Il San Martino partecipa allo studio clinico su dieta e Alzheimer dell’Università di Los Angeles

Lo studio Usa ha mostrato che brevi cicli di una dieta ipocalorica contrastano il morbo di Alzheimer: a Genova lo studio clinico di fase 1

Il San Martino partecipa allo studio clinico su dieta e Alzheimer dell’Università di Los Angeles

Uno studio congiunto tra l’Università di Los Angeles, il policlinico San Martino di Genova e l’Ospedale di Perugia sembra mostrare che brevi cicli di una particolare dieta ipocalorica possa contrastare il morbo di Alzheimer.

La ricerca è stata condotta dalla University of Southern California e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Cell Reports il 27 settembre scorso. I ricercatori hanno scoperto che i topi che avevano seguito diversi cicli di una dieta mima-digiuno mostravano livelli più bassi di due principali segni distintivi della malattia, che l’infiammazione cerebrale diminuiva e che miglioravano le prestazioni nei test cognitivi rispetto ai topi alimentati con una dieta standard. Lo studio ha indicato specificamente il “superossido” del radicale libero come il principale responsabile del danno che si verifica con il morbo di Alzheimer.

Per validare i risultati della ricerca di base è stato dato avvio a uno studio clinico con 40 pazienti che ha coinvolto ricercatori italiani dell’Unità operativa di Geriatria del Policlinico San Martino di Genova e dell’Ospedale di Perugia. Si tratta di uno studio clinico di fase 1 sulla dieta che imita il digiuno in pazienti con diagnosi di decadimento cognitivo lieve o morbo di Alzheimer lieve.

«Lo studio clinico è attualmente attivo e non ancora concluso – racconta Angelica Persia, biologa nutrizionista e responsabile della parte nutrizionale degli studi clinici sulla dieta mima-digiuno attivi presso l’Ospedale San Martino di Genova – ma, analizzando i dati ad oggi disponibili, possiamo dire che gli eventi avversi registrati sono di lieve o di moderata intensità e che l’aderenza alla dieta è piuttosto soddisfacente. Bisogna tenere a mente che si tratta di pazienti anziani con radicate abitudini alimentari in cui l’introduzione di nuovi alimenti o protocolli alimentari non sempre è ben accetta; inoltre, la patologia in questione è di per sé difficile da gestire da parte dei caregiver e la partecipazione ad uno studio clinico richiede molto impegno non solo da parte dei pazienti, ma anche da chi si prende cura di loro. Eppure, i nostri pazienti sono stati piuttosto fedeli al protocollo. Infatti, i primi dati ci suggeriscono che 5 giorni di dieta mima-digiuno, una volta al mese, in questo piccolo gruppo di pazienti, è fattibile e sicura. Questi dati chiaramente dovranno poi essere confermati al completamento dello studio, quando saranno disponibili anche dati relativi ai marcatori di infiammazione, dello stress ossidativo e di danno neuronale».

Ad oggi, il decadimento cognitivo è stimato essere intorno al 2.4% tra i 60 e 65 anni, 4.8% tra i 65 e 69 anni e 8.4% tra i 70 e 76 anni. Si tratta di una condizione frequente e si stima essere in aumento nei prossimi decenni in funzione di una aumentata aspettativa di vita. Al momento non si conosce una cura definitiva contro l’Alzheimer e quindi è fondamentale investire nella ricerca per studiare come ritardare l’esordio della patologia e rallentarne il decorso.

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