Winston Leonard Spencer Churchill è stato, non solo a nostro avviso, il più grande statista del secolo scorso. (Vedi qui). E anche scrittore e oratore di notevole talento. Tra le sue opere scritte più famose si ricorda in particolare il monumentale “The Second World War“, costituito da sei libri di memorie sulla Seconda guerra mondiale, mentre i suoi discorsi del tempo di guerra, poi pubblicati e diventati best seller in Gran Bretagna e negli Usa, rimangono capolavori di ars rhetorica e di efficacia comunicativa con pochi eguali.

Del famosissimo discorso pronunciato alla Camera dei Comuni il 13 maggio 1940 che contiene la frase su «sangue, fatica, sudore e lacrime» (e che, si legge sulla Stampa dell’11 marzo 2010, riprende le parole pronunciate da Garibaldi nel 1849 davanti al Parlamento della Repubblica romana, quando disse «Non ho null’altro da offrirvi se non sangue, fatica, lacrime e sudore») e di molti altri discorsi si può dire che hanno contribuito alla resistenza dei britannici contro Hitler e alla vittoria finale. E si deve alla sua eloquenza, e lucidità, l’espressione “iron curtain”, cortina di ferro. Nel marzo 1946 al Westminster College di Fulton (Missouri), nel suo discorso Churchill disse: «Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente (…) I partiti comunisti, ch’erano assai piccoli in tutti quegli Stati orientali d’Europa, sono stati innalzati a un predominio e a un potere di gran lunga sproporzionati al numero dei loro aderenti e stanno ora tentando dovunque di conquistare il dominio totalitario. Governi polizieschi prevalgono quasi in ogni caso e fino a questo momento, tranne che in Cecoslovacchia, non esiste una democrazia autentica». Un discorso che segnò l’inizio della guerra fredda o, meglio, il riconoscimento, in un mondo ancora sconvolto dalla guerra contro nazifascisti e imperialismo giapponese, desideroso di pace e riluttante a vedere nuovi nemici, dell’esistenza di un nuovo nemico, di un nuovo pericolo per la libertà: il comunismo.

Candidato al premio Nobel per la letteratura più volte, nel 1946, nel 1948 e quindi tutti gli anni successivi, Churchill nel 1953 lo vinse per la sua attività di memorialistica storica con la seguente motivazione: «Per la sua padronanza della descrizione storica e biografica e per la brillante oratoria in difesa dei valori umani».

Secondi alcuni il premio fu conferito allo statista britannico non tanto per i suoi meriti letterari quanto per il suo prestigio politico. Può darsi che questo abbia influito, del resto col passare degli anni sembra che i motivi extraletterari abbiano pesato sempre più nel conferimento del Nobel per la letteratura (nel 1997 il premio è stato assegnato a Dario Fo).

Per Hallström, segretario permanente della Reale Accademia di Svezia dal 1931 al 1941, nel 1946 scrisse che non riscontrava alcun merito nel romanzo fantapolitico e d’avventura “Savrola. A Tale of the Revolution”, pubblicato nel 1899 a puntate nel “MacMillan’s Magazine e nel 1900 in volume, scritto dal giovane tenente Churchill (nato nel 1874) del IV Reggimento Ussari durante la campagna nel Makaland, a Bangalore, in India. Giudizio condiviso dall’autore, che dopo questo primo, giovanile tentativo non si dedicò ad altri romanzi e, come scrisse in “My Early Life”, pregò gli amici di astenersi dal leggerlo.

Savrola è stato pubblicato di recente in Italia da Gallucci.

Senza dubbio Churchill deve il premio Nobel e la fama di grande scrittore alla memorialistica e alla saggistica e non al suo unico romanzo. Che però non è affatto disprezzabile e merita di essere letto. Narra, spiega lo stesso autore in “My Early Life”, «la storia di un liberale che dopo avere abbattuto un governo dispotico si accorge di averlo fatto solo per farsi ingoiare da un moto rivoluzionario socialista». Il racconto ha una collocazione temporale precisa, il 1888, e una collocazione geografica alquanto vaga, la Repubblica di Laurania. Si è discusso dove fosse stata immaginata questa Repubblica, sottolineando ora un’allusione a un’area geografica determinata ora a un’altra, la verità è che si tratta di un simbolo, di un’astrazione. Churchill voleva descrivere il funzionamento non di uno Stato in particolare ma dello Stato in generale e lo ha fatto con una capacità impressionante di previsione. Una lungimiranza che pochissimi uomini straordinari possiedono – come Dostoevskij, Ortega y Gasset, Nietzsche – e che più tardi ne farà un gigante della politica.

Il protagonista del romanzo è rappresentato come un uomo realista, che si batte per sovvertire un ordine ingiusto ma è consapevole dei limiti dell’agire politico. Alla fine il nuovo ordine sarà ingiusto verso di lui. «L’intento del romanzo, in sintesi – si legge nella post-fazione di Daniele Tinti, che ha anche tradotto il libro – pare quello di lanciare un messaggio “conservatore” nei confronti del progressismo politico incondizionato».

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