In questi giorni, come di prammatica quando si avvicinano le elezioni, si moltiplicano gli appelli dei politici che ci invitano ad andare a votare. Votate per chi volete, ma votate! Giovanni Toti, leader di Italia al Centro, lo ha fatto nei giorni scorsi sui social, in sintonia con Mario Draghi, che il 24 agosto scorso al Meeting di Rimini, ha dichiarato: «Tra poche settimane gli italiani sceglieranno il nuovo parlamento. Sono convinto che il prossimo governo, di qualunque colore sarà, riuscirà a superare le difficoltà che sembrano insormontabili: l’Italia ce la farà anche questa volta. Vi invito tutti ad andare a votare».

Secondo la nostra Costituzione votare non è solo un diritto ma un dovere civico. L’articolo 48 dichiara e precisa: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. (…) Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge».

Nonostante questi appelli che si ripetono a ogni tornata elettorale il numero dei votanti in Italia è in costante diminuzione. Per cercare di chiarire la portata del fenomeno e le sue cause partiamo da un confronto gli altri Paesi. Consideriamo le elezioni che hanno regole più uniformi, cioè quelle per il Parlamento europeo.

Openpolis ci fornisce questo grafico, relativo all’affluenza alle elezioni del 2014:

In Italia il dato dell’affluenza è passato dal 65,05% del 2009, al 57,22%, scendendo per la prima volta sotto la soglia del 60%.

Le elezioni europee più recenti sono del 2019. Consideriamo il grafico che ci riporta il sito del Parlamento europeo (vedi qui):

L’affluenza in Italia è scesa ancora, al 54,50. È comunque superiore alla media europea (54,66%) ma è interessante vedere come si sono comportati gli elettori degli altri Paesi. A registrare il record di affluenza è il Lussemburgo con l’84,24%. Un Paese troppo sui generis e lontano dal nostro contesto per utilizzarlo come termine di paragone. Come l’altro Paese record, Malta (72,70%). Al secondo posto troviamo il Belgio. Anche questo Paese, però, presenta peculiarità rilevanti. Condizionato da una frattura crescente tra fiamminghi e valloni, l’elettorato potrebbe avere colto l’occasione per esprimersi non tanto sui temi della Comunità europea quanto su quelli interni e divisivi della riforma dello Stato e della migrazione.

Con percentuali di affluenza più alte rispetto all’Italia troviamo Paesi che si possono considerare di “democrazia matura” come Danimarca (66,08%), Germania (61,38%), Spagna (60,73%), Svezia (55,25%) ma anche Paesi condizionati da forti tensioni sociali come la Grecia (58,69%).  Tra i Paesi con valori inferiori ai nostri spicca la patria della democrazia, il Regno unito (37,18%), e ne troviamo altri dove il sistema democratico è solido e funzionante, come Finlandia (40,80%), Irlanda (49,70%), Francia (50,12%), Portogallo (30,75%), Paesi Bassi (41,49%), assieme ad altri dove la democrazia è giovane ma non sembra correre pericoli, come Estonia (37,60%), Lettonia (33,53%), Lituania (53,48%), e altri invece guardati con apprensione dalla Comunità europea, come Ungheria (43,46%) e Polonia (45,68%).

In sostanza, un altro grado di affluenza alle urne non sembra coincidere automaticamente con un forte senso civico. E viceversa.  Esemplare è il caso del Regno unito. Nel 2019 le elezioni Oltremanica sono state caratterizzate da un dato eccezionale − hanno assunto una sorta di ruolo referendario sulla Brexit − e paradossale, perché i cittadini britannici, che poco prima si erano pronunciati in favore della Brexit, sono stati chiamati a eleggere lo stesso 70 deputati al parlamento di Strasburgo, perché il parlamento britannico non aveva ancora approvato un accordo sulla Brexit. Tuttavia il risultato dell’affluenza nel 2014 (35,6%) non era stato molto diverso da quello del 2019 (37,18%).

Del resto una bassa affluenza al voto specialmente in questi ultimi anni caratterizza l’elettorato del Regno unito.

La House of Commons Library (vedi qui) riporta questo grafico sull’affluenza al voto alle elezioni politiche dal 1918 al 2019:

Come i britannici, anche  finlandesi, irlandesi, francesi, portoghesi, olandesi, estoni, lettoni, lituani non presentano alte percentuali di votanti ma non si possono considerare meno politicamente responsabili di noi italiani.

E allora? Ogni Paese ha le sue specificità, i paragoni sono quindi complessi da elaborare, qui ci accontentiamo di una considerazione generale sull’Italia, tenendo conto della non equivalenza automatica tra voto e partecipazione civica emersa dal confronto con gli altri Paesi.

