro commerciale, Fonda si occupa di progettazione, produzione e distribuzione, e lo facciamo a livello internazionale, siamo presenti in oltre 20 paesi con i nostri prodotti. Tutto è iniziato nel 2012 con il progetto dell’occhiale che si chiama Leddles, un occhiale che dal punto di vista funzionale svolge una funzione molto semplice: le lenti ingrandiscono l’immagine. Come in tutti gli occhiali. Però queste sono le lenti ipercorrettive, quindi ad alto potere, permettono di ingrandire l’immagine anche due o tre volte. Non solo. L’occhiale ha un tasto di accensione con cui si accende una luce. Quindi ingrandisce e illumina il campo visivo da vicino. Illuminamento e ingrandimento sono fondamentali per permettere di leggere, un’abilità che altrimenti si perderebbe a causa della patologia».

– È un occhiale che si indossa solo per leggere?

«Sì. Quando uno non legge se lo toglie, e nel caso soffra di maculopatia usa Fit Macula che, dotato di lenti PRLoop, permette di liberare la visione centrale del paziente affetto da maculopatia e altre patologie retiniche, spostando l’immagine sul punto sano della retina. Ma vorrei porre l’attenzione su Leddles perché dietro questo occhiale c’è un progetto molto importante per l’aspetto sia tecnico-ingegneristico sia industriale: ci ha fatto ottenere diversi brevetti a livello mondiale, fondamentalmente sulla base dei quali abbiamo poi sviluppato anche altri progetti. In sostanza noi abbiamo brevettato il concetto di integrazione di un circuito elettronico in un occhiale. E ora che si stanno sviluppando vari occhiali tecnologici abbiamo l’opportunità di interagire con diversi player. È da capire come gestire la proprietà intellettuale. Il nostro interesse è quello di creare opportunità di collaborazione con altre aziende e il brevetto ci apre la porta a vari tavoli di negoziato».

– Ci sono altre ricadute?

«Sulla base di quel brevetto abbiamo dato vita ad altri progetti per i quali abbiamo anche ottenuto dei finanziamenti, dei cofinanziamenti dalla Regione Liguria. Un progetto si chiama Neuroglass dove ha partecipato l’Università di Genova con diversi dipartimenti di Neurologia, quindi la Clinica neurologica, poi il dipartimento di Ingegneria delle telecomunicazioni con il professor Lavagetto e il dipartimento di Ingegneria meccanica. Abbiamo progettato un occhiale, sulla base di questo brevetto, che integra un’elettronica che permette il monitoraggio di alcuni parametri biomedici per valutare lo stato di salute di una persona con una patologia neurodegenerativa. L’esperienza fatta, bellissima, con l’Università di Genova e altri partner industriali, ci ha permesso poi di realizzare un ulteriore progetto che adesso è in corso, è iniziato a gennaio, con i partner di ricerca e i dipartimenti industriali stiamo sviluppando un occhiale che ci permetterà di valutare fondamentalmente la stabilità di una persona. Quindi ci stiamo concentrando sulla persona anziana, dove il rischio di caduta aumenta in modo molto significativo. Il rischio di caduta comporta nella peggiore delle ipotesi la rottura del femore e un dramma immenso per la persona, per la sua famiglia e per la società intera».

– Avete un vostro laboratorio?

«Abbiamo un nostro laboratorio dove ci occupiamo del controllo qualità di tutte le materie prime e del prodotto finito e gestiamo l’ultimissima parte della produzione, l’assemblaggio delle lenti sull’occhiale. Mentre la produzione delle montature e la produzione delle lenti è terziarizzata, la affidiamo a partner industriali che sviluppano e producono le lenti secondo la nostra richiesta. Abbiamo diversi fornitori in varie aree».

– Quante persone lavorano per voi in tutto?

«Siamo 11».

– In laboratorio quanti lavorano?

«In laboratorio abbiamo tre persone. Due giovani donne  che provengono dall’Istituto Meucci, che forma ottici a Genova. Collaboriamo con l’istituto, lo supportiamo con l’alternanza scuola-lavoro, poi nei casi in cui c’è interesse ampliamo la collaborazione con la persona per fare il tirocinio. Le due ragazze assunte a tempo indeterminato hanno fatto tutto questo percorso».

