Peste suina, Cia Liguria e Piemonte: “L’immobilismo politico ci sta distruggendo, serve l’esercito”

Gli animalisti contano più degli agricoltori? Sembra proprio di sì

«Immaginate il Mercato orientale di Genova e un branco di cinghiali che entra come se niente fosse e fa razzia di tutto ciò che è esposto. Forse allora si capirebbe meglio la nostra situazione». Le parole di Gabriele Carenini, presidente di Cia Piemonte, fanno il quadro di quello che succede al cibo prodotto dagli agricoltori in tutte le stagioni: nell’alessandrino per esempio è ormai quasi impossibile seminare un campo di svariati ettari di mais senza doverlo rifare almeno una, due o tre volte, perché in una notte gli ungulati banchettano distruggendo il lavoro appena fatto. La beffa? Il risarcimento è solo uno e contenuto perché potrebbe essere scambiato come aiuto di Stato. Sono chiari i rappresentanti della Cia Liguria e Piemonte durante la conferenza stampa in cui chiedono alla politica di fare qualcosa di concreto per affrontare la peste suina. Perché l’impressione è che, stando così le cose, la categoria degli animalisti sia più importante di quella degli agricoltori, per la politica.

I rappresentanti di Cia Liguria e Piemonte

Il settore primario delle due regioni, quello che produce gli alimenti base e considerati importantissimi soprattutto da chi si professa vegetariano o vegano, è in ginocchio a causa della fauna selvatica (non solo i cinghiali): caprioli, corvi, nutrie, gamberi rossi della Louisiana proliferano e non solo stanno devastando la biodiversità, ma mettono a repentaglio l’economia e le attività di migliaia di persone. L’agricoltura e l’allevamento suinicolo sono in crisi, lo sostengono i rappresentanti di Cia, a causa della mancanza di volontà politica nell’affrontare la situazione e di una burocrazia «che rende più facile alzare una tassa che abbattere un cinghiale in zona rossa».

La peste suina ha amplificato una situazione già difficile in partenza, ma ora, a farne le spese, sono i maiali, sani, abbattuti (i risarcimenti devono ancora arrivare) le aziende che li allevavano e anche le attività agrituristiche che vedono i loro prodotti agricoli distrutti dalle bestie e rischiano di dover chiudere perché non arriverebbero al 40% obbligatorio di prodotto aziendale da trasformare per essere considerati agriturismo, appunto.

«A un anno dai primi casi stiamo denunciando una situazione difficile e complicata, non si è fatto nulla purtroppo – conferma Stefano Roggerone, presidente Cia Liguria – il commissario straordinario ha troppi pochi poteri. Probabilmente in tanti pensavano che la peste potesse terminare da sola, con un po’ di fortuna. Invece gli ultimi casi dimostrano che c’è ancora e si sta espandendo».

Il 7 gennaio 2022 viene rilevato il primo caso di peste suina africana (psa) a Ovada. Un anno dopo – con 86 casi Liguria e 150 in Piemonte su un totale di 284 accertati in tutta Italia – la situazione viene definita «un pantano» dai rappresentanti degli agricoltori: nella stagione 2022/2023 i piani Priu regionali prevedono che vengano abbattuti 50 mila cinghiali in Piemonte e 38.000 in Liguria. «In realtà siamo a un terzo di quella cifra in Liguria con 10.648 abbattimenti e a un quinto in Piemonte con 9004 – afferma Roggerone, che aggiunge – nella zona rossa, poi sono inesistenti a causa dell’eccessiva burocrazia che vincola i cacciatori dopo l’abbattimento. Così gli animali si riprodurranno e avremo situazioni davvero complicate». Nella zona rossa sono stati sinora abbattuti solo 98 capi, in Liguria e 346 in Piemonte.

Tenuto conto che ogni anno una scrofa fa due cucciolate da 7 massimo 12 nuovi nati ogni volta, la lotta è impari. «La peste è arrivata a causa del sovrappopolamento perché le stime passate sugli abbattimenti si sono rivelate errate», sostiene Roggerone. Il numero totale (sottostimato) dei cinghiali è di 104.816 in Piemonte, in Liguria tra i 35.000 e i 56.000: due dati a dir poco sorprendenti per l’inusuale precisione da una parte e per la “forchetta” amplissima dall’altra.
Nel frattempo, però, in Liguria sono stati abbattuti 286 maiali sani, 6.500 in Piemonte. «Le aziende non stanno lavorando e non hanno ricevuto rimborsi – sottolinea il presidente di Cia Liguria – e soprattutto non si sa quando queste attività potranno riprendere a lavorare».