Sulle cause della crescita costante delle astensioni in Italia molto si è studiato e si è scritto. Il declino è indubbio: alle prime elezioni repubblicane per la Camera partecipò al voto oltre il 92% della popolazione, alle elezioni del 2018 meno del 73%. Alle elezioni europee del 2019, come abbiamo visto, ha partecipato al voto meno del 55% degli elettori. In proposito si può consultare la «Sintesi dei contenuti del Libro bianco – a cura del Dipartimento per le riforme istituzionali» (14 aprile 2022, vedi qui ) e   la bibliografia a questo link.

In Italia la partecipazione al voto è scesa sensibilmente con il declino dei partiti. Considerando le formazioni politiche che hanno sostituito quelle precedenti  il 1994, viene da pensare che si tratti di un processo infausto e che la decrescente partecipazione al voto sia determinata dal basso livello dell’offerta. Ma siamo sicuri che un assetto politico dove l’appartenenza, la bandiera, contavano più delle opinioni fosse quello ideale? Dove bisognava votare perché la vittoria degli avversari sarebbe stata una catastrofe (vera o presunta) e i due maggiori partiti per decenni hanno fatto riferimento a modelli economico-politici incompatibili e ad alleanze militari contrapposte? Un contesto, quindi, dove il potere centrale in sostanza non era contendibile? Anche la fiducia in una fazione politica per ottenere un miglioramento delle propria condizione sociale ed economica non è un bene in assoluto. Le decisioni della politica influiscono sulle nostre vite, nel bene e nel male, possono eliminare o mitigare delle ingiustizie, aprire prospettive di sviluppo, ma in una società sana il cittadino per migliorare la propria condizione fa affidamento in primo luogo su se stesso. Forse per questo nel mondo anglosassone tendenzialmente l’affluenza al voto è più bassa rispetto al continente europeo, che ci ha regalato fascismi, comunismi, assistenzialismi e statalismi in varie forme. D’altra parte i partiti della cosiddetta Prima Repubblica in qualche misura hanno esercitato un ruolo pedagogico, sia come spazi in cui i cittadini imparavano a discutere civilmente sia come organizzatori di consenso. Erano deboli e inquinati da clientelismo, ma niente affatto populisti. Men che meno lo era il partito che più pretendeva di rappresentare le “masse popolari”, il Pci, diretto da un’élite di intellettuali. Ora il clientelismo non è sparito, ma non ha più basi sicure: il voto è ondivago e quindi lo è anche il potere di assegnare posti e incarichi.

È una delle conseguenze del passaggio dal voto di appartenenza a quello di opinione. Anche in Italia, dove le vischiosità clientelari sono rimaste, il voto è d’opinione. E un’opinione fondata su conoscenza dei fatti e su presupposti razionali è difficile da formulare.   Del suffragio universale, però,  non si può fare a meno. Abbiamo visto cosa prescrive la Costituzione, e del resto non esistono criteri oggettivi per stabilire chi ha diritto di votare e chi non ce l’ha. La cosiddetta epistocrazia trova un limite nel fatto che le persone colte, gli stessi studiosi, in fatto di politica non si comportano necessariamente in modo avveduto. Spesso certe facoltà universitarie umanistiche sono bolle di irresponsabilità. Nel 1948 a salvare l’Italia dal fare la fine di Germania Est, Ungheria, Polonia, ecc… è stato il voto delle persone semplici.  D’altra parte, a eleggere individui senza arte né parte, a premiare partiti nati dal turpiloquio e dal disprezzo sostanziale della democrazia, a osannare squallidi demagoghi sono oggi  i cittadini elettori. È arduo trovare meccanismi che correggano queste storture. La rinuncia al voto, quindi, potrebbe essere considerata non solo come un segno di pigrizia e di indifferenza alle sorti del proprio Paese o di sfiducia nell’effetto del voto,  ma anche come una presa d’atto della propria incapacità di scegliere. Una sorta di embrionale, democratica epistocrazia. Formarsi un’opinione ragionata, in assenza di guide autorevoli, come un  tempo  la Chiesa e partiti di antica e a volte gloriosa tradizione, non è facile. Bisogna avere tempo, preparazione ed energia mentale per leggere libri e giornali e andare oltre il brusio dei social e prendere per quello che sono  talk show dove si attira il pubblico ospitando personaggi pittoreschi e/o rissaioli. Per mettere davvero in pratica l’articolo 48 della Costituzione e onorare il sacrificio di chi ci ha messo in grado di votare  sacrificando anni di libertà e anche la vita, non basta mettere la croce su un simbolo – votate per chi volete ma votate –  occorrono scienza e coscienza.

 

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