Brambilla (Deloitte): «Trasferiamo in Liguria competenze del nostro network mondiale»

«La crescita culturale valorizza i territori»

Brambilla (Deloitte): «Trasferiamo in Liguria competenze del nostro network mondiale»

Guardare ai territori locali in un’ottica globale, concentrando di volta in volta su singole realtà esperienze e competenze maturate in oltre 150 Paesi in tutto il mondo, con una strategia di sviluppo dell’azienda imperniata sulla crescita professionale e umana delle persone che vi lavorano e su un’attenzione profonda al mondo culturale, inteso nella più ampia accezione della parola, e agli aspetti sociali del territorio. È la strategia adottata da Valeria Brambilla, che come amministratore delegato di Deloitte Italia – è entrata in carica nel giugno scorso – guida la squadra dell’Audit&Assurance di Deloitte nel nostro Paese e ancora prima che l’attuale normativa sulla sostenibilità entrasse in vigore aveva creato un team dedicato a questa tematica.

Diretta dal partner Eugenio Puddu, in Liguria Deloitte sta crescendo secondo le linee strategiche di Brambilla. Le persone che lavorano nel gruppo a Genova – dato del 31 marzo 2024 – sono 76. Altre assunzioni sono programmate a breve termine. La proporzione tra donne e uomini è di circa metà e metà. Nel 2023 Deloitte a Genova ha erogato 3.500 ore di formazione, inoltre collabora con l’Università partecipando al Career Day e, con i suoi professionisti, tenendo lezioni in aula nei corsi di Management e di Amministrazione, Finanza e Controllo. Il team guidato da Puddu ha partecipato all’organizzazione di diversi eventi culturali, tra cui alcune mostre d’arte, aprendo i suoi uffici al pubblico per visite su appuntamento. E dalla fine del 2015 ha avviato il progetto Why Liguria, una serie di pubblicazioni ed eventi che evidenziano “il bello e il buono della Liguria”, cioè potenzialità e vantaggi competitivi della regione

Why Liguria ha avuto un impatto sull’autoconsapevolezza del tessuto imprenditoriale ligure grazie anche alla continuità con cui ne ha seguito lo sviluppo: dalle ricerche condotte dal suo gruppo di lavoro  è emerso uno spirito imprenditoriale ligure forgiato con valori ispirati alla qualità, all’affidabilità, all’arte di saper fare. Ricerca di nuovi mercati, priorità di uno sviluppo sostenibile, attuazione del passaggio generazionale sono risultate al centro delle attenzioni degli imprenditori del territorio.

Nel marzo 2018 il team dedicato al progetto Why Liguria, coordinato da Francesca Tognetti, senior manager Deloitte Sustainability, ha realizzato il primo Osservatorio Deloitte, volto a studiare il tessuto economico ligure attraverso l’analisi dell’andamento di circa 4 mila aziende nel periodo 2012-2016. Poi è esplosa la pandemia e Deloitte ha effettuato una survey, in collaborazione con Liguria Business Journal, nei giorni in cui si profilava la fine del lockdown, da cui è emersa la resilienza delle aziende liguri e contestualmente, con il suo Osservatorio, ha pubblicato uno studio in cui 4 mila aziende vengono monitorate nel periodo 2017 – 2021. Cinque anni, come nell’analisi precedente: nel complesso dieci anni di studi, tradotti in pubblicazioni e convegni, che consentono di stabilizzare fenomeni non ricorrenti e fenomeni accaduti in un arco temporale specifico, come la pandemia e i relativi lockdown. Dieci anni in cui Deloitte ha aiutato gli imprenditori liguri a conoscere meglio se stessi e il contesto in cui operano, e a sua volta è entrata in profondità nel territorio: la crescita culturale ha sostenuto la crescita del business.

Valeria Brambilla

Valeria Brambilla ci illustra la sua strategia e come questa si applica al territorio ligure.

– Nella sua strategia uno dei concetti fondamentali è la crescita del business attraverso la qualità. Quanto investite in formazione a Genova?

