Trionfa Fratelli d’Italia, che dal dal 3,78% del 2018 passa al 24,4%, crolla la Lega, resistono M5S e Forza Italia, presenta luci e ombre il Pd, a Genova primo partito con il 26% dei voti, in Regione il secondo con il 22,29%, battuto da FdI e comunque perno di una coalizione sonoramente sconfitta come nel resto del paese, buon risultato per il Terzo Polo, leggermente sopra i dati nazionali del 7%.

I risultati delle elezioni politiche in Liguria  in sostanza risultano allineati con quelli nazionali ma contengono una peculiarità: il centrodestra ha vinto facendo a meno dell’apporto delle liste locali che alle comunali di Genova e alle regionali erano stati determinanti. Tanto che la coalizione domenica scorsa è arrivata al 40% mentre alle amministrative aveva raggiunto il 55,5%. La lista di Toti in appoggio a Bucci aveva raccolto il 9,2%, a questa tornata Noi moderati non ha raggiunto il 3% e non è entrato in Parlamento. Le liste civiche di appoggio al riconfermato sindaco di Genova avevano sfiorato il 24%. Bucci non ha presentato, come invece Toti, una lista alle elezioni politiche ma è evidente che i suoi voti come quelli del governatore non si sono travasati tutti nel centrodestra.

Dove sono andati? Sono tornati ai partiti. Vecchi e, nel caso di Azione-Italia Viva, anche nuovi.

E perché? Un motivo è il fatto che buona parte dell’elettorato ligure giudica positive  le amministrazioni genovese, spezzina e regionale. Per stare a Genova, il maggior bacino elettorale, la città ha dovuto affrontare prove difficili e i cittadini – almeno quelli che hanno votato – in maggioranza hanno apprezzato il lavoro della giunta. Bucci probabilmente ha subito un’erosione di consensi per la vicenda del trasferimento dei depositi chimici, forse anche per le corsie ciclabili in corso Italia. La città non è cambiata radicalmente con l’arrivo dei nuovi amministratori: non era il Far West descritto dalla Lega ai tempi della giunta Doria e non è diventata il paradiso della legalità oggi, anche se chi abita nel centro storico apprezza la presenza intensificata della polizia locale – almeno in certe zone – e l’operato di certe municipalizzate lascia ancora a desiderare ma nel complesso il sindaco è ben visto da buona parte della cittadinanza. Le accuse di non avere “una visione” ma di essere ossessionato dal “fare” che vengono dalla sinistra, anche con toni ironici, producono un effetto boomerang su una città che da decenni aspetta delle grandi opere e riceve in cambio visioni. Così pure Toti, evidentemente, è riuscito a non deludere chi lo ha eletto.

A livello nazionale la prospettiva cambia. Va oltre l’abito locale. Inoltre uno dei motivi per cui alcuni elettori non avevano votato le coalizioni di sinistra alle comunali genovesi e alle regionali era la presenza di M5S. In un territorio in cui si aspettano grandi infrastrutture la prospettiva che nelle maggioranze e nelle giunte entrino forze ostili a queste opere non viene vista con favore. Molti ricorderanno che già ai tempi della giunta Doria, sostenuta anche da una lista facente capo al sindaco che aveva connotati “protogrillini” e, per esempio, era contraria alla Gronda, per due volte il Pd genovese aveva emesso un comunicato in cui avvertiva l’amministrazione che per i democratici la realizzazione delle infrastrutture era più importante della sopravvivenza della giunta. Probabilmente il Pd, anche a livello nazionale, nella definizione del “campo largo” dovrebbe tenere presente anche questo fattore. Alle elezioni politiche, con M5S in corsa solitaria, i voti antigrillini delle liste locali si sono dispersi tra i vari partiti.

D’altra parte Noi Moderati non è risultata credibile come forza liberale capace di condizionare le scelte che la coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni dovrà prendere. Per diventarlo dovrà consolidarsi sul piano organizzativo ma anche concettuale e politico. Questo richiede tempo, non solo qualche mese. E quindi non è riuscita a captare i voti dei liberali in libera uscita da Forza Italia. In buona misura, invece, è riuscita ad accreditarsi come alternativa liberale l’aggregazione tra Azione e Italia Viva.

Alle regionali del 2020 un primo abbozzo di coalizione liberaldemocratica, guidata da Aristide Fausto Massardo, sostenuta dalle liste Massardo Presidente, Psi, +Europa, Italia Viva, aveva racimolato il 2,4% dei voti. Un flop. Molti elettori di orientamento liberaldemocratico non avevano creduto nelle potenzialità della coalizione Massardo e avevano votato il centrodestra. Risultato: Toti aveva vinto con il 56,1% e la coalizione Sansa Presidente Pd, – Articolo uno, M5S, Lista Ferruccio Sansa Presidente, Linea Condivisa- Sinistra per Sansa, Europa verde – Demos – CD, si era fermata al 38,9%. Altro flop. Forse se il Pd, invece che partire con un accordo con M5S e poi chiedere agli altri un’eventuale adesione,  avesse scelto Massardo candidato e si fosse cercato un’alleanza con i liberaldemocratici avrebbe ottenuto un risultato migliore. Avrebbe perso comunque, probabilmente, ma ci sono sconfitte che preparano le vittorie del futuro. Non sembra il caso di quella del 2020.

Quest’anno    il nucleo liberaldemocratico ha avuto la spinta propulsiva di Calenda e Renzi. E ha ottenuto un 7,36%, probabilmente sottratto in buona parte al Pd ma anche a Noi Moderati, e ha attirato elettori che a suo tempo avevano votato per Bucci. Tanto più che Gelmini e Carfagna hanno scelto Calenda e Renzi e non il loro ex compagno di partito, Toti. Il quale, se vorrà fare di Noi Moderati una forza capace di incidere anche a livello nazionale dovrà forse trovare una convergenza con Azione e Italia Viva (non dimenticando +Europa). Operazione ardua, per la presenza di più di un potenziale leader e anche di storie ed esperienze differenti. D’altra parte il Pd dovrà decidere con chi costituire il “campo largo”, che sta diventando sempre più stretto. La strategia di riunire tutti gli avversari di un governo di destra agitando lo spauracchio di un regime autoritario aveva mostrato la corda già ai tempi dei governi Prodi, caduti per le loro contraddizioni interne. In Liguria e a Genova per tre volte  è risultata perdente. La logica da Cln ha senso di fronte alla presenza reale dei nazifascisti. Non dovendo far fronte alla Divisione Hermann Göring e alle altre forze di occupazione vengono meno la coesione e anche la credibilità dei “resistenti”.