“Il grido di Pan” di Matteo Nucci

Pubblicato da Einaudi

“Pan non è affatto morto. O meglio, è morto prima di morire. Proprio come Dioniso. È morto per rinascere. E infatti il dio caprino grida ancora. È un grido che getta nel panico chi alle sue leggi si ribella. Si salva solo chi ritrova il respiro, abbandonandosi al respiro animale della terra” (pag. 156). Così Matteo Nucci nel “Grido di Pan” (Einaudi) conclude la sua riflessione su ciò che ci rende quello che siamo.

Il punto di partenza è “la meraviglia”. È lo stato d’animo tipico del filosofo: “Non esiste altra origine della filosofia se non questa”, Platone fa dire a Socrate nel Teeteto. Passo ripreso da Aristotele dove spiega che gli uomini hanno cominciato a filosofare indagando i fenomeni naturali e domandandosi quale fosse “la genesi del tutto”.

Meravigliarsi, precisa Nucci, traduce il verbo thaumazein, e il termine thauma indica una cosa meravigliosa nel senso di portentosa, sconcertante. Gli uomini “furono sconvolti da fenomeni naturali di cui era impossibile conoscere la causa, e da manifestazioni del sacro interiori e esteriori cui potevano guardare solo con terrore e venerazione. Ma lo stesso accade oggi a chi si interroghi sul significato del nostro venire al mondo per poi morire, questione decisiva sempre, che non ha risposte e spinge tuttavia a cercarne, a volte con sconcerto, a volte con fiducia che suscita il desiderio di conoscere” (pag. 9).

A ricordarci quale sfida dobbiamo accettare per non dimenticare la nostra vera natura sono i sapienti detti “presocratici”. Volutamente oscuri, enigmatici. Perché volutamente oscuri? Perché con i loro versi non hanno voluto chiarire ma curare. Se vogliamo curare la nostra anima dobbiamo essere noi ad accettare la nostra natura di animali mortali. Per aiutarci i sapienti quindi non ci hanno fornito precetti ma indicazioni sulla via da percorrere. Con la loro oscurità dobbiamo confrontarci per capire la potenza e la debolezza del logos, lo strumento che ci permette di indagare sui misteri che suscitano la nostra meraviglia ma ci allontana dalla nostra animalità.

Sarà la riflessione ispirata da questi sapienti e dai miti in cui umano e animale s’intrecciano in creature fantastiche – dal Minotauro alla Sfinge – nel corso dei secoli fino a scrittori e poeti di oggi come Dürrenmatt, Hemingway, Kavafis e García Lorca, che potremo guardare in modo nuovo temi e storie tanto famosi quanto banalizzati nel sapere comune, in una ricerca che non ha fine ma da cui non possiamo prescindere, pena la rinuncia alla nostra umanità.

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