«Le ore di formazione erogate in Liguria nel 2023 sono state circa 3.500 ma il concetto di qualità a me molto caro non riguarda solo la qualità tecnico-professionale, che comunque al giorno d’oggi, data la complessità del contesto, diventa molto impegnativa da garantire. Regolamentazione e geopolitica richiedono una competenza tecnico-professionale delle persone molto elevata. A questa però a me piace aggiungere quello che chiamiamo la cultura della qualità nelle persone. Qualcosa di ben più esteso della qualità tecnico-professionale. Qualcosa che implica caratteristiche di passione, di entusiasmo nel lavorare assieme giorno per giorno in cose grandi e anche in cose piccole, semplici. Cercare di trasferire la cultura della qualità è uno dei nostri obiettivi. E il trasferimento avviene anche attraverso la conoscenza e la valorizzazione dei territori».

– L‘Italia si distingue per la varietà e la vitalità delle sue culture locali...

«In Italia la cultura passa proprio dai territori. Siamo in un paese in cui la cultura nasce da territori. Quindi valorizzare i territori significa anche accrescere la cultura di chi vi opera».

– E come lo fate?

«Parlavo di trasferire la cultura della qualità: noi siamo in grado di trasferire qui metodi e procedure sperimentati e applicati, per esempio a New York, a Londra o a Milano. Lo facciamo da sempre ma questa attività ha ricevuto impulso nel post pandemia. La digitalizzazione, la connessione, il fatto che possiamo essere connessi in tutto il mondo senza la presenza fisica ci offre molta più possibilità, rispetto al periodo pre Covid, di poter vivere esperienze altamente qualificanti dal punto di vista professionale anche nei territori. È il concetto di local. Operiamo su scala globale ma con un’attenzione locale. Questo valore aggiunto che viene dal vedere come certe tematiche sono affrontate in tutto il mondo è quello che in inglese chiamano benchmark. Abbiamo la possibilità di vagliare tante esperienze e poter portare in un determinato contesto le migliori, o le più adatte perché non c’è mai un meglio assoluto».

Quindi il Covid ha intensificato questa interscambiabilità?

«Il Covid, è ovvio, è stato molto negativo, ma ci ha spinto a creare dei team internazionali senza spostare le persone, perché ormai abbiamo tutti gli strumenti digitali necessari, quindi molti tavoli di lavoro li formiamo tramite le videocall. Il contatto personale resta fondamentale, però si può limitare, non è più come una volta che uno per fare un’esperienza all’estero doveva per forza andare in un altro paese. Si può sicuramente anche restare in Italia, restare in un territorio, ridurre il numero di viaggi, di meeting. Questo ha favorito molto l’internazionalizzazione, la creazione di team internazionali».

– Quali sono i parametri validi in ogni contesto territoriale?

«Noi ci occupiamo soprattutto di revisione contabile e poi di consulenza contabile. Questa resta un’attività ad alto valore sociale. Perché? Perché facendola bene si offrono garanzie al mercato, si consente al mercato di valutare le imprese e prendere decisioni. Credo che questo sia un ruolo sociale enorme, che a volte non viene valutato come dovrebbe. Però è fondamentale. E questo ruolo noi lo svolgiamo utilizzando ovunque gli stessi metodi, le stesse procedure, la stessa tecnologia, perché usiamo la stessa piattaforma tecnologica, identica in tutto il mondo. Poi sta a noi adeguare le procedure, la metodologia, alla realtà in cui ci troviamo. Però il fatto di avere una base univoca, uguale in tutto il mondo, da un lato fa vivere alle persone le stesse esperienze, dall’altro consente alle imprese di ricevere un servizio sempre altamente qualificato, molto simile a quello che riceverebbe in ogni altra parte del mondo».

– Quali sono le ricadute di Liguria, di questa visione?

«La nostra linea è quella di cercare di avere un gruppo di persone, che adesso in Liguria è già molto esteso, quasi tutte del territorio. Persone che in certi casi hanno fatto esperienze fuori dal territorio ligure, ma vi sono ritornate. Perché vogliamo servire le imprese del territorio nel territorio: c’è molta differenza tra offrire servizi alle imprese liguri stando a Milano rispetto ad avere un ufficio a Genova. Dall’altra i nostri giovani che rimanendo sul territorio, in questo caso la Liguria, ricevono competenze da tutto il mondo vengono assolutamente arricchite, si costruiscono una carriera professionale restando nella loro città.

– Ci sono peculiarità della Liguria?

«La peculiarità più evidente è che si tratta di un contesto economico fatto di alcune grandi imprese d’eccellenza e di numerose pmi. Quando parliamo di grandi imprese a Genova si pensa al mondo portuale e a un’imprenditorialità che si tramanda storicamente anche in altri settori, come l’alimentare e l’energia. Ma esistono anche start up che arrivano a quotarsi in Borsa con la nostra consulenza – Genova ne conta diverse arrivate a Piazza Affari di recente – e questo è un ruolo che ci piace avere».

