Nella notte tra domenica 7 e lunedì 8 agosto un gruppo di cinghiali è stato trovato all’interno del Parco della Maggiolina alla Spezia, costringendo il gestore dell’area a chiudere i cancelli per impedire loro di uscire e creare danni a cose e persone. La questione non ha lasciato indifferenti decine di curiosi e animalisti spezzini, che hanno deciso di presidiare la zona, sfamare gli ungulati attraverso le recinzioni del parco e addirittura cercare di liberarli, andando contro la normativa.

L’articolo 7 della Legge 221/2015, infatti, in quanto finalizzato a limitare il più possibile la presenza degli animali nel tessuto urbano, impedisce “l’immissione di cinghiali su tutto il territorio nazionale, ad eccezione delle aziende faunistico-venatorie, delle aziende agri-turistico-venatorie adeguatamente recintate e delle zone di addestramento cani”, così recepita anche dalle norme regionali relative alla gestione della fauna selvatica. Fin da martedì 9 agosto, però, la situazione è arrivata a un punto di stallo: il sindaco della Spezia, Pierluigi Peracchini, ha siglato un’ordinanza che va contro la norma regionale che prevede l’abbattimento degli animali, con cui impone che gli ungulati coinvolti vengano piuttosto addormentati e poi liberati in un luogo sicuro.

«Il Parco della Maggiolina – spiegano Gianluca Boeri, presidente di Coldiretti Liguria, Bruno Rivarossa, Delegato Confederale, e Paolo Campocci, direttore di Coldiretti La Spezia – è l’unico della zona in cui bambini e anziani possano trovare refrigerio in queste giornate di afa e siccità. Coldiretti Liguria ha aspettato alcuni giorni per prendere una posizione in merito, sperando che le due istituzioni coinvolte trovassero una linea comune, ma ormai siamo di fronte a un impasse che deve essere risolto al più presto».

I due dirigenti puntano il dito sulla situazione attuale causata anche dai ritardi nelle azioni propedeutiche all’auspicato piano di abbattimento degli ungulati per il contenimento della peste suina africana e, più in generale, per la riduzione degli ungulati sul territorio regionale, che «stanno provocando danni inestimabili alle nostre imprese agricole. La norma regionale, inoltre, in questi casi prevede comunque l’abbattimento degli animali, e il fatto che l’ordinanza del sindaco lo vieti ne limita l’attuabilità. È necessario che i due enti collaborino tra loro, cercando di trovare nel più breve tempo possibile un compromesso operativo. Chiediamo, infine, che il sindaco Peracchini mandi al più presto le Forze dell’Ordine a controllare che il divieto di dar da mangiare agli ungulati, previsto all’interno della sua stessa ordinanza, venga rispettato».

In aggiunta a ciò, in tale situazione si pone un ulteriore problema: la Regione non può far intervenire il nucleo faunistico quando i Comuni emanano ordinanze di questo tipo, ma gli ungulati non possono neppure essere trasferiti altrove a causa della peste suina e, soprattutto, per rispetto degli agricoltori e degli allevatori liguri che, ormai da anni, vedono il proprio lavoro martoriato dai danni prodotti proprio dalla presenza eccessiva sul territorio degli ungulati.

«La legge vieta tassativamente la liberazione degli animali sul suolo pubblico e noi, in virtù delle gravi e ben note problematiche contingenti e nell’interesse dei cittadini e degli imprenditori, in questi casi saremmo sempre orientati verso gli abbattimenti. Se, però, qualcuno degli ambientalisti coinvolti – concludono Boeri, Rivarossa e Campocci – avesse a disposizione un’area privata da destinare a tale finalità, in cui custodire gli animali nel rispetto delle norme vigenti e potesse altresì farsene carico sul lungo periodo assumendosi tutte le relative responsabilità, ivi compresa quella di garantire che non torneranno in libertà su suoli pubblici o privati per non danneggiare l’ambiente e l’agricoltura, come purtroppo oggi, invece, succede, si faccia pure avanti».

1 COMMENTO

  1. COMUNICATO STAMPA

    Secondo l’Osservatorio Savonese Animalista la famigliola di cinghiali di La Spezia, rinchiusi da giorni in un giardino, vanno cat-turati e liberati nei boschi: contrariamente a quanto dicono gli enti cosiddetti “competenti” si può, e si deve per non incorrere nel reato di maltrattamento.

    La legge sulla caccia proibisce infatti la “immissione” di cinghiali nell’ambiente ma non la reimmisione/trasferimento; la norma era stata introdotta nel 2005 all’interno della Legge 221 (collegato ambientale), all’articolo 7 dal titolo “Disposizioni per il con-tenimento della diffusione del cinghiale nelle aree protette e vulnerabili e modifiche alla legge n. 157 del 1992“ ed aveva lo scopo di impedire che continuassero le immissioni di cinghiali acquistati da allevamenti italiani e stranieri da parte di cacciatori, cioè di animali NON appartenenti all’ambiente; qui, come nel caso di altre catture si tratta di animali già presenti e liberi nell’ambiente e ad esso appartenenti, che vanno quindi semplicemente spostati a monte.
    OSA ritiene inutile e crudele catturarli e poi ucciderli; si tratta di animali intelligenti e sensibili (non meno dei cani), che tengono memoria del trauma subito e probabilmente non torneranno più ed è inoltre possibile che trasmettano ai compagni di branco un messaggio di pericolo associato alla zona di cattura; la vera soluzione dell’allontanamento degli ungulati potrebbe invece essere quella di costringere le squadre locali dei cacciatori-cinghialisti, con i propri cani debitamente a guinzaglio, a sorvegliare periodicamente gli alvei dei torrenti e spingere i branchi verso i boschi, rendendo quindi le periferie cittadine inavvicinabili ai selvatici.
    OSA invita infine gli animalisti spezzini alla massima sorveglianza: spesso, fino ad oggi, gli animali catturati con gabbie e non fucilati sul posto, vengono affidati ad aziende di macellazione o, peggio, a campi di addestramento per cani da cinghiale.

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