«Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia che il Governo sta accelerando sul decreto Concorrenza che prevede le gare per i balneari» afferma in una nota il coordinatore del Tavolo Interregionale e assessore regionale al Demanio Marittimo Marco Scajola.

Noi, invece, lo apprendiamo con piacere.

Ma è una gara contro il tempo dall’esito incerto. La legge sulla concorrenza, che si occupa anche delle concessioni balneari, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 12 agosto scorso (numero 188). Tuttavia soltanto una parte delle misure è già operativa, le altre – a partire da servizi pubblici locali, gare per i balneari e semplificazioni per le imprese – attendono un decreto delegato, un decreto ministeriale o un altro tipo di atto: in tutto 19 provvedimenti. Il governo Draghi ha voluto a inserire il provvedimento che riguarda i balneari nel Ddl concorrenza per recepire la sentenza dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato, che nel novembre 2021 ha annullato l’ultima proroga senza procedura a evidenza pubblica – decisa nel 2018 dal Governo M5S-Lega – dei titoli al 2033 poiché in contrasto col diritto europeo che vieta i rinnovi automatici agli stessi titolari sulle concessioni di beni pubblici. Nel dicembre 2020 la Commissione europea aveva inoltrato al Governo italiano una lettera di costituzione in mora relativamente al rilascio di autorizzazioni riguardanti l’utilizzo, a scopo di turismo balneare, del demanio marittimo.

Le elezioni sono vicine e una vittoria del centrodestra sembra probabile. Il rischio è che sulle spiagge, e non solo, i testi vengano stravolti dalla nuova maggioranza, compatta contro la messa a gara delle concessioni. Oggi il senatore di Forza Italia (che sarebbe il pilastro liberale della coalizione di centrodestra), Maurizio Gasparri, in sintonia con Marco Scajola, ha dichiarato: «È impensabile che qualcuno si preoccupi di varare decreti attuativi che riguardano il settore balneare (… ) Al futuro del settore, finalmente, penserà il prossimo governo di centrodestra».

Eppure una forza liberale non dovrebbe avere dubbi sull’opportunità della messa a gara delle concessioni. (Vedi qui  e qui ).

Secondo un rapporto di Legambiente del 2018, in Italia il 60% delle coste sabbiose sono oggetto di concessioni demaniali a stabilimenti balneari; in Liguria si scende addirittura al 13%, a fronte di una normativa regionale che stabilisce, in linea teorica, l’esistenza di almeno il 40% di spiagge libere o libere-attrezzate. Il giro di affari annuo, risulta da uno studio di Nomisma, si aggira intorno ai 15 miliardi di euro; a fronte di ciò, i canoni di concessione fruttano 103 milioni di euro in Italia e 11 milioni in Liguria. Cifre ridicole. I gestori godono di una rendita oligopolistica.

Chi si oppone alla procedura a evidenza pubblica denuncia il pericolo di una colonizzazione del settore balneare da parte di multinazionali, italiane o straniere, e la mancata remunerazione degli investimenti realizzati da parte dei gestori uscenti. Per quanto riguarda la “colonizzazione” non sembra che esistano forti economie di scala nella gestione degli stabilimenti balneari, e infatti, secondo gli economisti che abbiamo interpellato (vedi gli articoli segnalati) nei Paesi dove le gare nel settore balneare sono regolarmente svolte non si assiste a forme rilevanti di concentrazione nel settore. E comunque  basterebbe limitare il numero di concessioni ottenibili. Sulla questione degli investimenti, è sufficiente che il gestore subentrante paghi all’uscente il valore residuo del fondo ammortamento.

In una recente intervista allo Spectator la possibile nuova presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni ha dichiarato di non essere d’accordo con le politiche di Marine Le Pen di massiccio intervento statale nell’economia francese e di sentirsi più vicina alla tradizione liberal-conservatrice anglosassone: «Probabilmente – ha detto –  sarei una Tory se fossi britannica. Ma sono italiana». Considerando la posizione di FdI su Ita, Tim, tassisti, ci si domanda cosa  penserebbe Margareth Thacher di Meloni Tory.

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