– Nella crescita delle startup dovrebbero intervenire anche i fondi, come vedete il loro ruolo in Liguria?

«I fondi intervengono come finanziatori, il nostro ruolo è quello di accompagnare come consulenti l’imprenditore, l’ideatore, aiutandolo nello strutturare l’azienda per farla diventare una grande impresa.

– La Liguria è una delle regioni in cui i fondi effettuano meno operazioni. Eppure ha un tessuto economico in cui non mancano le aziende piccolo-medie che potrebbero giovarsi dell’intervento di un fondo. A che cosa si deve questo fenomeno?

«Probabilmente, l’apertura al fondo, vista come una modalità di finanziamento meno tradizionale, può spaventare proprio perché meno nota».

– Come si può superare questa forma di arretratezza?

«Come dicevo, è fondamentale lo scambio delle conoscenze, che oggi è facilitato dalla digitalizzazione. Chi ha possibilità di interscambio con altri contesti, in Liguria come in ogni altra regione, può cogliere meglio le nuove opportunità, perché le conosce e ne è meno spaventato rispetto a chi resta chiuso nel suo contesto».

– Abbiamo parlato di valorizzazione dei territori attraverso il trasferimento di conoscenze dal network Deloitte ai professionisti locali. C’è anche un vostro apporto diretto alle realtà del territorio?

«Le nostre relazioni con l’università, in Liguria come altrove, sono molteplici sia nelle docenze sia per quanto riguarda gli sbocchi professionali dei giovani. Io tengo molto al comparto dell’università. Siamo nei comitati di indirizzo per aiutare gli atenei a capire quelle che sono le materie più richieste dal mondo del lavoro. Vivendo tra le imprese, riusciamo a fare sapere al mondo degli studi quali sono le competenze più richieste, favoriamo il dialogo tra l’università e l’impresa, e tra la domanda e l’offerta di lavoro. Poi non nego che noi siamo forse tra quelli che più di tutti assumono neolaureati».

– È importante per voi il training post universitario?

«È un grosso investimento, rappresenta uno dei nostri maggiori impegni, del resto noi viviamo di persone, la differenza della nostra impresa rispetto ad altre la fanno le persone. Parlavamo di qualità: per noi, la qualità nasce da un grandissimo programma di formazione delle persone. Che avviene in due modi, uno tramite la formazione classica, corsi in aula, corsi online, master e quant’altro, l’altro è quello che chiamiamo il training on the job, cioè il formare, affiancare un giovane e insegnargli giorno per giorno il mestiere. Questa forma è costosa perché a chi è esperto avere un un ragazzo o una ragazza al fianco causa un po’ di inefficienza, fa un po’ perdere tempo, però noi imponiamo ai nostri team esperti di avere sempre al loro interno persone giovani che pian piano devono assumersi i loro compiti, svolgere la loro attività: qualcuno gliela rivede e fa notare loro gli errori. Questo percorso è quello che in assoluto valorizza maggiormente la formazione professionale dei nostri dipendenti. Ed è anche quello che apprezzano di più i ragazzi. Apprezzano la formazione teorica, ma soprattutto il fatto di avere un senior al loro fianco che li controlla, assegna i compiti, stabilisce i tempi, spiega dove hanno sbagliato».

– A parte i titoli di studio, per l’assunzione del personale quali sono i requisiti più importanti per Deloitte?

«Professionalità, competenza, serietà, intraprendenza, voglia di migliorare giorno dopo giorno».

– In Liguria contribuite anche in altri modi crescita culturale del territorio?

«Questi giovani su cui investiamo e che arricchiamo sul piano professionale e culturale restano sul territorio. Teniamo presente che solo l’anno scorso in Liguria ne abbiamo assunto una quarantina e altre assunzioni sono in programma. E il nostro forte impegno nelle tematiche Esg ha una valenza non solo professionale ma anche culturale. Ma sono importanti anche le partecipazioni di Deloitte a mostre e altri eventi culturali. Un caso di successo è il progetto Why Liguria, che dal 2015 a oggi ha generato una decina tra pubblicazioni ed eventi di grande impatto sul territorio. Un impatto che si è tradotto in termini di business e di crescita culturale».

 

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