“La guerra promessa. La contesa di Taiwan e il Grande Gioco dell’Indo-Pacifico” di Taino

Edito da Solferino

Uno dei motivi per cui i paesi europei e gli Usa, e in genere la comunità internazionale democratica, devono sostenere l’Ucraina con ogni mezzo, e fare in modo che la Russia sia sconfitta o in ogni caso paghi il prezzo più alto possibile per l’invasione, è che i cinesi ci osservano: nazionalisti, autoritari, indifferenti ai valori democratici e ai diritti individuali, i dirigenti della Repubblica popolare cinese non sono però inclini all’avventurismo come a suo tempo Hitler e Mussolini: se necessario sanno aspettare. Rimandare, rimandare a tempo indefinito: è questa la speranza che rimane dopo avere letto “La guerra promessa. La contesa di Taiwan e il Grande Gioco dell’Indo-Pacifico” di Danilo Taino (ed. Solferino).

Xi Jinping ha fatto togliere dalla costituzione il limite dei due mandati ed è stato riconfermato segretario per un terzo quinquennio dal XXX Congresso del Partito comunista nel 2022 e presidente della Repubblica nella primavera del 2023. Farà quanti mandati da segretario e presidente la salute gli permetterà di fare. Quindi è difficile che possa, come i suoi predecessori, lasciare la questione di Taiwan a un successore. E poiché ha dichiarato, in sede ufficiale e più volte, che intende annettere l’isola in tempi non lunghi, non farlo sarebbe per lui uno smacco umiliante. Potrebbe frenarlo, e fare guadagnare tempo a chi ha a cuore la libertà di Taiwan, soltanto una dimostrazione di forza dell’Europa, del Regno unito e degli Usa nel conflitto russo-ucraino, e una salda e determinata alleanza dei britannici e degli americani con Australia, Giappone e India.

Il libro di Taino ha il merito di farci conoscere la storia, l’evoluzione politica, il profilo economico-sociale e il ruolo strategico di Taiwan, questa isola che tanti nominano e che pochi in realtà conoscono. E ci spiega che “Se la Cina Rossa dovesse conquistare l’isola con la coercizione, la débâcle per gli Stati Uniti sarebbe enorme, il loro sistema di sicurezza globale inizierebbe a perdere pezzi prima nel Pacifico, poi nell’Oceano Indiano e infine a livello globale. I presidenti americani sanno che su Taiwan si gioca una partita che probabilmente cambierà il mondo”.

Un altro motivo di speranza per i 23,5 milioni di abitanti dell’isola che non desiderano affatto essere governati da Pechino (più del 70% dei taiwanesi, secondo quanto riporta Taino in base ai sondaggi, è pronta a combattere in caso di invasione cinese) e per chi non auspica la leadership mondiale della Cina  è il fatto che Taiwan ha un’importanza strategica per l’economia globale: produce il 63% del mercato dei semiconduttori e il 92% di quelli più sofisticati. Un blocco aereo e marittimo intorno all’isola o la sua devastazione metterebbero in ginocchio l’economia mondiale, compresa quella cinese. Però, scrive Taino, “l’ex luogotenente generale dei marine americani Wallace Gregson ha sostenuto che la fortezza di silicio è utile alla sicurezza di Taiwan ma è discutibile che possa evitare un conflitto una volta che ‘i cani della guerra sono lasciati liberi’. E in certi casi i cani della guerra prevalgono sulla razionalità degli interessi”.

Anche in Cina, come in Russia, esistono i supernazionalisti: “se – si legge in La guerra promessa – un giorno, una forte ondata nazionalista chiedesse, per una ragione o per l’altra, di attaccare Taiwan, come si comporterebbe il regime comunista? (…) Potrebbero il Pcc e il governo reprimere movimenti da loro stessi creati e alimentati?”

In questo caso il mondo dovrebbe scegliere tra la fine dell’egemonia Usa nell’Indo-Pacifico con il successivo caos politico, una corsa all’armamento nucleare e infine l’egemonia cinese nell’Eurasia centrale con conseguenze anche in Europa, oppure uno scontro con i “cani della guerra”. Che potrebbero anche essere bastonati e rimandati a cuccia ma a un prezzo carissimo per tutti.

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