La recinzione bypassata senza problemi

Sotto accusa anche la decisione di installare una recinzione che, a giudicare dalle foto fornite dalla Cia stessa, è risultata inutile: «Uno spreco di denari pubblici. L’abbiamo sempre detto che non sarebbe servita a nulla. I cinghiali passano come se non ci fosse. A oggi, tra l’altro non è completa. Hanno speso otto milioni e ne spenderemo altrettanti il giorno che la andremo a togliere, visto che ha un certo impatto ambientale». Sinora sono stati completati 105 Km sui 170 previsti. Secondo il rappresentante di Cia Piemonte la politica non si sta prendendo la responsabilità di dire che l’epidemia si può contenere solo tramite gli abbattimenti. «È crudo, ma è così. Si tratta di un’emergenza nazionale, tutto il paese è coinvolto. Ci vorrebbe l’esercito come hanno fatto in altre nazioni europee e in pochi mesi hanno debellato il problema».
Dalle parole dei rappresentanti della Cia emerge tutta la frustrazione e la rabbia di un settore che «per anni ha lavorato anche per creare turismo, posti di lavoro e agricoltura con nicchie di eccellenza – dice Carenini – speravamo fosse almeno un’occasione per tornare a gestire la fauna selvatica. Non accaduto, ma il rischio ora è di disintegrare la suinicoltura italiana».

È un problema agricolo, ma non solo, anche di protezione civile: gli incidenti ad auto, moto e biciclette che derivano da un impatto con un ungulato sono in costante aumento.

Daniela Ferrando, presidente Cia Alessandria racconta: «Ogni giorno arrivano testimonianze drammatiche: un’azienda nella zona rossa che ha una stalla con bovini, carne venduta attraverso lo spaccio aziendale e coltivazioni di mais è disperata perché i cinghiali razziano sui campi della semina e non potevano essere abbattuti perché il regolamento prevedeva solo l’incolumità pubblica come motivazione. Chi invece lavora nella cosiddetta zona di rispetto deve seguire un protocollo sanitario di biosicurezza quasi folle. Persino la rete antipassero hanno dovuto installare, oltre che vasche di contenimento e alla fine si sono arresi. L’allevamento ha chiuso perdendo anche il lavoro di selezione genetica».

Federica Crotti, presidente provinciale Cia Liguria di Levante evidenzia il problema per gli agriturismi: «Il regolamento definisce una percentuale del 40% di prodotto proprio aziendale che deve essere trasformato. Facciamo fatica ad arrivarci perché le coltivazioni sono distrutte dai cinghiali. Alcuni devono sospendere l’attività perché manca il prodotto. La lezione è che il medico pietoso fa il malato morto».

Quali però le soluzioni secondo la Cia? Rimborsi immediati per gli allevatori e certezza su quando si potranno riprendere le attività di allevamento sospese, nuove risorse per coprire i danni subiti dagli agricoltori e gli oneri per i piani di abbattimento, certezza su numero e tempistica degli abbattimenti dentro e fuori la zona rossa (compreso eventuali sistemi incentivanti), chiarimento definitivo dei poteri del commissario, revisione delle legge nazionale 157/92 sulla protezione della fauna selvatica, adozione del “modello Umbria” che ha liberalizzato l’utilizzo delle gabbie di cattura nelle aziende, anche se in Liguria ce ne sono solo 12: si tratta di un sistema che obbliga chi le adotta a segnalarne la presenza nonché la cattura del cinghiale. E che ha dimostrato un’ottima percentuale di successo. «Anche i recinti di cattura sono un interessante soluzione», spiega Roggerone.

Gli animalisti contano più degli agricoltori? Sembra proprio di sì e tra gli agricoltori in primis c’è molta amarezza: «Siamo i primi a foraggiare la fauna selvatica, lo facciamo da quando esiste il pianeta, è naturale, ma qui ora stiamo parlando della sostenibilità economica delle nostre aziende, parliamo di razzie di branchi che i lupi non osano più cacciare, ettari di terreno mangiati in una notte. L’equilibrio naturale deve essere rimesso in ordine, vogliamo tornare a lavorare» afferma Carenini.

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