Oro di Mosca ad alcuni politici italiani? Il tema ha infiammato questi ultimi giorni di campagna elettorale, da quando un alto funzionario dell’amministrazione Biden in una conference call ha dichiarato che a partire dal 2014, l’anno dell’occupazione della Crimea, la Russia ha trasferito oltre 300 milioni di dollari a partiti politici, dirigenti e politici stranieri di oltre una ventina di Paesi per condizionarne le decisioni in proprio favore. Una notizia rivelata in modo vago e senza indicare nomi e cognomi, alla vigilia delle elezioni in uno dei maggiori Paesi europei sembra avere l’obiettivo di condizionare a sua volta l’esito delle elezioni di questo Paese oppure il comportamento dei suoi futuri governanti: state attenti a quello che fate e dite, potrebbe essere il messaggio degli americani, perché sappiamo tutto.

In Italia sono esplose le richieste di chiarimenti, i possibili “sospettati”, come il leader della Lega Matteo Salvini che a suo tempo aveva dichiarato la sua ammirazione per Putin, hanno negato qualsiasi legame finanziario con Mosca e minacciato querele.

Il 16 settembre scorso in conferenza stampa Mario Draghi ha dichiarato che l’Italia e nessun leader politico italiano risulta coinvolto in questa storia. «Ho chiamato Blinken (Antony, segretario di Stato Usa, ndr) – ha detto – mi è sembrata la cosa più naturale da fare. Successivamente anche l’intelligence Usa ha confermato di non disporre di alcuna evidenza di finanziamenti occulti russi a candidati e partiti politici che competono nell’attuale tornata elettorale». Il 14 settembre il presidente del Copasir, Adolfo Urso, aveva smentito la presenza di partiti italiani nel report, dichiarando che «non esistono notizie» in questo senso.

A questo punto i giornali avversari di Salvini, della Lega e del centrodestra dando la notizia della mancanza di evidenze di finanziamenti a politici italiani hanno cosparso i loro articoli di «per ora», «finora», «per adesso»… e di condizionali: «non risulterebbe», ecc…

Si vedrà. Intanto per farci un’idea dello spessore politico del segretario della Lega ci basta una foto, scattata a Mosca, dove indossa una maglietta con un ritratto di Putin.

La sciatteria e l’infantilismo non sono esclusive del Carroccio ma proprio per questo, diciamo per contrasto, l’attuale vicenda dei finanziamenti russi, veri o presunti, ci ha fatto venire in mente il libro di Gianni Cervetti, “L’oro di Mosca” (Baldini+Castoldi), pubblicato la prima volta nell’estate del 1993, ripubblicato in versione arricchita nel 1999 e poi nel luglio di quest’anno, che ci racconta, passo per passo, i finanziamenti, non presunti ma di certo veri, erogati dai sovietici ai comunisti italiani. E ci mostra dall’interno il funzionamento degli apparati politici in un’epoca non così lontana nel tempo ma così lontana da quella di felpe, magliette, influencer, comici e cantanti come  maestri di vita.

Il che, almeno per noi, è il vero motivo di interesse del libro.

Perché che il Pci abbia ricevuto denaro da Mosca, dal 1921, anno della sua nascita, fino al 1976, si è sempre saputo. Oltre che sul denaro, per anni i comunisti italiani hanno potuto contare sul business delle relazioni commerciali gestite da Restital per il commercio e dall’Italturist per il turismo , all’inizio in posizione quasi monopolista. E non solo.

Gianni Cervetti nato a Milano nel 1933, ha ricoperto diversi incarichi nel Pci, tra l’altro nel 1970 fu nominato segretario della Federazione milanese del Pci, nel 1975 venne chiamato alla segreteria nazionale e dopo un anno divenne responsabile della Sezione di organizzazione del partito. In questa carica il suo compito è stato sostanzialmente sia quello di contenere le spese di gestione di una macchina amministrativa diventata molto pesante, con 3131 dipendenti e tre giornali perennemente in perdita che con 1.600 persone pesavano sui bilanci quanto la macchina amministrativa con le sue 3.131 unità, sia quello di mettere fine al finanziamento russo anche in concomitanza con una sempre maggiore autonomia politica portata avanti dal Pci. Però senza rompere i rapporti politici con il Pcus e l’Urss, che del resto il partito italiano ha mantenuto fino alla dissoluzione dell’impero sovietico.

