Donne, in Liguria contratti precari +18,5% e stipendi inferiori agli uomini di oltre 10 mila euro

Aumentano le donne dimissionarie: le cause legate soprattutto alle scarse prospettive di crescita all'interno del contesto lavorativo

Aumentano le donne precarie in Liguria. Nel 2022, dall’analisi dell’Osservatorio del Precariato dell’Inps, risulta che le donne assunte con contratti non a tempo indeterminato sono aumentate sensibilmente passando da 53 mila nel 2021 a 65 mila nel 2022. Le assunzioni a tempo indeterminato sono passate da 6 mila a 7 mila. Si è registrato, invece, un boom di assunzioni a tempo determinato passate da 22 mila a 28 mila.

«Bisogna vincolare le assunzioni a forme contrattuali non precarie, garantendo la parità salariale con gli uomini − dichiara Luca Maestripieri, segretario generale Cisl Liguria −. Il lavoro femminile deve essere messo al centro di un’efficace azione pubblica, mentre invece da troppo tempo il lavoro per le donne è disincentivato e svilito. Proprio questo è uno dei motivi di arretratezza del nostro paese».

Secondo i numeri elaborati da Marco De Silva, responsabile dell’Ufficio Economico Cgil Genova e Liguria, su dati Inps nel 2022 le lavoratrici liguri hanno guadagnato oltre 10 mila euro in meno rispetto agli uomini: il reddito medio di un lavoratore maschio è pari a 25.799,79 euro contro i 15.569,70 euro di quello di una donna con una differenza percentuale del 39,7%.

Le donne italiane non vogliono solo uno stipendio più alto, vogliono prospettive di crescita lavorativa, flessibilità e un migliore equilibrio psicofisico. Rispetto ai loro colleghi uomini, poi, sono meno soddisfatte del proprio impiego.

L’ultima indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, dal titolo “Il lavoro femminile tra soddisfazione, criticità e voglia di cambiamento”, effettuata su un campione di 1.000 occupati, analizza un fenomeno inedito che vede protagoniste, per la prima volta, le donne.

Secondo l’Inps nei primi nove mesi del 2022 sono state 2 milioni 616 mila le assunzioni femminili, una cifra record; allo stesso tempo, però, oltre 642 mila hanno deciso di lasciare volontariamente il proprio impiego, perlopiù a tempo indeterminato.

Dopo aver elaborato questi dati, la ricerca traccia un identikit delle dimissionarie in termini geografici, professionali e anagrafici e dimostra come le donne, più degli uomini, stiano interpretando le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, portando una visione più dinamica.

A partire dalle cause della loro insoddisfazione, legate più a scarse prospettive di crescita all’interno del contesto lavorativo attuale che alla retribuzione. Il 32% di quelle che hanno lasciato un’occupazione ha meno di 30 anni, quasi la metà (49,2%) tra i 30 e i 50 anni. Oltre un terzo (38,6%) era occupata nel commercio e nelle attività turistiche (38,6%), seguono le attività professionali, scientifiche e tecniche (23,3%). A livello geografico, il Nord Ovest ha contribuito al 34,6% delle dimissioni volontarie.

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