– Ingrandendovi assumerete altre persone?

«Sì».

– Oltre agli ottici avete ingegneri?

«Abbiamo assunto di recente un ingegnere biomedico che si occupa della ricerca e di coordinare tutto il lavoro di disseminazione dei risultati scientifici che produciamo, perché poi ci interessa anche far parte del mondo della letteratura scientifica».

– Come gestite il vostro business?

«Attraverso dei centri ottici, dei negozi di ottica. Ci siamo resi conto che per essere efficaci è fondamentale che gli ottici siano molto ben formati, che in questi centri lavorino dei professionisti che conoscano perfettamente i nostri protocolli, perché noi oltre al prodotto, abbiamo definito dei protocolli. Gli ottici frequentano un corso e devono superare l’esame di Stato. Sono interlocutori potenzialmente buoni, ma per poter gestire il tipo di soluzioni che proponiamo hanno bisogno di una formazione dedicata e quindi noi ci siamo strutturati per fornire questa formazione».

– Organizzate dei corsi?

«Abbiamo all’interno un’accademia che forma gli ottici. Oggi il nostro modello di business prevede l’ingresso in accademia da parte dell’ottico, che fa un percorso di formazione di 10 mesi dove c’è sia la parte tecnica, scientifica, quindi con oculisti e ortotisti come insegnanti ma diamo anche molto peso alla parte di formazione di quello che chiamiamo le soft skills, le capacità relazionali, perché sono fondamentali: abbiamo a che fare con persone che vivono in uno stato di fragilità. Non si tratta di vendere un occhiale piuttosto che un altro, si tratta di accogliere le persone, fare comprendere loro che esistono soluzioni alla loro patologia e avviare un percorso di miglioramento. Teniamo presente che se l’ipovisione rappresenta la perdita delle abilità legate alla vista, noi parlando di fragilità parliamo di una persona che ancora è nel pieno della propria vita per la quale si può intervenire in anticipo grazie alla collaborazione tra le diverse figure professionali che vivono questo mondo. Primo fra tutti il medico oculista, poi l’ortotista e poi l’ottico optometrista».

– Gli ottici così formati dove lavorano?

«Nei “Centri di vista fragile” – marchio registrato – gli ottici formati da noi con il corso che dura dieci mesi sono tenuti tenuti a seguire i nostri protocolli e offrono alle persone soluzioni che migliorano la loro vita. E centrale è la loro collaborazione col medico, ovviamente».

– Dipendono da voi?

«No. Sono centri ottici indipendenti che hanno visto l’importanza di specializzarsi in questo settore. Quindi vendono anche occhiali tradizionali».

– Fonda è una società benefit. Che cosa significa?

«La società benefit integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera. È una cosa a cui abbiamo sempre creduto, perché abbiamo compreso che il bello del nostro lavoro è che ogni euro che guadagniamo rappresenta un beneficio prodotto in una persona e abbiamo voluto essere in grado di misurare questo beneficio. Quindi abbiamo scelto di diventare società benefit. I macrobiettivi erano tre. Primo, il benessere delle persone che usano il nostro prodotto e dei loro familiari. Secondo, diffondere e divulgare la cultura della vista fragile e quindi della prevenzione funzionale, e terzo ovviamente, continuare a sviluppare tecnologia. Per misurare l’impatto del nostro lavoro avevamo di bisogno di indicatori oggettivi. Allora abbiamo creato una collaborazione con una società specializzata con la quale stiamo sviluppando un software che metterà insieme tutti questi dati e ci produrrà quello che si chiama, non il return of investment, cioè il roi, ma è lo sroi, ovvero il social return of investment. Lo sroi traduce indicatori non economici in indicatori economici, cioè in euro. Sarà interessante vedere quanti euro di beneficio sociale ha prodotto un occhiale. Bisogna tenere presente che la persona che si rende autonoma non ha più bisogno di impegnare dei familiari che lo aiutino, può farsi la spesa, riduce lo stato di ansia e quindi riduce il consumo di farmaci, eccetera. Esiste un algoritmo che permette di fare questo tipo di calcolo».

– Quando avrete i primi risultati?

«Siamo diventati società benefit a novembre, quindi il primo rapporto con degli indicatori sarà tra un anno».

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