Ci vollero tre anni per chiudere il canale di finanziamento sovietico. Nell’ottobre del 1975 Berlinguer decise questa svolta, nel gennaio 1978 Cervetti comunicò a Boris Nikolaevič Ponomarëv (dal 1972 al 1986 membro candidato del Politburo) la rinuncia al finanziamento del “fondo internazionale di solidarietà”, stimabile in circa 4-5 milioni di dollari annui, il 10% del bilancio ordinario del partito. Il racconto di Cervetti, ha un tono pacato e sereno, e lascia l’impressione di una ricostruzione il più possibile obiettiva. Tanto che non nasconde certi lati oscuri delle vicende raccontate. «Ho scritto una verità – scrive – quella che è risultata dalla mia esperienza. Non pretendo certo di aver esposto tutta la verità (…) Posso solo assicurare che tutto quanto ho cercato di dire corrisponde al vero, anche se non racchiude tutto il vero». (Pag.187 ). Cervetti, per esempio, non è in grado di spiegare la vicenda dei finanziamenti provenienti dal gas naturale.

Ricordando l’incontro con Ponomarëv nel gennaio 1978, scrive: «Dissi che ero in grado di mantenere la promessa fatta un anno avanti, e cioè che rinunciavamo all’aiuto che vi veniva dato attraverso il fondo internazionale di solidarietà (…)». Il dirigente sovietico accompagnando l’ospite italiano verso l’uscita disse che «Potevamo sentirci tranquilli, anche perché potevamo sempre usufruire della quota proveniente dal contratto sul gas naturale (…) Quando io risposi in maniera chiara e netta di non avere mai richiesto e ricevuto quei soldi e di essere in grado di affermare la stessa cosa per i miei collaboratori, mostrò meraviglia e sbottò in un “Ma allora dove sono andati a finire?”». (Pag. 127).

Il libro contiene anche un confronto con i finanziamenti che la Dc riceveva dalla Cia e da altri organismi statunitensi, finanziamenti che, pur formalmente negati, erano noti negli ambienti politici e soprattutto nel Pci, che evitava di insistere sull’argomento in una sorta di vivere e lascia vivere. Non sono note le cifre versate dagli americani, a differenza di quelle dei sovietici che avevano un sistema più accentrato. Gli accertamenti poi sono stati resi difficili quando il Tribunale di Milano ha sanzionato la non illeceità dei finanziamenti esteri rispetto alla legge, che non li prevedeva come reati. Gustoso è l’episodio in cui Cervetti  discute della questione dei soldi  sovietici con l’ex segretario del Pci Luigi Longo. Quando ormai era a buon punto il processo di interruzione del rapporto finanziario, tra primavera ed estate del 1977 Cervetti parla con Berlinguer e gli dice «che se di quella decisione non potevamo ufficialmente ed esplicitamente informare gli altri membri della segreteria e della direzione in quanto l’esistenza di quel rapporto era sempre stata ufficialmente contraddetta o negata all’esterno del partito e all’interno era stata quasi esclusivamente riservata alla conoscenza del segretario e di chi se ne occupava in prima persona (…) purtuttavia ad un compagno non poteva negare quella informazione». (Pag. 23). Il compagno era Longo, dimessosi dalla carica di segretario e ritirato in casa per motivi di salute. Cervetti va a trovarlo e, con molte cautele (Longo era della vecchia guardia) gli espone la decisione di Berlinguer. «Fate bene» risponde l’ex segretario, «poiché gli altri sanno tutto è bene che sappiano anche della conclusione». «Come sanno tutto, chi sono questi altri?» «Vedi, quando il nostro uomo riceve i dollari si reca a cambiarli da un cambiavalute che fa lo stesso mestiere anche per altri e che li informa di ciò che noi facciamo. In Vaticano e da Fanfani sanno tutto quello che noi combiniamo». (Pag. 26).

In sostanza tutti sapevano tutto degli altri ed evitavano di sollevare troppo clamore sull’argomento. L’Italia, come oggi,  era uno dei maggiori terreni di scontro tra le due superpotenze, e d’altra parte la politica costa. Con le strutture di allora costava ancora più di adesso. Quello che Cervetti, pur nella sua onestà intellettuale, omette di sottolineare, è che gli Usa erano nostri alleati, l’Urss era un colosso leader di un’alleanza militare a noi contrapposta. Non era una differenza da poco e non lo è oggi.

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